I racconti di Rossana Mitolo, occhi sulla coscienza

di Giuseppe Scaglione

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Nel vasto mondo della scrittura esistono opere che, pur se lontane dai grandi circuiti editoriali o forse proprio per questo, hanno in sé la capacità di sorprendere il lettore. Ne catturano e ne mantengono l’attenzione dalla prima all’ultima pagina e lasciano, al termine della lettura, quella sensazione di curiosità esistenziale che permette di continuare a porsi domande e domande, attorno al senso della vita. Opere originali per lo stile, per l’angolazione visuale dei temi trattati, per il linguaggio. Piccoli scrigni di scrittura nascosti in fondo al mare magno delle banalità che a volte affollano gli scaffali delle librerie e delle fiere editoriali. Tesori che occorre scoprire con pazienza oppure, se si è fortunati, si incontrano come per caso.

È così per “Il cefalo dai capelli rossicci” della pugliese Rossana Mitolo (ed. I Sognatori), difficile da reperire ma non per questo privo di quelle attrattive che anche il lettore più navigato cerca in un libro.

Sono tredici racconti, giocati tutti sul filo sottile di un linguaggio costantemente in bilico tra strutture narrative che se da un lato richiamano l’espressionismo pittorico, dall’altro vi intrecciano un surrealismo ardito e spiazzante. Entrambe le cose si incontrano e si fondono in una sorta di declinazione onirica delle esistenze che i racconti ci offrono. Virando, a volte con improvvisi colpi d’ala, dal buio alla luce. Che a sua volta può assumere un’intensità fredda e impietosa, mettendo a nudo le contraddizioni della condizione umana. Oppure può essere ovattata, tenue, malinconica. Finanche ironica, quando illumina certi personaggi oltre il limite del surreale, di cui il libro non è avaro. L’amore dell’autrice per la grande Agota Kristof si dispiega senza soluzioni di continuità nel tono narrativo, che di quella grande lezione si dimostra discepolo attento e scrupoloso. Perché è proprio tale, scrupolosa e attenta, la scelta e la cura delle parole. Affascina il loro susseguirsi che asseconda l’andamento di un ritmo sinusale, come il battito cardiaco che è in realtà il rumore di fondo del libro.

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I personaggi sono carne e pensiero, ma repentinamente possono diventare sogno, o maschere. Dissolversi in un attimo e ricomporsi come altro da sé, in un gioco di specchi e di ologrammi. Non è forse tale la coscienza? Coraggio, è un libro sul coraggio. Di esistere, di non esistere. Di accettare che oltre i luoghi, le persone, le situazioni, siamo noi stessi a infliggerci quelle ferite che non guariranno mai. Oppure di accettare le verità che preferiremmo evitare di conoscere, di noi stessi e della realtà intorno a noi. Allora è necessario distaccarsene, in qualche modo, con l’ironia.

A un certo punto il racconto che da il titolo al libro dice, a proposito di un personaggio:

…il suo sogno più intimo era davvero diventare pesce. Per bucare le onde, per pizzicarne le creste, per assaporarne il primo vagito, per vederle morire. Se avesse potuto, avrebbe nuotato sempre a bocca spalancata per assaggiarle tutte, una a una, perché per lui era matematicamente certo che ognuna avesse un personale sapore e una singolare anima. E un segreto da svelargli. Insomma, Lucio era ricoperto di impronte di mare, umori altalenanti compresi.

L’anelito dell’altro da sé non significa però lacerazione da se stessi. È solo un’esplorazione, un viaggio nei propri abissi personali, come scriveva Anais Nin “necessario per rinascere”. La proposta è quella di vedere dentro di sé i profili dell’alterità. Uno, nessuno e centomila, il cui titolo iniziale non a caso era Ricostruire, incombe sullo sfondo di questa introiezione, che si risolve nella consapevolezza di una realtà non oggettiva, ed è proprio la soggettività a sciogliere i profili nodali dell’essere. Rinascere da sé, tante e tante volte quante le situazioni e le relazioni esigono. Tema caro alla grande letteratura. E alla poesia. Perché molto spesso la scrittura in questo libro si fa prosa lirica, intensa e surreale.

“Ci sono ferite di catrame che neanche valanghe di tempo possono scalfire. Restano lì, ferme, come graffi neri dell’anima. Lucidi, neri, appiccicaticci. Ogni volta che li tocchi gli umori diventano opachi. Ma poi passa, e le giornate continuano a fluire come nulla fosse. (…) Sono la voce della tua fragilità. Fai bene a coprirle, fai bene a tenerle nascoste, come fossero un cancro dell’anima.

Le immagini delle “ferite di catrame” che tutti abbiamo, inconfessate, in fondo all’anima, si diluiscono in una surrealtà fatta anche di oggetti quotidiani. Armadi, cuscini, bottiglie, orologi, sottratti all’uso comune e alla dimensione spazio/tempo, come usavano fare le avanguardie storiche dell’Arte. Altre volte sono immagini oniriche, deliranti. Il cuore-nano, la pancia di gomma, pozzanghere d’acqua in bocca, pupazzi di fuliggine, colonne d’acqua a collegare occhi e seno e tante altre visioni allucinate che richiamando emozioni visive, come in Max Ernst per esempio, toccano il profondo nella decostruzione del senso che convenzionalmente diamo alla parola, al logos. Allegoria, allo stato puro.

Un libro, quindi, che assume e intreccia più codici comunicativi e testimonia di una larga cultura dell’autrice, decantata al filtro di un intuito emotivo che, in uno alla sensibilità, ne fa il suo tratto distintivo.

È un’opera che scandaglia a fondo le declinazioni esistenziali contemporanee, senza pregiudizio di maniera. L’augurio è che possa trovare una platea più ampia, per rinascere, a modello appunto dell’uomo contemporaneo, ancora tante altre volte nella coscienza dei lettori.

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