Delitti e veleni nel “Mare nero” di Gabriella Genisi

di Giuseppe Scaglione

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“Tutte le stazioni si assomigliano tra loro. Almeno in Italia”. È l’incipit di “Mare nero”, il nuovo libro fresco di stampa della scrittrice barese Gabriella Genisi, edito da Sonzogno. Più avanti un capitolo inizia: “Ogni mattina mi sveglio e guardo il mare, prim’ancora di prendere il caffè. Nelle città senza mare chissà dove va la gente a far riposare i pensieri”. Già dalle prime pagine si intuiscono novità, nella sua scrittura. Continuando a leggere se ne ha la conferma. La direzione in cui il tono narrativo si è evoluto consiste nella sintesi di due caratteri distinti e complementari. La visione ed il linguaggio. In realtà il suo percorso letterario ci ha sempre presentato molte immagini, evocative di precise memorie ed emozioni. Da subito, dai primi lavori. Poi, in “Spaghetti all’assassina”, la visione si era fatta ancor più personale e originale. Sullo sfondo, il bozzetto di una Bari che ad ogni pagina avvolge il lettore con la sua luce eternamente primaverile e fa sentire familiare e sconosciuta, al tempo stesso, la città. Anche ai baresi. Perché Gabriella sa trovare e descrivere l’ora magica in cui le strade, il porto, le piazze, si animano di una vita diversa dal levantino scorrere del tempo.

In “Mare nero” la visione si arricchisce di aspetti e contenuti inquietanti. Pur nello stile consueto della scrittrice, in cui la levità è un paradigma irrinunciabile. Ma alcune scene sono di una profondità tale da toccare le corde più intime dell’anima. L’atmosfera descrittiva del porto della città, per esempio. Questa inquietudine è figlia di una novità. Il dipanarsi della passione civile, la tutela dell’ambiente, dentro il romanzo. La denuncia per il mare violato. Così, tutte le immagini che il libro presenta sono permeate di sdegno e di tristezza, per le giovani vite stroncate e per le ferite gravissime inferte al mare. Che nel cuore è ancora azzurro e palpitante, ma nella ragione è nero di morte e di veleni. Il Commissario Lolita Lobosco della Questura di Bari, parto della fantasia letteraria di Gabriella, lotterà contro tutti, superiori compresi, per svelare la mano che ha dato la morte e sparso veleni nel mare di Puglia.

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Splendida in “Mare nero”, e merita un pensiero a parte, la narrazione della subacquea dei relitti. La descrizione dei palpiti e delle emozioni, fatta davvero con l’anima. Cogliendo esattamente i brividi e le sfide che quanti praticano quest’attività estrema ben conoscono. E riconoscono nel libro. Ancora, immagini rese puntualmente con parole nate da una tavolozza ricca di colori. 

Poi c’è il linguaggio. Quel lavoro di contaminazione della lingua col dialetto, iniziato nel 2010 con “La circonferenza delle arance” e il personaggio di Lolita Lobosco, in “Mare nero” ha raggiunto il suo perfetto equilibrio. La Genisi è stata autorevolmente definita “la Camilleri pugliese”, ed è una affermazione che non contraddiremo. Ma il vernacolo barese non è una lingua madre, come invece il siciliano al quale attinge a piene mani Andrea Camilleri. Quindi è diverso, e più complesso, orientare la scrittura all’inclusione di questo vernacolo, che ha il suo tratto distintivo nel fonema. Molto meno nel lessema, per le troppe derivazioni latine, arabe, slave, croate, francesi, spagnole, né si può lavorare su una sintassi autonoma, nell’uso murattiano inesistente. Allora è necessario trovare un codice diverso. Agire sulla morfologia. Modificarla. Per esempio congiungere le parole. Quei “Giovannimio” o “ecchettidevodire” sono in realtà il parlato, la koinè in uso alla città murattiana, che nella pronuncia e nell’espressione spesso si basa sull’unione di morfemi. Discorso a parte è il vernacolo del borgo antico, che la Genisi accortamente non prende neppure in considerazione. Non avrebbe senso, in un romanzo, perché non è mai uscito all’esterno del perimetro di “Barivecchia”.

Ne sortisce un periodare frizzante, ammiccante, colorito, limpido. Coerente ai personaggi, sui quali apre un lavoro di indagine psicologica straordinario, perché le bastano poche parole per definire il profilo esistenziale di un tipo umano, e il suo carattere. Oppure una sua qualità distintiva. Poche pennellate, si direbbe meglio. Anche in questo libro sono moltissimi i riferimenti letterari. A ricordarci che, prima ancora di essere scrittrice, la Genisi è stata ed è una lettrice instancabile. Ci sono note e citazioni che possono aderire ai personaggi dei tanti Autori, oppure all’inverso rimarcare il paradosso. Come nel nome stesso della protagonista, Lolita. L’esatto contrario della ninfetta raccontata da Nabokov sessant’anni fa e ripresa dopo qualche anno da Stanley Kubrick nell’interpretazione di Sue Lyon. Lolita Lobosco, Commissario di Polizia, anzi ormai Questore, è infatti l’emblema della femminilità rotonda e mediterranea. Morbida di forme e vivida di passioni. Timida e determinata. Fragile e malinconica quanto volitiva e caparbia. Donna in carriera, inconsapevole, non disposta ad alcun compromesso. Donna per natura e per scelta. Femmina.

Ma la novità più importante, che anima tutta la seconda parte del libro, è una chiave di lettura dei reati ambientali. Resa con lo stile del migliore giornalismo d’inchiesta. Potente come la tradizione degli anni settanta ed ottanta, poi sopita nel giornalismo più addomesticato che ne seguì. Stile che la Genisi riprende, ne rilancia il carattere, lo reinterpreta nella sintesi tra fantasia letteraria e, purtroppo, realtà. Dubbi dirompenti che graffiano chi legge. I veleni che giacciono nel mare di Puglia. Quel mare che i più vedono come fonte di Pil. Oppure soltanto come svago, romantica icona di felicità. Che invece è devastato dal malaffare, dalle speculazioni, dalla corruzione, dall’ingordigia senza scrupoli che arriva al punto di uccidere. Una discarica di sostanze tossiche. Nell’indifferenza passiva dei pugliesi e, forse, delle autorità.

Qui non si può e non si vuole descrivere più di tanto questa parte del libro. Bisogna leggerla. Ne vale assolutamente la pena. Apre scenari inquietanti dei quali dovremmo essere tutti più consapevoli. Dopo la lettura di “Mare nero” avremo una visione del mare diversa. Più vera. E forse diverse aspettative verso chi è preposto al suo presidio. Neppure si dirà qui la trama. Solo che si tratta di una storia che dalla morte apparentemente accidentale fa risalire al delitto passionale, e poi a scenari molto più intrecciati e complessi. È vero, la distinzione dei generi letterari si è fatta labile e la produzione di Gabriella Genisi ne è un esempio, però “Mare nero” è pur sempre un giallo. Non bisogna privare il lettore del piacere di scoprire leggendo. Gli ingredienti del giallo ci sono tutti. La morte, il mistero, l’indagine. Le difficoltà dell’investigatore dentro la macchina amministrativa inquirente, la sua caparbia determinazione alla verità, il finale decisamente a sorpresa, spiazzante.

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