Yvonne Cernò. Il mondo nelle foto.

di Giuseppe Scaglione

 

 

Si conclude il 12 ottobre la mostra fotografica “fratellinitalia”, una personale dell’artista Yvonne Cernò realizzata presso lo storico Fortino Sant’Antonio, a Bari. È una collezione di ritratti, declinati prevalentemente in primi piani, in bianconero. Volti di persone di etnie diverse che l’accoglienza ha stabilizzato in Italia, oppure in Italia ci sono nate.

Avvince la presentazione delle fotografie, ottimamente allestita dentro uno spazio non facile, proposte in un layout rotondo e denso di rimandi visivi. Vi sono ampie possibilità per lo spettatore di incrociare molteplici percorsi di lettura delle immagini, dettati di volta in volta dall’istinto, dall’empatia, finanche dalla casualità. Perché la mostra è un viaggio empaticamente circolare, affidato quasi interamente allo spessore emotivo di chi osserva ed alla sua capacità di dialogo con la prorompente sensibilità dell’artista. Alla cura ed al nitore formale dell’allestimento espositivo fa da sponda un catalogo altrettanto curato ed accogliente, che oltre alle immagini include uno scritto profondo e meditato di Pio Tarantini, una poetica riflessione di Carmelo Guido e la presentazione che Yvonne fa di se stessa. Apertamente e sinceramente. Perché senza mezzi termini riconosce di coltivare l’ambizioso desiderio di “avere tutto il mondo” nelle sue foto. Si può dire che la strada è quella giusta. Infatti “Anima mundi” potrebbe benissimo essere il titolo della mostra, se non fosse che l’antica locuzione platonica sia stata già troppo abusata come titolo di tantissime mostre ed eventi. Ma la sensazione che si ricava è quella. C’è, in queste immagini, la “visione” di un afflato universale che, travalicando tratti somatici e colore della pelle, ricomprende e descrive l’ampiezza delle sfumature emotive che rendono uguali tutti gli uomini del mondo.

Sul piano formale gli scatti risultano ricchi di forza, sia per la attenta gestione dell’ombra e della luce che per la scansione degli spazi tra il pieno e il vuoto nelle immagini ed ancora nel focus concettuale, quest’ultimo molto opportunamente quasi sempre collocato in posizione laterale. Nell’insieme, c’è la lezione di Salgado, in qualche modo. Ma nella dimensione contemporanea l’arte non è solo esercizio di tecnica e stile. Per la fotografia non è solo uno scatto formalmente buono. L’arte non è tale se non contiene un messaggio, se l’artista non ha “qualcosa da dire”. Allora questa mostra è arte, perché trasferisce nitidamente un ampio contenuto di valori. Nei quali ci si può o meno riconoscere, ma c’è. Non è un problema dell’artista e neppure del critico se chi osserva non “vede”, se vuole opporre un cuore duro ad un valore ontologico che va ben oltre l’orlo della commozione. Nella visione offerta e su di essa si distende un fortissimo pathos che si traduce in visione. Come se ogni volto rappresenti in realtà altri mille e più volti, una sorta di contenitore emotivo fatto di tutte le incertezze, le sofferenze, le speranze, i sentimenti che quelle storie personali esprimono. Infatti è assolutamente espressionista il segno grafico, evocativo di un inconscio collettivo nel quale anche lo spettatore, se vuole, diluisce il proprio.

L’indagine visiva, forse anche superando le stesse aspettative dell’artista, diventa patrimonio dello spettatore. Questo divenire è anch’esso un altro paradigma di contemporaneità.

Comunque è coraggioso affrontare un tema, ancorché delicatissimo, che risiede quasi stabilmente nella cronaca quotidiana. I migranti dividono il sentiment popolare sino agli estremi di un buonismo a prescindere, da un lato, o di un malcelato razzismo, dall’altro. Ma Yvonne non si cura di questo dualismo né della cronaca. Raggiunge piuttosto un’altra dicotomia, ben più seria. Il vero rovescio della medaglia, che poi è l’unico che ha valore. Il risultato, più o meno sostenuto da noi italiani, dell’accoglienza, dell’integrazione. Quindi a noi che siamo abituati alle immagini dei barconi, della sofferenza, della disperazione, della morte, insomma al crudo reportage, davanti al quale forse abbiamo fatto già il callo dell’indifferenza, a noi oppone l’altro lato, rappresentato dai volti di quelle e di quelli che – forse non sempre per nostro merito – ce l’hanno fatta. Sono ormai parte di quel meccanismo che chiamiamo Italia, ancora troppo in bilico tra la civile spinta alla coesione ed il disagio esistenziale della “liquida” società postmoderna. È qui che Yvonne dipana il significato profondo della mostra, il suo più importante messaggio. Con semplicità, a quel titolo “fratellinitalia” ci chiede di scegliere se abbinare un punto interrogativo oppure esclamativo. La risposta è negli occhi e nella mente di chi guarda.

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