Eternalove. A Ruvo di Puglia le declinazioni dell’amore.

di Giuseppe Scaglione

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A Ruvo di Puglia è in corso “Eternalove”, una interessante kermesse che vuole, come chiarisce il comunicato stampa, “rappresentare il tema dell’ Amore avvalendosi di differenti linguaggi interpretativi, puntando l’attenzione sull’importanza del ruolo educativo impartito dagli adulti“. L’evento si prefigge quindi di spiegare a tutto tondo il tema dell’amore “attraverso l’arte visiva e la divulgazione di messaggi sociali che vogliono portare alla riflessione sull’importanza che hanno gli adulti nel ruolo di  “dispensatori d’amore” nell’era dei social , dove l’amore umano viene sostituito ad  un gioco virtuale da cui appunto prende il nome l’evento. Avvalendoci delle sculture,  degli scatti fotografici ed installazioni presenti nella mostra e degli atti performativi a cura delle associazioni coinvolte, ricordare che il nostro esempio di educatori deve essere rivolto ad una “riabilitazione” alla bellezza, alla diversità, alla condivisione, all’accoglienza, al rispetto di se stessi e degli altri.

Alla mostra sono presenti opere di Massimo Nardi, Letizia Gatti, Simone Sanchioni, Donato Anselmi, Marco Volpe, Domenico Mastandrea, Angelo di Gioia, Sabrina Vendola (“Silla”), Silvia Ramacciotti, Giulio Giancaspro, Daniela Raffaele (“Clitorosso”).

L’arte ha reso tantissime visioni dell’amore, quando non è essa stessa amore. Ma se vogliamo in qualche modo ricollegare le opere presentate da Clitorosso Art Gallery ad una linea ideale che ne attraversa il senso, nella storia dell’arte, dobbiamo pensare a Love (1964) di Robert Indiana. Il ben noto quadrato di lettere che l’artista americano della pop art ha piantato come la più salda icona contemporanea dell’amore. Ne riassume le svariate sfaccettature, riempie gli spazi emozionali fino a denudare l’essenza intima dell’arte.
Lungo questo fil rouge si colloca l’intento della mostra, di rappresentare, declinate attraverso vari linguaggi visivi, le riflessioni e le prospettive esistenziali che ruotano attorno all’idea stessa di amore. L’invito a mettersi in gioco, in prima persona. Nella coppia, nella famiglia, nella società. A compiere la scelta ultima tra contemplazione e partecipazione, dissolvendo i confini tra l’Uomo e il Mondo imposti dalla “liquida” società postmoderna. Dalla cultura di massa che vuole una grammatica ed un vocabolario emotivi tali da annullare il mistero di atmosfere mentali, la cui verità e incanto rappresentano ancora oggi il coraggio di vivere. L’installazione di Daniela Raffaele, “Sacra Famiglia 3.0”, in questo senso è icastica, perentoria.

Un po’ tutta la mostra rifugge dal sogno visionario, dall’allucinazione delle spinte estetizzanti. Non è la bellezza assoluta né le sfumature di dolcezza o seduzione, oppure di erotismo, che rincorre. Ma il coraggio dei sentimenti. L’accoglienza consapevole di questa parte di noi in cui convivono tutte le espressioni dell’amore, nessuna esclusa. Vincoli di sangue o di amicizia, o ancora di passione, dettati da strade percorse insieme. Capovolgere le contraddizioni in cui si confonde la natura dei sentimenti. Risolvere ad unità il significato dell’amare. Così, le opere mettono insieme il dato dell’esperienza e la ricerca visiva. Onestamente, senza velleità e senza retorica, si staglia il disegno della condizione umana. E quell’ingenuità artistica che a volte traspare è indice di uno sguardo silenzioso ma non disattento sulla realtà, contraddizione di tutte le immagini possibili, e chiede al visitatore una risposta.

La mostra è palindroma, ciascuna opera può essere l’ultima o la prima, dentro un ipotetico percorso espositivo, non ne altera il senso. Che piuttosto è da ricercare dentro noi stessi, custodi di quella verità che le visioni offerte vogliono evocare. La verità incorrotta dei sentimenti. 

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