Il romanzo di una Puglia senza padri

di Alessandro Vergari

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A Niso, un piccolo comune murgiano a una cinquantina di chilometri da Bari, si consuma un delitto efferato. In un’antica villa disabitata, in piena campagna, una ragazza è ritrovata morta. Si chiama Mirella Mansueto ed è stata uccisa nel modo più brutale. “La gola era aperta da un lobo all’altro delle orecchie. Il sangue aveva inzuppato sino al ventre il cortissimo abito chiaro”. Vito Martucci, comandante della locale Stazione Carabinieri, inizia a indagare. Gli indizi cadono su Ascanio Miccoli, debosciato avvocato, sperperatore di ingenti fortune paterne, sposato, con una figlia, e sciupafemmine per noia. Il luogo del ritrovamento è una proprietà di famiglia, e non ci vuole molto perché Paolo Saliani, il penalista che assume l’incarico di difenderlo su sollecitazione di un amico vescovo, scopra la tresca tra Ascanio e Mirella. Lo stesso Paolo, però, si fa attirare in un vortice di provocazioni, di sesso, di inquietudini provinciali. Niso, in certi momenti, sembra Twin Peaks.

Giuseppe Scaglione, raffinato critico d’arte con una predilezione per gli Stati Uniti, è l’autore de La figlia (Robin Edizioni), romanzo noir strutturato secondo i classici codici del genere e dalla lucida meccanica narrativa. Scaglione svela lo scandalo sepolto nel cuore della provincia addormentata, dimostrando conoscenza della realtà locale e capacità di analisi delle dinamiche sociali tipiche dei nostri anni disincantati. Scaglione deposita nel testo le sue passioni culturali, nonché suggestioni artistiche, nozioni tecniche e informazioni filtrate, anche, dal setaccio di un’esperienza professionale pluridecennale. L’autore barese è infatti bancario, posizione privilegiata per farsi un’idea dei movimenti, non sempre limpidi, che agitano l’ambiente di una piccola comunità del Sud Italia. Nella trama compaiono due persone “vere”, in forma di cammeo, il poeta Vittorino Curci e il medico legale Franco Introna, a significare un’ideale linea di continuità tra fiction e realtà.

Il protagonista de La figlia è Paolo Saliani, avvocato penalista ritornato in Puglia dopo anni di trasferta a Milano. Alle spalle, un matrimonio fallito. Pesa, nella sua formazione di uomo, il rapporto mai consolidato con il padre, stimato commissario di polizia.

Un sogno lo tormenta: il padre, in gioventù ufficiale pilota, lo salva durante una battaglia aerea sui cieli di Malta. Atterrato, due occhi femminili si allungano su di lui scrutandolo con dolcezza. Di chi è quello sguardo? L’enigma si scioglie solo in conclusione di romanzo.

Paolo sfugge alla malinconia rifugiandosi nell’arte, nella cultura e nella distrazione effimera di avventure occasionali. L’ultima, impetuosa e torbida, è con la moglie di Ascanio Miccoli, Carla Morea. Un Generale dei Servizi ormai in pensione, figura misteriosa, lo aiuta a districarsi nel reticolo delle relazioni umane e professionali in Terra di Bari. Nel suo studio lavora Laura, donna divorziata e ansiosa di futuro. Laura ama segretamente l’avvocato, ma Paolo, non indifferente al suo fascino, sembra trattenuto da vecchi fantasmi, finché la ritrovata passione per il lavoro, l’affaire di Niso appunto, diventa la chiave adatta per smantellare il muro di depressione, il codice per sbloccarlo anche sul lato sentimentale.

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Il merito di Giuseppe Scaglione sta nell’aver desacralizzato l’immagine patinata che, in ambito istituzionale e politico, è stata associata alla Puglia per motivi commerciali e di propaganda. Apulia felix? Regione rigenerata da misure virtuose e da brillanti narrazioni? Macchè. Il marketing dell’industria culturale crolla sotto i colpi della cronaca nera. Il cuore della Puglia è gonfio di ignoranza. Le redini del potere reale, nei comuni come Niso (nome inventato ma affiancato a quello di paesi reali: Putignano, Mottola, Gioia del Colle…), sono tenute da uomini che, da zero, si sono fatti strada con le armi dell’arroganza e della prevaricazione. I loro eredi sono piccoli uomini, spesso inetti, convinti di esercitare il ruolo di ras locali solo per il cognome che portano e per i beni su cui possono ancora contare: terre, masserie, agriturismi, i frutti avvelenati di speculazioni azzardate. L’assenza di etica è la precondizione per idolatrare la ricchezza, volgarmente esibita.

Quel delitto gli procurava un senso di angoscia. I personaggi sulla scena avevano qualcosa di irreale. Richiamavano figure da tragedia greca. Filippo, Ascanio, Carla, Federica, Mirella. Paradigmi dell’avidità, della lussuria, del tradimento, dell’incesto, della gelosia, dell’intrigo, del segreto, della morte violenta. Un mondo oscuro, dietro la facciata esposta agli occhi della gente. Si chiese quante storie, quanti segreti nascondessero le case bianche del borgo, i palazzi, le ville. Il lato marcio, dietro l’apparenza di perbenismo”. Preti con segreti mai confessati, matti di paese ignare vittime della crudeltà umana, casalinghe rassegnate alla solitudine e al declino, giovani costretti a emigrare o a vendere il proprio corpo a professionisti senza scrupoli. La fine della civiltà contadina è coincisa con la morte dei valori. L’istituto del matrimonio è fallito. Le mogli si concedono facilmente a uomini potenti, i mariti vanno con ragazzine che potrebbero essere loro figlie. Per un tiro mancino del destino, a volte lo sono. Mirella aveva scoperto, grazie a un test genetico, l’identità del genitore biologico: Ascanio Miccoli. La giovane andava a letto con il padre. È quindi lei la figlia evocata nel titolo del romanzo? Il quadro, per l’assistito di Saliani, si fa sempre più fosco. Il sostituto procuratore Anna Manzari crede di avere prove sufficienti per sbatterlo in galera. Il penalista barese, invece, è convinto della sua innocenza. Avrà ragione?

Paolo Saliani si trasforma in detective. Non lo fa per vezzo o per narcisismo, ma perché sente di dover rispondere a un richiamo di sangue e di memoria. È un’antica istanza di giustizia a riecheggiare nella sua coscienza, un vuoto esistenziale da riempire, una lacerazione mai richiusa. Per questo è tornato a Bari. Il tentativo di pareggiare i conti con la propria storia è un’impresa rischiosa. Lo sa bene anche Vito Martucci, ossessionato dal ricordo del primo incarico a Comacchio, segnato dallo stupro e dall’omicidio agghiacciante di una bambina. Da allora, il comandante è perseguitato da un senso di impotenza. Niso è una palude di odio e di rancore, e le ragioni per muovere un uomo o una donna a compiere vendetta sono molteplici. Saliani e Martucci percorrono, da segugi, gli intricati percorsi che, nel corso di decenni, hanno portato allo scontro frontale persone e interi nuclei familiari del paese, fino allo sfaldarsi dei rapporti, al macerarsi nel risentimento, al reciproco detestarsi. Loro, due uomini del sud ritornati nelle amare terre d’infanzia per riannodare i fili dell’esistenza, si confrontano con la piaga del nichilismo morale che ha pervaso l’intera società.

La domenica sera, d’estate, Bari è magnifica. Contiene tutto il colore del mondo (…) Negli altri giorni non se ne ha il tempo, neppure la voglia, forse. Si pensa ad altro. Al commercio, al lavoro, alle rate da pagare, alla macchina nuova di quella zoccola o alla nuova amante di quel cafone. Alla corsa al denaro, all’invidia, alla vuota e isterica brama di successo”. Chi vive nella città levantina sa quanto ciò sia vero. Giuseppe Scaglione ha scritto un romanzo noir sfruttando le potenzialità del genere, utile espediente letterario per scoperchiare la pentola delle ipocrisie di provincia.

La fine del romanzo si ricollega all’inizio. Il sogno ritorna, e chiude il cerchio. A volte si perdono le ali nel momento stesso in cui si impara a volare.

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