A Roma la Quadriennale dei curatori: 99 artisti italiani sopra la linea gotica.

di Pietro Marino

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È tornata dopo otto anni di assenza e parecchi più di tormenti, la Quadriennale di Roma. Con opere recenti di  99 artisti presentati da 11 curatori giovani, in 10 sezioni tematiche dentro il Palazzo delle Esposizioni, sua sede storica. È la sedicesima edizione, e secondo la sua missione istituzionale dovrebbe rappresentare lo stato dell’arte in Italia. Ma la nuova formula non lo consente. Propone piuttosto interessanti  temi di riflessione su “altri tempi, altri miti” (titolo della rassegna), affidati a critici-curatori che sono i veri protagonisti. Registi che convocano gli artisti come interpreti  più o meno adeguati alle loro narrazioni, attingendo al cast più vicino alla loro generazione, gli autori emersi dalla seconda metà dei Novanta, col rinforzo di qualche guest star. E poiché il sistema dell’arte nel quale operano sta tutto da Roma in su, ecco che si delinea una linea gotica che esclude quel che avviene al Sud, se non emigra al Nord.

Dentro queste premesse si può tentare di  leggere il percorso espositivo, superando la prima impressione di affollamento e smarrimento, a stento corretta dalla disposizione ieratica delle sale neoclassiche. Può darsi che il panorama si offra con più fredda evidenza senza le folle del giorno inaugurale e al netto dei colpi di teatro delle performances: Ninetto Davoli ex attore pasoliniano in smoking che bacia la mano delle signore, l’apollineo ragazzo nudo che ritaglia immagini di arte classica e le getta per terra (Maloberti),  il militare in tuta mimetica che fa zapping televisivo sdraiato su un divano (Alterazioni Video), le danzatrici acrobatiche su pattini a rotelle (Marinella Senatore), le apparizioni misteriche al tavolino di Chiara Fumai, il coro di hackers di Valentina Vetturi…  Accenti di arte performativa che assumono esplicita forma processuale nel progetto “Lo stato delle cose” di Marta Papini, con rotazione nel tempo di 7 artisti (fra cui Yuri Ancarani, Alberto Tadiello) e di 7 eventi.  La più affollata  sezione è “Cyphoria” dove Domenico Quaranta raccoglie vistose prove di contaminazioni tecno e post-pop (il collettivo Alterazioni Video, Marco Strappato, Quayola). Tutt’al contrario, Simone Frangi svuota concettualmente il suo spazio per  una “Orestiade italiana”: complessa riflessione sul multiculturalismo come contraddittoria forma di colonialismo occidentale,  ispirata da una ricerca 1970 di Pasolini in Africa e tradotta in grandi diagrammi a parete di improbabile lettura.  Fra simili estremi, le altre sale sembrano svolgere e spesso intricare fili sottili con tutti i mezzi linguistici. È diffuso un sentimento esistenziale di precarietà e frammentazione nel quale affiorano schegge e ombre del passato, ricordi residuali.  “Esercizi di sottrazione” addirittura, chiedono Simone Ciglia e Luigia Lonardelli (nativa di Bari, 34 anni) in una compatta sezione con artisti collaudati come Airò, Rosa Barba, Pietroiusti, Vitone, Trevisani e l’evergreen quasi centenario Gianfranco Baruchello. Oppure raffinatezze d’ archeologia del contemporaneo da  Luca Lo Pinto (con Gamper, Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò , Ra Di Martino, anche qui col recupero di un maestro, Emilio Villa). Cristiana Perrella – curatrice di più lungo corso – allinea giochi di scambi visivi con Lara Favaretto, Gamper, Maloberti  e l’onnipresente Vezzoli  che si autoritrae in scultura come Apollo che uccide Marsia. Invece Denis Viva accoglie apparizioni minimaliste, “periferiche”, in una sezione in cui figura anche Christiane Loeher,  la tedesca che vive a Prato vincitrice del premio Pascali 2016. E Giulia Piscitelli, unica napoletana che a Napoli ci vive, anche. Stucchevoli  le variazioni sul tema del “ritratto” proposte con qualche astuzia da Michele D’Aurizio in un gruppone che elegge Alberto Garutti e Carol Rama a capifila storici. Vi è compreso il tarantino di Milano Massimo Grimaldi con smangiati “autoritratti” eseguiti con ipad.  Un’altra linea dichiara inquietudini più rivolte a situazioni politiche e sociali, quasi sempre bisognose di nutrirsi di storie dimenticate o di giustificarsi con affondi in memorie antropologiche. Esemplare l’ampia sezione curata da Matteo Lucchetti con emergenze del paesaggio antropico dell’Italia “post-rurale”. La molfettese Rossella Biscotti ora nei Paesi Bassi evoca mappe di antiche migrazioni mediterranee. Il barese Nico Angiuli attivo “fra Bari e Tirana” lavora su Cerignola nel passaggio dalle occupazioni di terre ai tempi di Di Vittorio agli “schiavi” extracomunitari di oggi. Il leccese a Bruxelles Luigi Coppola cita con video e stendardi l’esperienza di un “parco di frutti minori” in corso a Corigliano d’Otranto. La già citata barese d’elezione Valentina Vetturi, per ora a Ginevra, stende insegne luminose che riportano frasi di hacker. Nella sezione di Luigi Fassi la partenza sul sociale italiano è data dalle osservazioni di Tocqueville sulla democrazia americana: i fratelli De Serio indagano su una baraccopoli torinese e Nicolò De Giorgis su comunità islamiche a Treviso. Si delinea così un paesaggio dignitosamente sofferto, con scarti e ondulazioni ma senza picchi. Un’arte vagante in fondovalli con poche vie di fuga, in un presente d’incertezze  vissuto da artisti maturamente connessi  alla cultura del contemporaneo europeo, ma con minore spinta creativa. Senza illusione di futuro. Una generazione (suggerisce un titolo in mostra) che, come lo scrivano Bartleby di Melville,  “preferirebbe di no”. Con buona pace di Renzi.

(articolo tratto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 26 ottobre 2016, riproduzione autorizzata dall’Autore)

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