Alessandro Capurso. “Tracce” di umanità.

di Giuseppe Scaglione

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Alessandro Capurso di professione è grafico, pubblicitario e reporter. Dal 2013, con la mostra “Anima terrae” presentata a Matera, si è orientato alla dimensione artistica della fotografia. Ricerca visiva che è proseguita nel 2014 con “Incuria hominis” e con la partecipazione ad “Etra”. Si tratta di esperienze in cui è ancora forte la suggestione del reportage e della denuncia sociale. Poi, nel settembre 2015, “Metamorphosi”. Nomen omen. Perché questa collezione di scatti, allestita nell’ex Palazzo delle Poste a Bari, ne ha segnato l’ingresso nel mondo dell’Arte.

Il tema è classico, le periferie. Ma le opere presentate non sono la solita osservazione delle aree urbane. Sono luce studiata, colore, segno iperrealista. Spazio, scandito da linee orizzontali, non aggettanti, che includono lo spettatore. Silenzio avvolgente che invita alla memoria. Smarrimento, nell’ombra di alcune strutture proiettata in metafisiche angolazioni. L’indagine visiva nelle periferie di Bari diventa un viaggio dentro una delle tante dimensioni umane. La presenza umana non è nelle poche tracce delle auto, dei panni stesi, nelle minuscole e rare figure in movimento. E’ nell’assenza. Il paradosso dell’assenza è nei luoghi, o non-luoghi, offerti agli occhi dello spettatore e diventa una proposta di lettura delle immagini stesse. Non più con gli occhi ma con la mente. L’umanità è “dentro” le facciate dei palazzi, di Poggiofranco come del San Paolo, o nelle strade vuote.

Presentata prepotentemente quale visione. Di persone, di famiglie, di vicende, di condizioni esistenziali. Così l’immagine si fa racconto. Perché tutte le strutture visualizzate raccontano la realtà intima della vicenda umana, colta nel momento di diastole. “Ronzante pausa in cui la vita tace”, scriveva Pasolini. Al nitore formale delle linee e dei colori si sovrappone quello che la nostra mente “vede”, della scena offerta. Aggiungendo la nostra vicenda, la nostra memoria, la nostra condizione emotiva. Così, sarà ogni volta diverso quello che vedremo nella singola immagine. Che quindi è opera “aperta”. Diventerà nostra sempre in modo diverso, a seconda delle visioni che la mente e la memoria ogni volta evocheranno.

Nel 2016 con “Tracce” (Mola di Bari, Palazzo Roberti) prosegue l’evoluzione artistica di Alessandro Capurso. Sul piano puramente formale la novità è nel colore. Questa volta non più nitido e saturo ma tenue, di tonalità quasi uniformi al punto da rendere un “unicum”, un carattere cromatico dominante, declinato in sfumature che consentono la percezione delle forme, per linee che rispettano la personalità dell’artista, ampie ed orizzontali. Inclusive. Linee accoglienti, che orientano all’introspezione e la favoriscono. Perché al centro dell’indagine visiva restano i temi dell’umanità. Dell’essere. “Tracce” invita a riflettere sulla possibilità di doversi confrontare con l’io altro che abita nella consapevolezza di sé. Nella visione non iconica e non ostentata della propria esistenza, quella visione che ricacciamo indietro quando qualcosa, o qualcuno,  ce la ricorda. Ma che ritornerà ogni volta, fino a quando non faremo i conti con essa.

La visione di quell’altro da sé che non sempre vogliamo accettare. La visione di condizioni esistenziali alternative alla nostra. Di un noi stessi che avremmo potuto essere, per scelta o destino. Ma che non siamo stati, e non siamo. Ce lo ripropone Capurso, con immagini spiazzanti nella semplicità delle linee.

Piani orizzontali ormai ricorrenti nella sua poetica visiva, che accolgono tracce di quella vita altra, o meglio di quell’altra visione della vita che richiama in questi scatti il neorealismo italiano. C’è la lezione di Ugo Mulas in quella bicicletta che va, spinta dalla quotidiana abitudine. O nella coppia di anziani che si lascia alle spalle la panchina vuota per affacciarsi alla ringhiera del mare. Lontani dall’obiettivo, paralleli, un po’ distanti tra loro. Ma se ne coglie il pensiero, l’unità. Forse la rassegnazione. Davanti al mare calmo sovrastato dalle nuvole. Davanti allo stupore dell’artista. Che è ancor più tale perché esprime ancor di più la capacità di stupirsi.

La condizione esistenziale che Capurso coglie e presenta reca intatte le tracce di una umanità lontana dalle polimeriche chimere della televisione, o dell’omologazione sociale. Sono immagini in cui si sente prepotente il desiderio di entrare. Per restare ore a guardare il mare e le nuvole, o la panchina vuota. Per cercare una verità che ci sfugge. Oppure la strada che, stupendamente orizzontale, delinea il contorno basso delle foto. Aspettativa di novità, forse troppo a lungo ed invano desiderata. 

La strada che sarà il tema della prossima collezione di Capurso, frutto di applicazione e di studio. Tracce è un momento importante per l’artista, che dopo aver assorbito la lezione della metafisica, qui si misura con lezioni altrettanto importanti della storia dell’arte. Minimalismo? Senza dubbio, ma anche realismo.

Sullo sfondo, la suggestione del risalto dolce e malinconico dell’opera dell’uomo, che fu di Luigi Ghirri. Nel molo, nelle panchine, nella torretta di segnalazione. Ancora opere aperte, perché lo spettatore entri con la “sua” verità. Cose “indicate nel modo in cui chiedono di essere viste”, come scrisse Celati a proposito dello stesso Ghirri. Parole che si possono prendere in prestito per “Tracce”. Una realtà presentata nel modo in cui chiede di essere vista.

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