Mario Pugliese. Un erede dell’Arte Povera italiana.

di Giuseppe Scaglione

Gioia del Colle è situata al centro della Puglia e di una murgia unica per bellezza e varietà naturalistica. È al centro della storia, con il castello che fu di Bianca Lancia di Agliano, ultima moglie di Federico II di Svevia, e col sito archeologico dell’antica città peuceta di Thuriae. È al centro della cultura, per il suo illustre nativo Ricciotto Canudo, critico e letterato di rango europeo insignito della Legion d’onore, amico di Apollinaire, di Duchamp e di Picasso. Tradizione culturale che ai nostri tempi si esprime con intellettuali di valore. Per esempio l’artista Iginio Iurilli, dalla ultracinquantennale carriera tra le più interessanti della scena italiana, o il critico e poeta Nicola Vacca, brillante vincitore del Premio Camaiore 2016, o ancora Gino Donvito, artista che ha trovato all’estero il giusto riconoscimento. Ma Gioia del Colle è anche un paese in difficoltà. Economiche, per via di un declino che da anni vede la crisi di molte attività. Sociali, per i tormenti delle sue amministrazioni, quali lo scioglimento per infiltrazione mafiosa oppure le dimissioni conseguenti a indagini e arresti. Culturali, con un teatro di antica tradizione che non trova un rilancio e con la frammentazione in una pluralità di soggetti non coesi, talvolta autoreferenziali, privi di condivisione e coordinamento delle iniziative. Insomma un contesto fatto di centralità e al tempo stesso di difficoltà, forse proprio per queste sue contraddizioni artisticamente privilegiato.

Qui è nato, vive e lavora Mario Pugliese. Figlio d’arte. Il padre è stato un apprezzato artista locale. Va subito detto che è dotato di una forte e originale personalità stilistica, che lo distingue da un panorama regionale caratterizzato dalla uniforme omologazione di sapore accademico. Visitare il suo atelier riporta invece ad anni sorgivi dell’arte contemporanea italiana. Anni in cui la pulsione creativa davvero si intrecciava all’anelito di sperimentazione di nuove proposte. Quando le più importanti Accademie, ma anche la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, stimolavano i giovani artisti alla ricerca visiva più estrema. Se ne formò così un nucleo che, in opposizione all’arte tradizionale, prese a sperimentare nuovi materiali. Legno, ferro, stracci, scarti industriali. Una nuova semantica che trovava le sue origini remote nel medioevo di Francesco e Jacopone. E nuovi lessemi visivi, nuovi linguaggi che mettevano in correlazione l’opera e il contesto, come le installazioni e le azioni performative. Parliamo di Pascali, Kounellis, Ceroli, Merz, Pistoletto, per esempio. Il critico Germano Celant, prendendo a prestito il termine usato per il teatro di Grotowski, la definì “Arte Povera”. Con questa denominazione divenne nota e apprezzata nel mondo. Ma in realtà è un’espressione ampia, che non definisce un unico linguaggio artistico, piuttosto uno stato d’animo. L’attitudine ad utilizzare, o a riutilizzare, oggetti e materie che derivano dalla quotidianità, o dalla natura. Mario Pugliese assume questo paradigma come punto di partenza, al quale innesta una focalizzazione di forme e cromie il cui intreccio risulta originalissimo, per realizzare propri stilemi, nitidamente definiti. Insomma, raccoglie l’eredità dell’Arte Povera quale attitudine, quale spinta d’introiezione, per poi sviluppare con spiccata personalità i propri lessemi figurativi e strutturali, secondo originali codici comunicativi. Il linguaggio non si limita alle sole declinazioni installatorie e materiche ma recupera anche importanti fondamentali, delle avanguardie storiche come della tradizione. La dimensione della pittura, del colore, della figura, della surrealtà, dell’espressione. Ne discende la proposta di una neoavanguardia  che contiene una visione emozionale straordinaria.

Ma c’è altro. In quegli anni settanta e ottanta in cui si affermò l’Arte Povera, diversamente da come accade spesso oggi, gli artisti parlavano poco di sé e quasi mai in termini ermeneutici. Per Mario Pugliese è esattamente così. Un artista proiettato esclusivamente all’atto creativo. Al segno, al gesto, alla materia, al colore. Alla poetica visiva. Alla produzione. Non è neppure sfiorato dalla tentazione di autopromuoversi, di fare marketing della sua stessa arte. Non è autoreferenziale. Non è presenzialista. In realtà tutto il suo personale stile di vita è sobrio, incline ad una autentica dimensione di semplicità che evoca figure importanti nella storia dell’arte. Semplicità, autenticità e sobrietà che, unitamente al tempo sospeso ed alla dimensione onirica della fiaba, rappresentano l’asse portante del suo essere artista, del valore ontologico della sua produzione.

La sua arte si muove alla ricerca di una propria funzione originaria, etica, animistica, ultrasensibile. Espressione dell’anima mundi, traccia di cosmogonie costruite sulla percezione di un afflato universale che permea di sé gli esseri viventi, uomini e bestie. Sulle figure ieratiche tracciate con lo sguardo sempre obliquo, sui profili dei volti dal taglio medioevale, sulle sagome sempre uguali dei cani, quasi onnipresenti in alcuni periodi della sua produzione, sul colore netto e affermativo, su tutto questo si distende il forte pathos dell’inconscio, individuale e collettivo. L’esperienza dell’esistere, che ha attraversato secoli di arti e di lettere, viene risolta in una visione semplice, intimistica, davanti alla quale è difficile resistere alla commozione. Perché è come se il lavoro creativo in atelier fosse il prolungamento del quotidiano, di una vita semplice spesa tra la famiglia e gli amici. Mario Pugliese è consapevole di vivere in un paese oggi declinato al minuscolo, e questo vela di malinconia esistenziale le sue opere, ma un paese del quale sa cogliere il value dentro il senso immanente della storia. Non importa se Gioia del Colle ha scelleratamente permesso l’abbattimento di due delle quattro torri del castello normanno di Bianca Lancia, per far posto a un banale palazzo gentilizio. Più forte della vergogna collettiva rimane la testimonianza della Storia, e lui nonostante la malinconia è avvinto da questa. Alla cui forza incrocia la prorompente ampiezza della sua intima emotività e la sua sensibilità, indubbiamente anch’essa straordinaria. La stessa sensibilità che gli permette da un lato di trasferire nell’opera particolari che rappresentano la decodifica delle pulsioni umane, o delle verità naturalistiche, dall’altro una sorta di psicologia della forma resa da una scansione dello spazio intrisa dell’idea del movimento, dentro un tempo sospeso.

Il segno oscilla tra la pulsione surrealista, diluita dentro una dolce e sottile ironia, e la forza espressiva del tratto. Perentorio, nitido, affermativo. Personalissimo e irripetibile. Pugliese non è influenzato da un caposcuola, piuttosto elabora dentro di sé originali riflessioni estetiche, frutto di uno studio attento della storia dell’arte ma ancor di più della vita reale, quotidiana. Come avviene per l’Arte Povera e la Concettuale, che respingendo linguaggi artistici tradizionali intendono respingere un modello di società, anche lui respinge il tipo di società liquida nel quale vive. Ma la sua negazione non si sostanzia nel rifiuto di canoni estetici o di linguaggi visivi, piuttosto li ricomprende tutti, li porta a bordo di una linea semantica proiettata al quotidiano come pars di una più grande dimensione del Tempo. Punta al cuore della contemporaneità e, come fa un chirurgo che intervenendo sul cuore ne sospende le funzioni con la circolazione extracorporea, così nel linguaggio visivo che scava nel significato dell’esistenza Pugliese ne sospende il tempo. Quindi decide di redimere la materia dalla dimensione temporale dell’uso quotidiano, per ricercarne il tempo assoluto come profilo dell’essere. Allora una vecchia porta, una vecchia cassetta per la frutta, una vecchia macchina da cucire, un vecchio tessuto, un vecchio pannello, una vecchia sedia sono il supporto ideale per distendere i suoi colori icastici e le sue forme narranti, affinché quella materia consunta e vissuta, trattata dalla sua arte, diventi metonimia del Tempo. Allo stesso modo la dimensione onirica di molte sue opere richiama la narcosi, che permette di intervenire senza dolore sul cuore del significato della vita. Pugliese ci spiega cosa è per lui il senso dell’esistere, senza sconvolgerci, anzi la sensazione che si ricava davanti a molte sue opere è di benessere, di sogno, di fiaba. Dentro cui diluisce le verità, anche le più tormentate e amare, della natura e della condizione esistenziale degli umani e di tutti gli esseri viventi.

La narrazione è sostenuta dal colore. Vivido, uniforme, empatico. Spesso le cromie si intrecciano alle forme come in un vivace canovaccio di sentore iberico, come in Gaudì per esempio, a testimoniare un vitalismo irrefrenabile che sgorga sincero dall’animo dell’artista. E ne sottolinea la capacità visionaria di creare e movimentare immagini che accolgono i significati inconsci e mistici dei colori. Che dalla dimensione creativa dell’intuito e della fantasia si intersecano poi alla ragione, così il linguaggio diventa di una religiosità semplice, di devozione per la Natura e di amore per il luogo natio, il tutto avvinto da un ammiccante simbolismo e soprattutto da esplosioni di novità, fatte di sogni e di colore, di teoremi astratti e di materia vivente. Come nel surrealismo di Mirò c’è l’abbandonarsi al sogno, al fantastico, al magico. Oppure ad una musicalità dell’espressione evocativa di atmosfere ironiche, giullaresche. Quasi in modo infantile, nell’immedesimarsi col suo sogno, nell’unirsi in qualche modo alla sua opera, lasciandosi andare alle forme dell’inconscio, dell’onirico. Alle inquiete e sottili vite dei mondi sublimali, per dar luogo a un realismo fiabesco e magico, in cui lo spettatore fantasticando insieme a Mario Pugliese ritrova i sogni più familiari a lui ed a se stesso, immergendosi negli abissi della propria psiche, del proprio Io, ponendo addirittura in dubbio ciò che credeva certo e assoluto.

L’intelligenza creativa di Pugliese lo porta spesso ad attraversare il dubbio, quale condizione esistenziale ereditata dal quel Novecento che ha segnato la sua formazione artistica. Nel quale attinge a piene mani temi ed esperienze. Tanto da essere multiforme la sua attenzione alle modalità espressive e ai contenuti. La sua più recente esperienza infatti, oltre alla illustrazione di copertine di libri, è la partecipazione ad un’opera editoriale, ben più che un libro, nella quale con i suoi disegni illustra versi e riflessioni del poeta Nicola Vacca. Una panoramica di Grandi del Novecento dei quali Pugliese propone i ritratti, con stile personalissimo. Anche qui il talento si esprime interpretando il ritratto nell’arte di oggi. In quest’opera, che andrà in stampa a marzo, inquadra i temi nodali delle verità proposte dal testo e, nella rappresentazione visuale della relazione ermeneutica che s’instaura tra realtà, raffigurazione e percezione, non solo rende riconoscibile il profilo esistenziale del soggetto ritratto ma in più la visione restituisce ciò che non è direttamente disponibile allo sguardo. La verità risale dai volti fino all’anima stessa del Novecento, dal particolare all’universale, fino ai fondamenti della sua sostanza ontologica. I volti disegnati da Pugliese risolvono i paradigmi con cui l’arte moderna ha affrontato il tema del ritratto, secondo una linea evolutiva che passa dalla fisiognomica alla psicologia e alla psicanalisi. Fino a non poter più distinguere percorsi autonomi e delineando proprio nel rapporto fra arte e psicologia l’asse portante su cui si fonda la cultura occidentale, non solo visiva. Le esperienze artistiche europee ma ancor di più quelle statunitensi ne sono la prova.

Senza dubbio ricorrono tutte le condizioni per la realizzazione di una importante mostra personale, che raccolga e spieghi il percorso di arte che ha attraversato sin qui questo autore riservato, quasi schivo nella sua ingiustificata modestia. Ben più vicino alle grandi esperienze che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’arte italiana negli ultimi quarant’anni di quanto non lo siano molti stereotipati contemporanei ancora in cerca di una propria personalità. Qualità quest’ultima che rappresenta, a prescindere, il punto di forza dell’artista di Gioia del Colle.

(fotografie di Anna De Benedictis)

 

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