Camila e la teoria dell’amore

di Giuseppe Scaglione

 

Ci sono romanzi che vanno oltre la trama e la scrittura. Sono quelli che scavano dentro la coscienza e fanno emergere le domande a cui non abbiamo mai dato risposta. O quelle che non ci siamo mai neppure poste. “La teoria di Camila” di Gabriella Genisi, edito da Perrone, è uno di quei romanzi. Destinato a restare nell’animo del lettore come un passo avanti, se non un punto di svolta, nella comprensione delle declinazioni umane nella famiglia.

camila

Il lessico familiare spesso non oltrepassa la maschera del ruolo e vuole incarnati, nelle figure genitoriali, stereotipi prestabiliti di condizioni esistenziali e di comportamenti. Così alla figura paterna si attribuiscono aspettative che ingessano allo stadio infantile, o adolescenziale, lo sviluppo reciproco della conoscenza. Per quanto sia stato intenso il legame affettivo nella fase della crescita, non è infrequente che padre e figlio, come adulti, non si conoscano mai. Il ventaglio delle possibili relazioni, che vanno dal padre amico al padre autoritario, è circoscritto a quelle età. Questo è troppo spesso oggetto di affrettati giudizi, dentro e fuori la famiglia, improntati in un senso o nell’altro a una forma di becera psicologia spicciola e popolaresca, quando non dall’ignoranza. E giù la retorica che esalta il padre come fermo esempio di vita e punta il dito accusatore verso il padre complice delle debolezze dei figli, o che non nasconde le sue stesse debolezze di uomo. Detto per inciso, giudizi a volte espressi da chi ha molti scheletri nell’armadio. Che però si spinge al punto di non voler caparbiamente comprendere il sinallagma imperfetto delle relazioni affettive, anche nella famiglia. Questa è ancora la nostra società, che implicitamente il libro disegna.

Solo l’età adulta ci pone davanti a certi interrogativi, ma non accade per tutti. Molto più spesso, come nel romanzo della Genisi, è la morte. Perché è la morte di un genitore che ci colloca dall’altro lato della vita. A qualunque età, è il momento in cui non possiamo più permetterci di non capire. Allora comprendere l’animo del proprio padre, o della propria madre, è un nodo esistenziale da sciogliere, se vogliamo davvero essere uomini e donne. Piuttosto che manichini a cui l’ambiente e le convenzioni sociali prestano gli abiti. È così che Marco, il protagonista del libro, nutre un qualche risentimento verso suo padre, un professore ultraottantenne, per averlo trovato a letto abbracciato alla badante dell’est, giovane e carina. Niente sesso, per carità, solo tenerezza. Due solitudini che s’incontrano, due bisogni urgenti di affetto che il romanzo tratteggia con tinte tenui e delicate. Ma il figlio ha giudicato, e condannato forse, dimentico dei suoi fallimenti matrimoniali e del proprio scialbo stare al mondo.

Poi, dopo la solita partita di calcetto, Marco legge un messaggio della badante. “Professore no più”. Crolla così la costruzione di un equilibrio artificiosamente raggiunto tra moglie, ex moglie, famiglia e amanti, l’ultima è un paradigma di ottusa quanto intensa sensualità, e si ritrova solo e adulto. Ignora i messaggi dell’amante e dice alla moglie che deve assisterlo perché grave, tacendone la morte, per poter trascorrere la notte con la salma e con se stesso, a casa di lui. Ma Camila, la badante, da ingombrante e fastidiosa presenza diventa a poco a poco la levatrice del suo passaggio all’età adulta. Uno scritto di suo padre rappresenta il testamento spirituale redatto per lui, la confessione della sua vita, quella vita che Marco ignora. Dovrà confrontarsi, con quelle verità, che invece di destabilizzarlo gli aprono nuovi orizzonti e nuove visioni. Poi, Camila gli spiega la sua teoria, che rappresenterà per lui la redenzione dal nonsenso del proprio vissuto. E che per molti lettori avrà forse lo stesso significato, lo stesso valore.

In questo romanzo il tono letterario e la scrittura si discostano dalla leggera e brillante narrazione a cui l’autrice ci ha abituati, dal quel linguaggio che spesso compie incursioni nel vernacolo e dal bozzetto emotivo ed esistenziale dei personaggi, che invece in questo libro scandaglia a fondo. Questa profondità si dispiega in una scrittura comunque fluida, e agevole da seguire, filtrata nei toni dalla sua grande sensibilità. Dalle prime pagine e poi via via andando avanti nella lettura le parole del romanzo scendono sempre più verso il cuore e l’animo del lettore, toccando le corde più intime e talvolta inconfessabili di ciascuno di noi. Così il romanzo ci avvolge, ci trasporta verso la memoria di noi stessi, abbracciando le nostre debolezze e cullando le nostre incertezze, quelle che ci portiamo dietro da bambini e che l’essere adulti non ha ancora redento. Ed è così che  la storia diventa visione, evocando pagine di grande letteratura. Perché le innumerevoli e importanti letture che hanno nutrito l’esperienza culturale della Genisi trovano nelle sue doti umane una fertile sponda. Non è facile, per una donna, scrivere di un io maschile. Solo quella rara e geniale sensibilità, che lei indubbiamente possiede, ha permesso tutto questo senza forzature, con una naturalezza narrativa che fa di questo libro il punto più alto, fin qui, della sua produzione.

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