La quotidiana surrealtà di Vittorino Curci

di Giuseppe Scaglione

vitt

Vittorino Curci, poeta. In realtà ha esordito come artista visivo. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma, entrando poi nel gruppo di eventualisti che negli anni ’70 si formò attorno a Sergio Lombardo. Con Cesare Pietroiusti, Anna Homberg ed altri. Nella capitale espone le sue prime opere di arte concettuale, alla galleria Jartrakor diretta da Lombardo. La qualità della sua produzione lascia presagire traguardi importanti. Ma già dentro una sua opera, una tela bianca con al centro la scritta in corsivo “amatemi”, si manifesta la irrefrenabile pulsione per la parola. Che lo porterà a scegliere la poesia. A diventare logonauta, come egli stesso si dice. Convinto del primato della poesia, non del poeta che ritiene uguale agli altri uomini, prosegue il suo cammino.

Il livello è alto, tanto da vincere un premio “Eugenio Montale” nel 1999. Commista alla passione per la poesia quella per la musica. Jazz, oppure musica improvvisata. Nelle sue performances alterna alla lettura dei versi l’esecuzione di brani improvvisati, con il sassofono. Ha scritto un libro di racconti, “Era notte a sud” (ed. Besa), ed è un disegnatore surrealista apprezzato. Pubblica prevalentemente i disegni nel suo blog, vittorinocurci.tumblr.com, con un seguito internazionale.

Ma è prima di tutto poeta. Logonauta. Per lui la parola è verità e la verità è dentro la parola. Scriveva di lui Dario Bellezza: “Curci può permettersi simili verità, e trasecolare senza la paura di scandalizzare i già scandalizzabili, se appunto la poesia oggi si pone, e quella di Curci non fa eccezione, come il massimo dello scandalo”. Perché la sua scrittura offre aggettivazioni ed “ascendenze” surrealiste, ma ne coniuga gli stilemi con l’estrema lucidità e con la memoria, del proprio io e dell’io collettivo. Innamorato senza alcun limite della parola, non perde comunque mai lucidità. In questo risiede la genialità di Vittorino. La sua grandezza e forse, in qualche modo, unicità. È capace di fermarsi ore e giorni su una sola parola. Sino a quando non ne coglie il senso, il suono, la verità. Assoluta. Dietro ogni parola che sceglie ce ne sono in fila indiana, nascoste, altre cento. Quell’unica che ci presenta le contiene tutte. Questo si chiama genio. Nessuna scrittura automatica, nessuna deriva, nessun cedimento. Nonostante tutto l’amore per la parola, la tratta con chirurgica precisione. L’investigazione nella “vasta foresta dei simboli”, con le parole di André Breton circoscritta nel paradigma cardine del surrealismo, in Curci non altera la nitidissima definizione delle immagini. Della scrittura. Per inciso questo va detto anche delle sonorità improvvisate che emette con il sassofono, nonché delle linee essenziali e icastiche dei disegni.

Sui temi Curci non esprime alcun pregiudizio. L’ermeneutica della psiche si risolve nella rivisitazione di qualcosa avvertita come perduta. Nella memoria. Nel mistero dell’esistenza che si è consapevoli di non poter sciogliere mai. È forse in questo senso che si proietta quella sorta di sublime accidia, quel fastidio per le proprie pulsioni a cui con ammirazione si riferì, parlando di lui, il critico Fabio Doplicher della Rai. Ma non ferma il cammino, che nella poetica di Curci appare la cosa più importante. Dentro il cerchio perfetto che disegna, però, parlare di poetica è riduttivo. È la ricerca della parola assoluta. Una ricerca costante che non aspetta un responso. Ma nel contempo non è fine a sé stessa. La poesia è come un diario di bordo. Un contapassi. Oppure, qualche volta, uno specchio. È a sé stesso che molto spesso si rivolge il poeta, anche quando parla ad un “tu” sincretico che raccoglie in sé tutta l’essenza del mondo. E l’amore, il dolore, la paura, la memoria, la stanchezza. Una sua silloge del 2005 si intitola proprio “La stanchezza della specie” (ed. LietoColle). Ma il rapporto tra questo “tu” ipotetico e l’io stesso del poeta è palindromo. Vale da un senso all’altro, reciprocamente, l’identica adamantina verità. La verità della parola. Così il cerchio si chiude e c’è un responso. Di fede. Poesia come religione.

Nessuno si può davvero professare ateo né credente. Sono verità che è difficile confessare persino a sé stessi. Non si intenda quella o quell’altra religione, si intenda piuttosto la religiosità. Fatta non dell’adorazione né della scelta tra male e bene. Il premio o il castigo, il peccato o la redenzione. Perché il poeta, come dice più volte Curci, non è migliore o peggiore di altri. Neppure si tratta di “entità” superiori, a cui l’umanità da sempre rimanda l’incomprensibile. Dal mistero della creazione alla verità della morte. La religiosità che dispiega è quindi nel tentativo di comprensione dell’incomprensibile. La liturgia è nella vibrazione, nel ritmo, nella potenza della parola. Docile, a volte. Altre devastante. C’è una recensione, infatti, di Roberto Pazzi che meglio di tutte rende l’idea del lavoro di Vittorino. “Per chi ne ha seguito il cammino di poeta, ritorna da zone di combattimento dove ancora si stanno contando i caduti, dove la dichiarazione di volontaria rinuncia alla bell’anima del poeta si è appena spenta nel tripudio di una troppo facile dicotomia fra l’avanguardia e la tradizione.” Questa religiosità della parola ricomprende la fede. La fiducia. Intransitiva. Non in qualcosa o in qualcuno. Uomo o divinità. Neppure nel destino, nel futuro. Oggettivata. È in quanto deve essere, e trasferita nel verso. Fermo. A volte impersonale. Che osserva la morte e la vita con lo stesso identico sguardo. Finestra sulle passioni e sulle cose. Come in un quadro. Come musica. “santi e giostrai del calendario,/ grumi ghiacciati in campo aperto./ resta il sangue della terra/ anche dopo./ è così che uno cerca, sfigurato,/ tra rocce lunari e crepe di asfalto/ vita, non tradirci proprio ora./ sei poco, a volte,/ e non basti. te ne stai nel chiasso/ di qui, dove siamo contenti/ del pochissimo che abbiamo/ con te, l’angelo dei tòcchi”.

Parole studiate e ritmi improvvisati. Forme surreali nella punteggiatura impossibile. Versi come pennellate. Come gesti che sa tenere sospesi nell’aria, oppure imperiosi. “…il profeta si fa strada al buio con la lucerna/ della gratitudine, il presentimento/ è un paradosso di fuoco/ sotto il vecchio gelso, dove torniamo a mani/ vuote, il giudice ricusa i comandamenti…”. Approcciando la sua produzione tornano alla mente le “Lezioni americane”, scritte da Calvino nel 1985 e pubblicate postume da Mondadori nel 2000, in cui il grande scrittore propose sei valori letterari da trasferire nel nuovo secolo. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza. Si ritrovano in Curci e lo collocano a pieno titolo nella contemporaneità tanto da essere tra i poeti meridionali più apprezzati dai giovani. Sia che studino le sue opere all’Università oppure che lo seguano per pura passione.

Accanto a questi valori non si percepisce la ricerca di un’idea di bellezza. Non è lo stile linguistico che cerca. Va benissimo la koinè (intesa nel significato di lingua comune) se esprime koinè (intesa nel significato di affinità) con ciò che sente. È questo un gioco di parole? Tautologia? Certo, perché no. Però, quanti riescono a fare di questo una suggestione poetica? Se ne conoscono altri, nella nostra lingua almeno? Nella nostra epoca? Cos’è infatti che avvince, di Curci, dal punto di vista dello stile? Il fatto che sembra studiare la lingua italiana. Allo stesso modo con cui si studierebbe una lingua straniera. Ed a rendere lo schema sintattico quasi universale. Leggendolo si scopre col tempo. Rileggendolo più volte. Confrontando versi con versi. Questi sono quelli che forse più lo rappresentano: “un pomeriggio di sabato con la stessa/ gomma per cancellare e gli stessi errori/ viene il dubbio che il tempo non si stacchi/ dai nostri poveri corpi e che siamo qui/ per farcene una ragione – io però/ mi accontento di quello che trovo, delle/ due tre parole che mi restano nel sangue.”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...