Che siano le donne a spiegarci il Novecento?

di Giuseppe Scaglione

A più di vent’anni dalla conclusione cronologica del secolo, il Novecento è ancora un territorio umanistico per certi versi inesplorato. Tanto più perché – soprattutto nella letteratura – le pulsioni che l’hanno sostenuto, la rivoluzione formale dei codici comunicativi che ha rappresentato, le “visioni” che l’hanno animato, sono elementi tuttora vivi nei significati ontologici e negli afflati emotivi che l’arte della scrittura esprime nella migliore produzione contemporanea mondiale, ovviamente non quella di “cassetta”. Due soli esempi – dalle nuove frontiere – che valgano per tutti, anche nell’ambito della Poesia: i giovani astri Ocean Vuong e Tiffany McDaniel.

Fortunatamente ci sono critici e saggisti che orientano gran parte dei propri studi e della propria attenzione a solcare il grande mare del Novecento: ne traggono nuovi significati, a volte ne ribaltano le prospettive e in qualche caso riescono perfino a mettere in piena luce autori ancora ingiustamente nell’ombra. In Italia tra questi critici c’é Nicola Vacca. Da critico e saggista (ma é a sua volta anche riconosciuto poeta) che crede visceralmente nella Poesia, si dedica all’esplorazione del secolo breve con una passione e un’energia che hanno davvero dello straordinario.

Così, dopo Sguardi dal Novecento (Galaad, 2014) e Vite colme di versi (Galaad, 2016), saggi critici nei quali ha selezionato autori “capaci di leggere il mondo al di fuori di schemi, convenzioni, ideologie” (e clientelismo editoriale, va aggiunto), ha pubblicato nel 2021, sempre per Galaad, il sorprendente volume Muse nascoste – la rivolta poetica delle donne, un saggio di critica letteraria interamente dedicato alle donne del Novecento poetico. Un’opera, va detto subito, che dopo averla letta fa venire in mente una sola parola: “necessaria”. Non si tratta soltanto di un excursus critico e selettivo sulla declinazione autoriale femminile del secolo, ma è soprattutto un tentativo, ben riuscito, di spiegare attraverso l’analisi critica di queste autrici il senso profondo della Poesia come possibilità di spiegare l’inspiegabile, di rendere attuale l’inattuale, di essere salvezza dal niente. Perché è questo il vero significato poetico del Novecento, come della migliore Poesia contemporanea, secondo il pensiero di Vacca. E come si può dargli torto?

Il libro, prefato da Luigi Beneduci, si apre con Emily Dickinson, la grande autrice americana che, scrive Vacca, “ha indagato gli abissi del vivere, non per costruire una fuga dal tempo, ma per consegnare all’esperienza esistenziale attraverso la parola alta un antidoto per le catastrofi future del destino umano”. Non poteva scegliere un avvio migliore: la Dickinson resta effettivamente una pietra miliare per la sua unicità, capace di oltrepassare la semantica e consegnare intatta la parola, quanto più semplice possibile, alla sfera del trascendente, in una formulazione spirituale ma concreta della visione esistenziale.

Seguono le altre figure che Vacca individua come paradigmi poetici del Novecento. Nina Cassian, il cui “dettato poetico crea meravigliosi ed eretici istanti di sconsideratezza che sanno visceralmente squartare senza alcuna ipocrisia le ferite del suo secolo, del mondo, della sua stessa carne che crede nell’aldilà del verso”. Jolanda Insana, “Una voce deflagrante ed estrema. La sua poesia è un grido sincero e dirompente sempre attento a stupire, non rinunciando mai allo scandalo e all’allarme.” Ágota Kristóf, di cui Vacca pennella alla perfezione l’espressionismo: “Ci troviamo di fronte a poesie immediate in cui la scrittrice affonda la penna come un bisturi nella carne lacerata della sua esistenza e con intensità tagliente mette sulla pagina quella perdita di sé che ritroveremo nelle sue splendide opere narrative.” Amelia Rosselli, che “sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.” Margherita Guidacci, “fuori da ogni schema, non amava essere etichettata e la sua poesia è ancora oggi una cosa vera, mai incline a nessun compromesso se non a quello di essere attenta a un dialogo proficuo con i lettori.” Antonia Pozzi dalla breve esistenza: “Quello che più colpisce nei versi della Pozzi è appunto la sua nudità lirica di fronte alle domande che la sua stessa poesia si pone. Tra interrogativi filosofici e punti di osservazione, Antonia Pozzi non si stanca mai di cercare un altrove, un’alternativa alle miserie e alle fragilità della condizione umana.” Cristina Campo (al secolo Vittoria Guerrini), dalla voce poetica sublime e nobile, introspettivamente protesa alla bellezza nella parola, di cui Vacca dice: “L’opera di Cristina Campo segna uno dei vertici della poesia italiana del secondo Novecento. La sua voce è alta e unica, e dalla sua formazione scaturisce l’evocazione di un mondo misterioso che trova nello scrivere poesie una chiave d’accesso.” Alejandra Pizarnik, “naufraga nella poesia, la sua unica ragione per dare un senso allo sfacelo delle parole che sta strangolando la sua vita.” Marina Cvetaeva, che “corre sempre sul filo dell’esistenza affidandosi alla poesia e alle sue intuizioni, senza le quali nulla avrebbe vita o senso.” Simone Weil, “Scrittrice irrequieta, indipendente, rifiuta schemi e scuole di appartenenza e dedica la sua breve vita a una ricerca interiore tenace, fondata su idee di partecipazione, impegno e testimonianza.” Sylvia Plath, che “ha scritto e vissuto senza tradire mai l’idea del mostrarsi nuda nel vizio estremo di essere e di esistere fino alla deflagrazione finale.” Claudia Ruggeri, magnifica e inqueta poetessa salentina morta suicida nel 1996, “si avventura nei territori della parola che vanno oltre il dicibile.” Hilde Domin, “lirica e antimetaforica, mossa da una grande passione per i temi universali e le domande esistenziali, segna il ritorno del poeta alla parola e tramite la parola si fa continuo ritorno alla vita di ognuno.” La dimenticata Fernanda Romagnoli, che “con la sua malinconia pensierosa, è stata davvero una grande poetessa che ha saputo nominare la parola aprendo nel suo significante un varco ricco e denso di senso.” Anne Sexton, “bella, dannata, sexy, infantile, è stata la più scandalosa ed eversiva poetessa americana durante gli anni cruciali della rivoluzione sessuale. Anticonformista e trasgressiva, con la sua poesia estrema e libera ha scandalizzato la borghesia benpensante, prigioniera delle convenzioni sociali, opponendosi alla mentalità puritana.” Piera Oppezzo: “Sotto il cielo disordinato del presente la parola in versi della Oppezzo ha il coraggio di incamminarsi su un percorso minato da «chilometri di ansia», in compagnia della ricchezza propositiva di una parola che scava nel cuore delle cose, da unire ai pensieri della mente, aggrediti dai frammenti di caos.” Paola Malavasi, “Una poetessa dall’animo gentile, che ha fatto della scrittura un metodo di indagine introspettivo teso a svelare i misteri dell’anima.” Eunice Odio: “Nei suoi versi, dove sono le mancanze a dettare il ritmo, si percepisce tutta la sua solitudine accompagnata da un forte sentimento di perdita.” Lalla Romano: “Una poesia capace di scavare nell’intimo con un’essenzialità allo stesso tempo introversa e universale.” Nelly Sachs: “Il linguaggio della sua poesia è unico, allo stesso tempo fisico, metaforico e drammatico, denso di punti interrogativi inquieti per i quali non è prevista alcuna risposta.” Nadia Campana, una poetessa “votata a un dolore intenso e a uno schiacciante perturbamento esistenziale, ogni suo verso è divorato da un’angoscia che scava in una lingua complessa, quella di una mente che cerca disperatamente visioni altre.” Ada Negri, “ancora oggi un’interprete appassionata delle ragioni sociali e interiori dell’esistenza.” Giorgia de Cousandier, “una luce che va a caccia delle cose negli antri dei ricordi amari. È un gioco a carte scoperte con la memoria per cercare indizi di assoluto nella vita che corre.”

Il libro è un’opera importante, che apre la mente del lettore a un vero e proprio viaggio letterario nel Novecento, e ne spiega il senso attraverso l’analisi lucida ma appassionata delle sue voci femminili, che siano esse note ai più oppure no. Antiaccademico e antiretorico, Vacca con una scrittura nitida distende quasi una trama, avvincente, e lo fa utilizzando parole vere, sentite, mai fredde, pur mantenendo impeccabile e oggettiva l’analisi critica, come è nel suo costume. Sono comunque parole capaci di suscitare emozione, (e chi scrive non nasconde la propria nel leggere delle amate Ágota Kristóf e Cristina Campo), di rappresentare una guida per orientarsi, di convincere che il Novecento letterario non è ancora terminato. Così come prosegue il lavoro di Vacca, che accanto alla produzione poetica che lo ha già visto vincitore del Premio Camaiore e oltre gli studi cioraniani, ha in corso un cantiere di ricerca su Rocco Scotellaro, per andare avanti nell’indagine critica del Novecento. Una linea di studio che sicuramente avrà sempre nuove tappe.


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