Nicola Vacca. Il genio e la parola.

di Giuseppe Scaglione

Il Novecento ha segnato una svolta, non solo nella Storia. Da Platone agli Illuministi l’Umanità aveva abbandonato la dimensione del “mito” per eleggere al centro dell’attenzione l’idea. La ragione. Ogni tentativo di spiegare l’inspiegabile era demandato al soprannaturale. Alla religiosità, laica o confessionale. Come tale oggetto di culto, di fede, oppure di agnosticismo. Il secolo scorso recupera invece questa dimensione che va oltre il razionale ed affida all’Arte il compito di sostituire l’immagine con la “visione”, generando le Avanguardie storiche. Ed alla Poesia quello di ricercare con la parola visioni e verità che la scrittura non può raccontare. Emerge quindi una produzione di versi altrettanto vasta e contraddittoria, che le antologie omologano seguendo la cosiddetta “cultura dominante”.

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È questo il Novecento in cui si immerge Nicola Vacca, critico letterario sensibile e raffinato quanto audace e graffiante, con il suo libro “Vite colme di versi” (Galaad Edizioni, 2016). Un libro coraggioso e geniale. Che prescinde dai canoni stilistici e dalle appartenenze. Per andare senza esitazioni “dentro” i profili di quei Poeti che nel “secolo breve”, come lo definì lo storico Hobsbawm, hanno percorso le strade più impervie e disagevoli della parola. Vacca esplora, indaga, scava, scopre, riscopre. Fino ad individuare e disegnare una declinazione del Novecento il cui mood redime tutte le contraddizioni, le incertezze, le omologazioni “ufficiali”. Che rimuove l’agnosticismo, nel senso della mascherata rinuncia a cercare le verità esistenziali. Magari proclamandola, questa ricerca, ma di fatto disinteressandosene per ossequiare vantaggi editoriali. Quindi Vacca con questo libro, e già prima con “Sguardi dal Novecento” edito sempre da Galaad nel 2014, compie in qualche modo un atto di giustizia, perché no. Va infatti ad illuminare figure di Poeti che della parola hanno fatto ricerca della verità, fino a consumare la propria esistenza. Fino al doloroso impatto del verso con la propria anima già dolente. Poeti a volte riconosciuti, altre ignorati o, peggio, emarginati da un’editoria ormai conforme alle veline del potere. Ma questo libro è anche un atto d’amore, per il Secolo e per la Poesia.

Nicola Vacca scrive senza polemica, o meglio con una polemica che in realtà è icastica asserzione. Non cerca il dibattito. Neppure lo scontro. Né semplicemente esclude autori “nazionalpopolari” proni e funzionali a “sistemi” di potere. Politico, ma anche “editoriale”. Sceglie invece di presentare, quali pilastri di quel mood, ventidue Autori, di cui dodici italiani.

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Su tutti, l’alito di un verso che evoca la stessa disperata ricerca della verità. Bigongiari, Calogero, Cacciatore, in cui il pensiero è la linea dell’indagine poetica, nitido e potente. Dario Bellezza e Dino Campana, espressione di quanto il genio sia scandalo né può essere altro. Erba e Caproni, per i quali Vacca pennella riflessioni che evocano la metafisica e il paradosso. Ungaretti, padre nobile di generazioni di poeti, giunto ad un passo dalla definizione di eternità. Ed altri ancora.

Tra gli stranieri spicca la figura di Nika Turbina, ignota ai più, che nel libro viene presentata come la “poetessa bambina” la cui parola, scrive Vacca, “…non finge, ma si schianta sulla pagina per svegliare quell’inquietudine dentro la quale si nasconde la verità”. Altra menzione merita il tratteggio di Paul Celan e Jacques Prévert.

Il libro si discosta dal clima delle antologie e forse anche della stessa critica letteraria. È una visione, o meglio un cammino colmo di visioni in cui il costante rimando ai temi dell’esistenza testimonia di una cultura profonda quanto vissuta. Di una frequentazione assidua dell’arte e della musica. L’Autore a volte rifiuta, nella conversazione, l’etichetta di intellettuale. Però lo è. In tutto e per tutto. Ancor più per l’assoluta indipendenza e libertà, che a volte gli prendono la mano. Ma non se ne dispiace, anzi. È orgoglioso di essere un critico letterario scomodo e dissacrante, assolutamente privo di timore reverenziale verso chicchessia, inclusi grandi personaggi della cultura italiana che, nonostante questo, gli riservano affetto.

È un libro scritto da un poeta. Perché Nicola Vacca prima di tutto è poeta. Non solo per quell’esigenza di libertà che gli è propria e che solo un foglio bianco, una tela bianca o uno spazio vuoto e silenzioso possono rendere. Lo è perché, come il grande Ungaretti che considera quale proprio maestro, scrive per definire l’indefinibile. Un poeta che, con la silloge “Luce Nera”, ha vinto nel 2016 il Premio Camaiore.

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