Alberto Pellegatta, una “Ipotesi di felicità”

di Vittorino Curci

 

 

Oltre la quiete apparente di una lingua semplice e di una sintassi ridotta all’essenziale, la poesia di Alberto Pellegatta vive di scatti fulminei e accelerazioni che tendono alla vertigine. Già il titolo del suo primo libro, Mattinata larga (LietoColle 2002), offriva al lettore un momento di pace, una sosta scandita da ben cinque “a”, dietro cui però fermentavano ansie e gioie giovanili indagate “con una lingua attenta, stupita” che “si versa nella gola come un prodigio”. Maurizio Cucchi giustamente notava una chiara vocazione poetica e una inconsueta (per un poeta di soli ventitré anni) mancanza di influenze tanto da rendere “difficile trovargli ascendenze o inquadrarlo in qualche modo”.

Dopo essere approdato nel 2011 nella collezione Lo Specchio di Mondadori con la plaquette L’ombra della salute (in cui il suo percorso poetico si arricchiva di spunti e riferimenti alla pittura, alla filosofia e alle scienze, con versi indimenticati come: “Ma adesso, l’attimo presente, è la capitale del Tempo”), l’ancor giovane poeta milanese ritorna oggi nella prestigiosa collana di poesia di Segrate – recentemente oggetto di uno dei migliori restyling della sua lunga storia – con un’opera ben costruita e matura, fatta di testi precisi che non di rado raggiungono esiti ragguardevoli come lo sono, per esempio, i nove componimenti in prosa inclusi nella sezione “Zoologiche”.

Con  Ipotesi di felicità Alberto Pellegatta si conferma come uno dei migliori poeti della sua generazione – una generazione prolifica di autori di talento come Silvia Caratti, Andrea Ponso, Lorenzo Chiuchiù, Tiziana Cera Rosco, Roberto Bacchetta, Alfonso Guida, Francesca Moccia, Gian Maria Annovi, Fabrizio Bernini, Florinda Fusco, Stelvio Di Spigno, Lorenzo Caschetta, Domenico Brancale, Francesca Serragnoli, Isabella Leardini e altri ancora, anagraficamente uniti dal fatto di essere tutti nati negli anni ’70 ma con caratteristiche e percorsi molto diversi tra loro.

Nel caso specifico di Pellegatta il dato che balza subito agli occhi è l’originalità del linguaggio. Nel nitore dei suoi versi la parola poetica scavalca analogie somiglianze e ogni fattispecie di correlativi oggettivi e simili, per cercare una zona fragile dell’anima, un punto di rottura da cui fissare con mitezza e stupore quella relazione assoluta che lega il poeta al mondo. È la poesia stessa, con un brivido inatteso, con una “scossa gelida” – tanto per citare Sylvia Plath – a fissare le regole di un gioco che punta a farti scoprire “un nuovo modo di essere felice”. Il poeta non può che sottomettersi alle rigorose leggi della poesia così come fa quello stranissimo alce che, “al contrario della renna e dei crepuscolari, non ama i licheni. In sostanza, ha gli stessi gusti delle capre e degli avanguardisti. Non è paziente, trova sempre il modo di azzuffarsi, la sua poesia sopravvive al massimo tre settimane. Gli svedesi li ammaestravano al tiro, poi una legge ne proibì l’impiego «perché risulta impossibile l’inseguimento dei malfattori»”.

Per l’esiguo ma attentissimo pubblico della poesia, un libro da non perdere.

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