Nicola Vacca e la “Commedia ubriaca” del secolo.

di Giuseppe Scaglione

 

 

Era il 13 novembre del 2015 quando il cuore di Nicola Vacca iniziò a sanguinare. Per l’adorata Parigi dilaniata dal terrore, per i morti del Bataclan. Per la carne, intrisa di innocenza, profanata dalle pallottole e dall’esplosivo. Da allora il poeta pugliese regge il suo cuore con entrambe le mani, lo osserva mentre sgorgano fiotti di sangue e di emozione. Che gli bagnano l’anima. Perché, come ha scritto, è consapevole che “le più belle poesie d’amore si scrivono a Parigi”. E l’amore, l’infinito amore per la “sua” Parigi è in qualche modo soccorso e rianimato dal filosofo che alberga in lui. Per non impazzire di dolore. Per non morire. Per non piegarsi, lui che non è certo un uomo che si piega.

Il verso, ancora una volta nel suo cammino di poesia, taglia il bianco della pagina per aprire squarci di luce. Luce nera, come la definisce, che colpisce gli occhi, le menti, le coscienze. È il ruggito di un leone ferito, le parole sono i suoi artigli, protesi a ghermire la viltà. La barbarie, ma anche la colpevole indifferenza. Questo è “Commedia ubriaca” (Marco Saya Edizioni, 2017). Parole disagevoli che svettano alte sul fango della mediocrità, dell’inazione. L’elegia dell’impegno civile deprivato, chirurgicamente, della retorica e dell’illusione. Restituito a quella dignità che manca, nei più. Così il verso si erge, in splendida solitudine, a schiaffeggiare – ferocemente disgustato – la quotidiana rassegnazione, la cronaca, la banalità.

Il massacro è la regola / mentre cerchiamo la salvezza nelle eccezioni. / Tra zone di disagio e di ombre / la luce inciampa nelle ferite. / Le mani spaventate raccolgono / una cecità che non dona lumi / dalla terra infeconda in cui germoglia / il seme dell’orribile.

Sono versi tremendi, dai quali non si può fuggire. Viene amaramente da pensare all’ “automobile ruggente” dei futuristi, lanciata a corsa e il cui asse ideale dal volante attraversa la terra, simbolo di magnifiche sorti e progressive, che invece meschina si schianta, annientandosi, contro il muro della menzogna esistenziale.

La bugia che ci porta sulla bocca la speranza / ci annienterà per sempre. / Ai demoni non si mente / una è la verità: / siamo spacciati in un ammazzatoio.

Vacca al verso chiede, ottenendolo, lo schianto. Le sei sezioni di cui si compone la silloge sono altrettante deflagrazioni che lasciano la nostra coscienza sparpagliata, a brandelli, sui fogli. D’altronde è noto che Nicola, Premio Camaiore 2016 con Luce Nera e Menzione al Premio Montano 2017 con Commedia ubriaca, fa della poesia un formidabile strumento di provocazione. Emblema icastico e graffiante, ma onestamente autentico. La verità del verso, della parola, che accarezza l’ossimoro di un “niente che poi è tutto”. Icona di una condizione umana che è contraddizione tra iperuranio e cronaca. La cerca, questa contraddizione, con la caparbia determinazione di chi ne fa alimento, nella decostruzione del senso, per trovare quell’immane energia necessaria all’impatto. Si nutre di questa contraddizione per presentare una declinazione esistenziale che ci strappa di dosso la comoda corazza dell’accidia. Per questa ragione non si potrà mai compiutamente parlare di nichilismo, in Vacca. Neppure, però, di proposizione fideistica. Il senso del rischio e della deriva, ed il monito, sono connaturati alla sua poetica.

Siamo un mare di pagine / nelle parole che leggiamo / ma anche esistenze che si incontrano. / Siamo uomini e donne / che non sanno fare a meno dei libri / perché conoscere significa conoscersi / nell’appartenenza che dice tutto di noi. / Ogni parola che manchiamo / è una sconfitta per sempre.

In questi versi si dispiega con lucidità il senso stesso della Storia, quasi a risolversi nella trascrizione ampia e lirica delle parole di Braudel, “essere stati è una condizione per essere”. Quello che manca, che è del tutto assente, è la paura. Ogni componimento di Commedia ubriaca, ogni verso, ogni parola, altro non è che un sublime atto di coraggio. Amaro, a volte, ma pur sempre coraggio. Forse è proprio qui che il Vacca filosofo individua e disegna un cammino di redenzione, aspro ed impervio ma non impossibile. Nel coraggio. Del verso, della parola, ma anche e di più dell’impegno civile. Al quale il poeta non può sottrarsi. A chi altri mai è rivolto, se non a se stesso ed a tutti gli intellettuali veri o presunti, l’esergo di Cioran? “Poiché la commedia non concede intermezzi, tu non hai tempo di pregare, né dove trovare riposo dentro questo insensato fremito”. Quindi il poeta non può fermarsi al proscenio, la scena deve attraversarla tutta. Da lontano giunge l’eco della Lettera del veggente di Rimbaud. Ma né l’adesione emotiva alla Storia e neppure il coraggio di esistere convincono Vacca ad una visione rassicurante ed edulcorata. Resta vivissima la consapevolezza dell’estrema difficoltà dell’intellettuale di fronte al decadimento dei valori fondanti di una società civile. Una crisi di identità, soprattutto in termini di ruolo, che anche larga parte della cultura esprime. Cioè la perdita, dentro un mare di banalità artistiche e letterarie, di quell’intelligere profetico che dovrebbe rappresentarne invece il tratto distintivo.

Nell’attualità oscena delle cose / sono un testimone precario. / Nessuna certezza mi conforta / rubo vita a un esistere che si distrugge / e mi lascio andare a un mondo / che non è più uno spettacolo. / Lascio volentieri ai cretini dell’utopia / i colori pastello di una terra che non esiste. / Gli occhi sullo sfacelo bisogna tenerli aperti / altrimenti l’ennesima bugia ci ucciderà.

Commedia ubriaca guarda in faccia il Male e ne disegna il profilo. Ma certi riconoscimenti e certi premi nel mondo della poesia non si raggiungono solo con un significato ontologico importante o con la profonda pulsione emotiva del logos. Che pur ci sono, ma occorre di più. La Poesia è ritmo, musica, suono, stile. Ed ecco che Vacca sviluppa appunto uno stile linguistico che, pur strutturandosi su elementi della koinè, esprime rimandi e citazioni di indubbia ricchezza. Paradossalmente, rifiutando suggestioni estetizzanti nella scelta della singola parola, il linguaggio si dipana dentro un canovaccio poetico il cui nitore formale, dorico, sobrio, è esso stesso di una eleganza fuori discussione. Una scrittura il cui tono e il cui colore esprimono perfetta coerenza all’argomento ed al messaggio che esprime, così che dal ritmo lirico discendono immagini e visioni di grande forza e densità.

In case come tombe / sepolti dall’ego del tubo catodico / sputiamo rancori / riteniamo di essere sempre nel giusto. / Non consideriamo mai un’attenuante / in favore del dubbio. / Ci assolviamo / senza nessun appello per l’ascolto. / È ubriaca la commedia / che recitiamo da sobri / in un apparente stato di quiete.

In fondo è questa la lezione di Nicola Vacca. Nella commedia ubriaca del secolo non può esserci quiete.

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