Quando è un poeta a scrivere “Lettere a Cioran”

di Giuseppe Scaglione

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Un uomo in piedi davanti a una tomba. È il 28 novembre del 2014, il cimitero è quello di Montparnasse, a Parigi. Le spoglie sono quelle di Emil Cioran, apolide per antonomasia del ventesimo secolo. L’uomo in piedi è Nicola Vacca, poeta italiano.

Il primo è forse il maestro, il secondo è il discepolo? No. È pur vero che le più belle anime d’arte, di penna e di pensiero hanno l’indubbio vantaggio di saper aderire a un maestro senza alcun vincolo né di spazio né di tempo. Si può, per esempio, immaginare Picasso senza Velazquez? A volte è il destino, o il caso o chissà, a metterli insieme. Ma qui non è così. Sono piuttosto due viaggiatori, in cammino lungo gli spazi reconditi della condizione umana. Esploratori dell’esistere accomunati dal disincanto. Uomini i cui intelletti, capaci di pensare molto oltre gli stereotipi e gli schemi, non rispondono al luogo comune del maestro e del discepolo. C’è invece un momento, nella evoluzione di una coscienza individuale, in cui si è pronti ad aprirsi alle verità inconfessabili. A trovare in sé il coraggio del pensiero e della parola. Strappandosi di dosso ogni forma sia pur velata di convenzione, di agreement. Ed è allora che gli incontri possono davvero diventare condivisione, oltre il vincolo del tempo e dello spazio. Così, si intreccia una correlazione fitta tra ciò che si legge, si pensa, si scrive, da un lato, e dall’altro le esperienze già tracciate dai Grandi, verso i quali si avverte l’affinità. L’onestà, di pensiero e di parola, permette poi di trarre da questo una immane energia. La stessa energia che solo un contatto assoluto e illuminante può generare.

Per il giovane Vacca, nel 1981, lo è stato un libro di Cioran dal titolo inquietante. “Squartamento”. Una folgorazione che dura ancora, nel sentiment e nel pensiero del poeta. Un lampo e uno schianto che anzi proprio ora raggiungono l’acme e si traducono nella perfetta declinazione dei dubbi esistenziali resa dal trittico della maturità. Le sillogi “Mattanza dell’incanto” (Marco Saya Editore 2013), “Luce Nera” (Marco Saya Editore 2015, Premio Camaiore 2016), “Commedia ubriaca” (Marco Saya Editore 2017, Menzione al Premio Montano 2017). Proprio quest’ultima non poteva che proporre, in esergo, giusto le parole di Cioran: “Poiché la commedia non concede intermezzi, tu non hai tempo di pregare, né dove trovare riposo dentro questo insensato fremito”.

È la chiave di lettura di un irripetibile percorso di poesia e di studio che ha legato in modo indissolubile Vacca alla parola. Il cerchio si è chiuso e c’è un responso. Il contatto con il pensiero e la parola, il logos, di Cioran, ha generato nel tempo l’energia necessaria per elevarsi alla straordinaria esperienza del trittico. Lo scandalo della parola che cerca le nuove verità nel ventunesimo secolo e al tempo stesso continua a scavare le verità di un Novecento che nessuno ha ancora davvero spiegato. Da studioso, da appassionato, da uomo di talento letterario non comune.

“Lettere a Cioran” non poteva essere scritto prima, ma solo dopo il trittico perché, come pensava Rimbaud, il Poeta deve prima sperimentare su di sé, deve farsi veggente.

Ad onta del titolo il libro non è un epistolario. È uno specchio. Dove si riflettono, affiancate e sovrapposte in dissolvenza, le immagini di Vacca e di Cioran, quasi a poterne leggere il pensiero, l’unità, le ubbie, lo sdegno, il disagio estremo dei palpiti di un’esistenza acuta attorniata dalla mediocrità del mondo, dal niente. Ma non è “nichilista” Cioran. E non lo è Vacca. Chi legge questo libro dissipa ogni idea di nichilismo in entrambi. Nonostante sia stato attribuito da più parti a Cioran, Vacca ci spiega compiutamente che non è così.

Cioran, rumeno per nascita, parigino per scelta ed apolide per vocazione, è stato l’interprete, nel Novecento, di un valore assoluto che ancora oggi non è facile comprendere. La contraddittorietà della condizione umana, fuori dagli ideali falsi e utopici. “Cretini dell’Utopia” definisce Vacca coloro i quali restano ottusamente abbarbicati ad una sorta di Arcadia logica ed esistenziale. Ma la verità è nel dubbio, non nella negazione, che è solo una strada per giungere alla verità. Nel frammento, nell’attimo, uguale e contrario sino a non essere più uguale. Lontana giunge l’eco del Dada di Hugo Ball. Mentre la visione è quella del dripping di Pollock, in cui il colore ritorna su se stesso a contraddire ciò che un attimo prima ha affermato. Quindi il dubbio e la contraddizione rendono libero il pensiero. Non esiste catarsi, né diastole e neppure rassegnazione.

Nei diciotto capitoli del libro, ciascuno sormontato delle parole di Cioran come un timpano dorico, Vacca spiega con una prosa amica, lucida e profonda, mai chiusa e scostante, i profili ermeneutici dell’opera cioraniana. E spiega se stesso. Esploratori entrambi dell’abisso che sanno esistere dentro l’Uomo, è dai propri personali abissi che iniziano il viaggio. Supremo e sublime atto di coraggio.

Vacca è attinto dai pensieri che agitano l’insonne Cioran nel suo vagabondare per le strade di Parigi, di notte. Ne avverte la vibrazione, il tormento, e ne avverte la sconvolgente, scettica, libidine di conoscenza. Cioran tratta i lembi estremi dell’essere, tratta il suicidio, tratta la lucida vertigine che spinge, come dice il titolo della sua prima opera, “Al culmine della disperazione”. Tratta l’assenza di una qualsiasi fede (“Il funesto demiurgo”, 1969). Neppure la filosofia che lo affascinò in gioventù lenirà mai il tormento interiore quanto invece l’atto poietico della scrittura.

Vacca ha attraversato questo immenso campo di battaglia che è il pensiero di Cioran, ritornandone avvinto dall’ “Ecartèlement”, lo squartamento. Niente è stato più come prima, per lui. Di una letteratura del Novecento che ancora conta i suoi caduti, Vacca ha selezionato le voci a suo giudizio più autentiche, scrivendo “Sguardi dal Novecento” e “Vite colme di versi”. Due saggi geniali che vanno oltre la critica letteraria per esplorare le stesse ferite che come poeta ha sofferto e superbamente espresso nel trittico. Il Novecento allo stato puro. Il Novecento di Cioran. Oggi, dopo “Lettere a Cioran”, se ne comprende appieno il personale tormento. L’incontro con i propri fallimenti, emblema dei fallimenti dell’umanità, le proprie inconfessabili contraddizioni, ma anche l’adamantina purezza del proprio pensiero. L’alito svettante dell’intelligenza. L’incrollabile fede nella Parola. L’eterna ipoteca dell’errore. Gli spazi immensi del dubbio.

Vacca in questo libro ci conduce con semplicità e nitore dentro un percorso iniziatico irto di difficoltà estreme, verso appunto il dubbio, la vertigine, lo scetticismo venato di ironia. Spiega un Cioran che ben lontano dall’assolversi è stato consapevole de “L’ inconveniente di essere nati”, come dice il titolo di un suo libro, evocativo dei versi del filosofo poeta che fu Giacomo Leopardi, tanto ammirato dal pensatore rumeno, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Chi scrive è fermamente convinto che questo libro aprirà una nuova stagione nella già fertile produzione di Nicola Vacca. Egli partecipa assiduamente ai lavori di ricerca su Emil Cioran, che fanno registrare il recupero di un forte interesse verso quest’altissima figura del Novecento europeo. Non si limita alla gnosi contemplativa. Come in un diapason, mette il vibrazione se stesso sulla medesima lunghezza d’onda dell’opera di questo Grande. Quanto ciò inciderà sulla sua prossima produzione letteraria siamo in attesa di scoprirlo, pregustandone, ancora una volta, l’impatto dirompente.

 

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