Mario Desiati racconta il “Candore” dei vinti.

di Giuseppe Scaglione

candore

Un provinciale a Roma, l’ossessione del sesso, le donne.

Ingredienti che richiamano le atmosfere “anni cinquanta” che già Vitaliano Brancati elevò a letteratura in “Paolo il caldo”, incarnando nella figura dell’antieroe Paolo il simbolo vacuo del “gallismo” italiota. Mario Desiati utilizza questi stessi ingredienti per il racconto di un vinto, un perdente, perché è questo “Candore”.

È un libro in cui la scrittura e la gestione del tono narrativo ribadiscono, se mai ve ne fosse bisogno, la caratura dello scrittore. Intanto nel presentare Roma non più sullo sfondo ma dentro le vicende. Ne fa un personaggio. La Roma dei quartieri periferici, degli edifici degradati, della stazione Termini, dei locali a luci rosse. Un contesto di mediocrità squallida in cui si muovono, appunto, figure squallide e mediocri. Ma un contesto vivo. Di un vitalismo che, se pur richiama tratteggi pasoliniani, a differenza di questi non presenta traccia di una adesione emotiva dell’autore.

Emotività che si rivela invece nel disegno dolce e ironico, al limite dell’indulgenza, di Martino Bux. Il protagonista, salentino di origini albanesi che sbarca nella capitale per frequentare l’Università. Ma sarà un default. Annunciato già in esordio dal tono della scrittura, che incolla al personaggio quella malinconia, gioiosa ma pur sempre malinconia, che lo accompagnerà poi per tutto il romanzo.

L’incipit è straordinario.

Le amavo tutte. Cominciai guardando le eroine della Golden Age, che non prendevano neanche un caffè senza tenere addosso pizzi, veli e corpetti. Mi crogiolavo nei dettagli, gli anelli alle mani, la tensione di una caviglia sui tacchi alti, la grana del nylon in una calza scesa. Di un film porno amavo la contrattazione che precedeva l’incontro («Te la senti, ragazza? Ma sai quanti sono?»), l’improbabile seduzione a cui sarebbe seguito il sesso. Al momento della penetrazione ero già andato via.”

Martino è inconsapevole, del vizio come della redenzione, così approccia la pornografia con una declinazione onirica dalla quale cerca di estrapolare paradigmi assoluti, quando per esempio accompagna una pornostar a provare un abito da sposa. Questa scena è in realtà la chiave del libro. La sintesi di romanticismo e pornografia che solo un “perdente” come Martino è capace di compiere. Per lui la pornografia è come la smania di un bambino, allegoria di altre smanie infantili che la società postmoderna, liquida per dirla con Zygmunt Bauman, cova al suo interno e che la porteranno ad implodere se non saprà darsi un futuro.

Desiati ne risolve la scabrosità con una declinazione letteraria che nella descrizione puntuale della mercificazione della donna, che traccia senza pruderie né ammiccamenti, riserva la redenzione ai soli personaggi femminili. Sono solo donne le figure che nel romanzo cercano il riscatto, gli uomini restano vili e cialtroni, “la specie peggiore, l’italiano che vende la donna e bacia la croce”.

Leggendo Candore sono tornate alla mente le abusate parole  “…di rara e raffinata sensibilità…” con le quali spesso ancora oggi si incensano gli intellettuali. Bene, Mario Desiati di rara e raffinata sensibilità lo è davvero.

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Anche in questo libro il linguaggio è usato con genialità. Generando immagini ed evocando visioni. Ci sono tracce di spazi metafisici, di cromie impressioniste, di scenari surreali, di materia povera ed informale, di palpiti espressionisti. 

le ombre appuntite della controra”,

“Mi parevano tutte bellissime, con la pelle candida ed elastica, se erano anziane ne studiavo la bellezza che avevano avuto anche un solo giorno nella vita, impressa negli occhi o nel modo di muoversi e restare in piedi nella canea del bus.”,

“La testa era un sacchetto di risate e frasi nette.”,

“Quella sera di neve e ghiaccio scivolavo lungo il vialone che abbracciava Villa Gordini. Il nulla che si era fatto silenzio aveva avvolto ogni cosa in un’ansa di spettrale attesa.”

“ … i brandelli di vestiti che gli accattoni avevano lascito per strada vicino alle cabine elettriche erano soltanto drappi di fantasmi svaniti all’alba.”

Molte recensioni hanno trattato Candore, ma di questo libro si può affermare con certezza che nessuna recensione potrà mai ricomprenderne interamente i profili. Bisogna leggerlo, per trovare quel Martino e quella Roma che abitano in ognuno di noi.

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