Quando il silenzio è l’urlo della terra.

di Giuseppe Scaglione

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Nell’ex Palazzo delle Poste in Piazza Cesare Battisti a Bari, dal 3 aprile è in corso la mostra «Silent Landscapes – Visioni a confronto», che espone scatti di Adriano Nicoletti e Mario Brambilla e resterà aperta sino al 14 aprile. Il curatore è Pio Meledandri, già Direttore del Museo della Fotografia al Politecnico di Bari, interessante fotografo egli stesso e figura di riferimento per le esperienze di fotografia artistica che si muovono nel territorio, capace di intercettare e selezionare con passione e competenza quella produzione che, per qualità e valore ontologico, meglio rappresenta questa declinazione dell’Arte. In “Silent Landscapes” conferma indubbie doti di sintesi avendo realizzato un intreccio coerente tra i differenti linguaggi visivi, le cromie e i profili esperienziali dei due protagonisti, il tutto fuso con le linee tematiche che in prima persona, quale curatore, ha voluto esplorare.

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In realtà nelle mostre d’Arte non è usuale che un curatore riesca ad esprimere così a fondo se stesso senza prevaricare in alcun modo le poetiche visive di chi espone. Anzi recenti esperienze, anche di rilevanza nazionale come la Quadriennale di Roma, raccontano scenari in cui la dominanza dei curatori si avverte in modo netto, oppure altre ancora in cui al contrario il ruolo si risolve in una funzione notarile.

Già questo equilibrio è un punto di forza della mostra. L’altro è aver generato visioni, non soltanto immagini. Aver creato, partendo da queste, una verità, una realtà artistica che va molto oltre la realtà fisica, meramente naturalistica. Perché, come lo stesso Meledandri ha affermato nella sua presentazione al vernissage, “la fotografia non ha niente a che fare con la realtà”. Ed è in questo che si sostanzia il paradigma della contemporaneità. Il bisogno di non limitarsi a raccontare la realtà ma piuttosto crearne una diversa, superiore. Che superi cioè la verità degli occhi, dell’immagine, per raggiungere la verità della mente, o dell’anima. In questi scatti, quindi, la verità del silenzio. Ed è attraverso il silenzio che quei paesaggi si esprimono evocando miti e suggestioni che i colori e le forme invitano ad approcciare.

Il tema stesso, i paesaggi silenziosi, è di perentoria attualità. Le arti visive e la poesia, che hanno il compito non solo di segnare i tempi ma anche di precorrerli, nella dimensione contemporanea sono alla ricerca di una via d’uscita dalle secche del postmoderno, attraversando la società liquida con proposte di modelli esistenziali alternativi. Il recupero del mito, per alcuni. La riscoperta di valori collettivi, per altri. La ricerca di una individualità che partendo sì dall’introspezione generi però una visione della vita, e di se stessi, che non sia esclusivamente contemplativa, ma consapevole e relazionale, per altri ancora. La verità della condizione umana. In questo senso  il silenzio rappresenta la forza rigeneratrice che conduce a quella verità.

Negli scatti di Nicoletti il silenzio è la catarsi. Le spiagge e i luoghi del Salento sono fotografati fuori dalla stagione turistica, quando è cessata la “battaglia”, come è definita la stagione balneare. Ovvero, per continuare con le sue parole, quando la “terra svenduta al mercato” si mostra “senza trucco”. Allora nelle immagini dell’artista parabitano c’è la “visione” della verità di quei luoghi, che lo spettatore avverte prepotentemente, per come è proposta, per come è amata, per come è vissuta dall’autore. Durante la mostra è disponibile il libro fotografico “Finibus terrae”, dello stesso Nicoletti, il cui esergo è tratto dai versi di Bodini: “…e tornerà / il bianco per un attimo a brillare / della calce, regina arsa e concreta / di questi umili luoghi dove termini, / meschinamente, Italia, in poca rissa / d’acque ai piedi d’un faro.” Quindi terra di confine, limes. Ma anche terra di silenzi e di vento, limbo di bellezza che da “finibus terrae”, e forse proprio perché tale, può invece diventare luogo di inizio per nuove condizioni esistenziali. Il rapporto tra uomo e natura è al centro dell’indagine visiva di Nicoletti, che evolve rifacendosi alla lezione di Ghirri, nel modo di strutturare le opere dell’uomo dentro gli scenari naturali, e di Fontana, nel privilegiare le linee orizzontali.

Per Brambilla il silenzio è una aggettivazione metafisica. Nella cromatica autunnale delle faggete del Gargano, come nel bianco imponente del Pizzomunno svettante dalla sabbia, si distende la diastole della terra, ad evocare il mito classico delle ninfe o quello omerico degli eroi achei tramutati in gabbiani. È forte l’adesione emotiva dell’artista e traspare senza alcun filtro nella declinazione poetica delle immagini, che diventano visioni liriche di quanto c’è di leggenda, di trascendenza, di spiritualità nell’approdo introspettivo che propongono, coniugato al silenzio come linguaggio assoluto. Empatia che diventa la strada per legare il mito e la storia al vissuto personale dell’artista, che in uno degli scatti è esplicitata proprio con l’immagine di un sentiero nel bosco. Brambilla è bravo a vincere la tentazione della fiaba ma anche la deriva dell’Arcadia, proponendo il rapporto tra l’uomo e la natura comunque fuori da banali e rassicuranti schemi. La natura pone domande alle quali non è facile rispondere, ed a volte è solo nel silenzio la risposta.

Per entrambi gli artisti, ed è la cosa che li accomuna più di ogni altra e che senza dubbio ha indotto il curatore a metterli a confronto, il silenzio non è un semplice fenomeno, è un noumeno e va oltre l’esperienza umana e terrena, quale categoria di valore che permea di sé le visioni che la mostra stessa propone. Perché l’arte in estrema sintesi è un codice comunicativo: se non contiene un messaggio, un valore da trasferire, una verità da richiamare e da proporre, o riproporre, perde di vista la sua stessa funzione, si snatura in un banale esercizio estetico e stilistico.

“Silent landscapes” contiene molte verità, alludendo al complesso rapporto tra l’uomo e il territorio le richiama tutte coinvolgendo, attraverso una proposta di introspezione, il vissuto dello spettatore.

 

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