Iginio Iurilli. La forma della memoria.

di Giuseppe Scaglione

iurilli

Esponente tra i più interessanti della scena italiana, Iurilli ha raggiunto la tappa della cinquantennale produzione. Straordinario l’esordio. Quando racconta di esser stato mandato a scuola d’arte perché, descrivendo alla madre le sue giornate di scolaro, tracciava in aria un gesticolare così espressivo e rotondo da essere percepito come propensione al disegno. Ricorrerà spesso il tema della levità, del caso, del quotidiano, nella sua esperienza artistica. Come a significare una condizione esistenziale propria di chi potrà anche vivere, come vive, le contraddizioni ed i malesseri del suo tempo, ma rimane saldamente ancorato a paradigmi e valori solidi, semplici e diretti. Anche per questo di grande, spontanea potenza. Ciò che di Iurilli colpisce ed affascina è proprio la capacità di coniugare questa innegabile potenza di segno, gesto e materia, sempre in bilico tra espressionismo, surrealtà e concetto, con una ludica gioiosità. Triangolazione che lo ha portato a lasciare la bidimensionalità della tela. Alla ricerca di un equilibrio in queste tre pulsioni. Che è riuscito a trovare, non senza fatica, entrando nella dimensione artistica che appare scultura. Ma che in realtà è sintesi di volumi e di visioni. Ove i vuoti contano forse anche più dei pieni. Dove lo spessore, la corposità, assumono significato. Con una poetica del colore che definisce e descrive le forme e la materia richiamando, persino quando presenta i rifiuti del mare, la surreale dolcezza che fu di Mirò. Altre volte i canoni classici dell’espressione. Oppure ancora il nitore formale del concettualismo. Ricchezza di linguaggi, quindi, di suggestioni. Senza dubbio maturata all’Accademia di Belle Arti di Roma. Vero crocevia di esperienze che con Toti Scialoja, al pari della mitica Galleria Nazionale di Valle Giulia con Palma Bucarelli, portò Roma a diventare cuore pulsante dell’arte e della cultura italiane. Ricchezza di linguaggi che non genera fughe parossistiche. Derive oniriche, se non deliri, che invece hanno afflitto ed ancora affliggono altre esperienze artistiche tendenti alla pluralità del linguaggio visivo. In perenne ricerca di identità. Iurilli invece, attraverso un lungo percorso che lui stesso definisce “dalla terra al mare”, arriva col tempo a realizzare il dono della sintesi. Un percorso dettato dal vissuto quotidiano. Ma non per questo banale. Anzi. La sua vera forza. Semplicità, potenza, gioia, redenzione. Vediamo come è arrivato alla sintesi.

Dopo Roma arriva a Bari da docente, all’artistico. Qualche scenografia per il Petruzzelli, il Piccinni. Poi la pittura. Si distacca subito dal solco della tradizione pugliese. D’altronde, ha studiato nello stesso luogo dove hanno studiato Pascali, Ceroli, Kounellis. E di quel luogo ha assorbito il fermento. Ovvio che non possa dipingere ulivi e muretti a secco. Dipinge ammassi di pneumatici usati, ondulati, quasi un paesaggio. Carcasse di automobili. Pittura dal segno vagamente iperrealista. C’è comunque il germe di un rapporto privilegiato con la materia che si svilupperà dopo. Qualcosa però lo ferma, nel ‘77. Forse le novità che tra Expo Arte e Galleria Marilena Bonomo sbarcavano a Bari. Forse recensioni di ritorno di critici ammessi ai palcoscenici d’oltre frontiera, dove immense dinamiche ribollivano. Forse la necessità di rileggersi, per trovare linguaggi più coerenti alla sua poetica visiva. Comunque resta fermo tre anni. Non importa perché. Per un artista è una scelta intima, ed un critico non è un guardone. Quando riprende il cammino propone proiettili di carta, da cerbottana. Dimensioni maggiorate, colori ed interazione con telai metallici, che consentono l’osservazione policentrica o addirittura l’ingresso dello spettatore. Richiamano il dinamismo dei giochi dei bambini, ma vissuti da un adulto. La dolce, matura ingenuità del saggio Mirò che sa di essere stato bambino e che un po’ lo resterà per sempre, sembra rivivere in questi “scartucci” infilati nella rete. E come per il grande Maestro, anche per Iurilli non c’è la retorica della commozione. Solo la magia del segno. Puro e composto.

Ma la materia freme tra le mani dell’artista. Preme per trovare il suo spazio. Nei primi anni ’80 appaiono teche di raspi d’uva rinsecchiti, intrecciati e colorati. Colori come i “fosfori canori” del Battello ebbro, linee aggrovigliate come nel dripping di Pollock. Raspi d’uva. Rifiuti. Non buttati via, però. Lasciati a stagionare, purgati degli insetti e dei batteri. Materia purificata. Come tale pronta per essere redenta. Dall’artista. Il cammino inverso a Burri. Nessuna sofferenza della materia. Ma redenzione. Memoria, nella celebrazione del rito della vendemmia, forse. Di cui i raspi rappresentano la continuità. Colorati. Perché nel colore è tutto. Il dubbio, la paura, la verità, la gioia.  Anche il “Mar morto”, tavola a cui fa aderire i rifiuti portati dal mare, colorati, e le lische dei pesci che l’artista ha mangiato, sono redenzione e gioia. Ed è ancora nel colore la gioia. La potenza è nel mito eterno di Gea. Poi ci sono spade e pugnali. Oggetti rozzi, primitivi. Silenziosi. Racconta Iurilli dell’epopea cinematografica di Conan il Barbaro. Ancora una volta il vissuto quotidiano. Il cinema, o la televisione che nelle nostre case ha proposto per anni quell’incrocio di fantasia e leggenda dalle lontane terre mongole. O dalla Terra di Mezzo. Il gesto dell’artista è catartico. Pacificatorio. Si sofferma. Su quello che rimane del grappolo, mentre i chicchi hanno forse generato libagioni. Sui rifiuti del mare, scorie del consumismo che non ha rispetto della natura. Sulle spade ed i pugnali inerti, che forse hanno dato la morte. Espressione armata delle umane passioni. Li raccoglie, li accarezza, li colora, li propone al pubblico. Redenti, quasi deificati come deificata vuole che sia la Natura.

Siamo arrivati al mare. Le forme marine non corrispondono al vero. Neppure lo imitano. Non c’è il “verosimile”. C’è un uomo artista che ha aperto gli occhi nel mare, con maschera e pinne. E ricorda. Si sa, la memoria conserva le grandi linee, non i dettagli. Così i dettagli li crea. Ne crea la forma. La forma della memoria. Che dilaga. Anche nella gioia della materia. Nelle stanze con il pavimento coperto di sale. O di sabbia del deserto. Memoria allo stato puro. Accogliente. Perché dentro questa visione lo spettatore può metterci tutto quello che ha di suo. La sua memoria. Con razionalità oppure emozione, non importa. Ma non basta. L’uomo ha inferto alla natura ferite profonde. Iurilli non lo sopporta. Con lo stesso spirito di tutti noi da bambini, quando eravamo per Ettore, non per Achille, l’artista è per la natura. Anzi, la Natura. Maiuscola. Allora queste forme ipertrofiche altro non sono che la Natura che reagisce all’insulto dell’uomo. “Ora ti faccio vedere io”, dice il megariccio. Quasi come in un fumetto per bambini. Ma non c’è niente di banale. È fiaba. È poesia.

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