Lucia De Matteis: versi tra la pelle e il cielo.

di Giuseppe Scaglione

Illuminare la vita: questo è ciò che la Poesia fa, da sempre. Ma nel mondo attuale potrebbe addirittura svolgere una funzione salvifica. Come? Ricordandoci che la bellezza dell’essere umano sta tutta proprio nella fragilità che ci caratterizza e nella caducità dell’esistenza terrena, a patto di mantenerci sempre connessi con la nostra anima. Sono queste sue stesse parole a spiegare il senso dell’esordio poetico di Lucia De Matteis, scrittrice pugliese che vive e lavora in Lombardia come docente di lettere, autrice della silloge Tra pelle e cielo (Bonfirraro, 2022), dove i versi appunto si aprono come un varco nella linea di confine che separa la quotidianità dalla trascendenza. Segnatamente, dentro le vicende terrene, a sua volta separa il buio che avvolge determinati difficili momenti dalla luce, lo scuro dal chiaro. Scuro e Chiaro sono infatti non a caso i titoli delle due sezioni di cui si compone la raccolta.

Come a volte accade, e d’altronde è accaduto per molti importanti poeti, per De Matteis è stato infatti un momento molto doloroso a determinare l’autrice alla versificazione: la sofferenza per la perdita di una persona assai cara. Da qui parte un percorso di rinascita e redenzione dal dolore accettato che si tramuta in atto poietico, creativo. Un percorso in salita, reso urgente dalla profonda sensibilità della persona (anima azzurra definisce se stessa, appropriatamente) in uno al proprio istinto vitale di donna del Sud, retaggio della natia Gallipoli. Un itinerario interiore accompagnato dal valore salvifico della scrittura, che muove dalla consapevolezza del caos indistinto dal quale la parola stessa risorge:

Mi si è impigliata la parola / tra i fili ingarbugliati / che imprigionano il cuore. / Sillabe appena nate / mai congiuntesi a far pensiero / giacciono sbrindellate / agonizzano / su punte di metallo / dietro il portone del sé dagli altri / chiuso / a doppia mandata.

Una volta imboccato il sentiero della poesia, il dolore trasmuterà, cederà il posto alla memoria – luogo privilegiato della scrittura – che saprà dilagare nel verso sino al compimento di una catarsi necessaria:

C’è una casa / dove io mi affacciavo la sera / e potevo parlare con le stelle / e loro mi raccontavano, / pettegole, / dell’amplesso della luna col buio della notte. / C’è una casa / con la terrazza al posto del tetto / dove io mi sdraiavo / a vedere i gabbiani volteggiare, / e tendevo la mano a catturare / ora un’ala d’uccello, ora un lembo di cielo. / C’è una casa / dai muri bianco calce / che non ingialliscono mai, né mai si scrostano / anche se la salsedine li divora e li arroventa il sole. / E infine c’è una casa / dove io ero felice / felice di quella casa / perché avevo il mare / e il sole / e il cielo / e i gabbiani / e le stelle pettegole / e i muri bianco calce / e una vita davanti / per rimpiangerli.

La poesia di De Matteis, e per essa l’autrice, sembra credere all’esistenza di energie, negative e positive, che emanano dallo spirito e in esso ritornano, e vi si fondono dopo aver attraversato l’esperienza. E che lo spirito sia a sua volta un fattore invisibile che muove la realtà. Da qui, nel verso si dipana una fitta e originale partitura di richiami, variazioni e concatenazioni armoniche di ritmi e di suoni, una particolare espressività che genera una scrittura ricca, portatrice di una pluralità di visioni articolate che oltrepassano i significati percepibili razionalmente. Una poesia dell’anima, dunque. Dello spirito, o meglio dell’energia incontenibile dello spirito che era forse inespressa, costretta dalla quotidianità, ma che alla fine per il dolore ha intonato parole e versi, come fosse riuscita a spezzare le sbarre. 

Lungo il cammino, la scrittura trova spesso una perfetta rispondenza al desiderio interiore di una elevazione di sentore quasi contemplativo, che sembra respirare l’eco di Baudelaire o Mallarmé, ed è qui che il linguaggio e il tono poetico a volte assumono spinte di impronta neoclassica: S’imporpora l’azzurro lapislazzulo / come guance puerili vergognose / al sole stanco che / volge all’occaso. / Sprazzi d’oro e vermiglio ardono l’aria. / Spettacolo fastoso, quel che guardo! / Vorrei che non calasse mai sipario. / Ma la vita non proroga splendore… / La sera scioglie già le nere chiome. Mentre altre volte vergano sulla pagina segni icastici, visioni impressioniste: Così la voce diverrà risacca / di un mare troppo profondo / per essere compreso. / Rimarrà lì, sulla battigia, / nascosta nel silenzio / di una conchiglia pietosa. / E mai nessuno, più, / l’ascolterà. Oppure aneliti vitali di un nitore espressionista e al tempo stesso quasi mistico: I sorrisi del cielo, terseggiando, / rilucono di fresca primavera. / Brilla il sole nei verdi occhi dei prati / strabuzzati su nascente flora. / Dolci gli effluvi di novella vita / riempiono d’ incanto l’aria e il cuore.

Tuttavia per l’autrice non è solo l’elevazione personale il movente della scrittura poetica, ma anche l’ermeneutica dello spirito che la orienta fortemente verso tentativi di comprensione del mondo, attraverso l’osservazione di profili dell’esistenza che spaziano dalla condizione femminile ( per es. dedica un componimento alle donne vittime di violenza) al rapporto con la natura, dagli affetti familiari alla religiosità, dall’amore al mistero della morte. Fino a osare, e trovare, l’autoriflessione maieutica: Cosa farei se un giorno mi dicessero: / «Tempo scaduto! Devi proprio andare?». / Tante volte oramai me lo son chiesto. / La risposta la so: correrei in strada / a catturar bellezza da portare / racchiusa in occhi e cuore ovunque vada. / E poi, chissà, quelli dall’altra parte / sorrideranno del mio grande amore / per cielo e mare e tutta questa vita / che io stupita ammiro, opera d’arte.

Quella dell’autrice, in definitiva, è una testimonianza poetica che accompagna il lettore verso la ricerca di un significato ulteriore dell’esistere, ma partendo sempre e comunque dalla scrittura. Non ha l’utopistica ambizione di trovare risposte universali, ma dal particolare induce a riflessioni che molto spesso attendevano solo di essere rivelate. La parola muove sì dall’elemento biografico ma prontamente si innalza a temperature maggiori della semplice narrazione, diventa un atto imprescindibile per ampliare lo sguardo troppo spesso univoco o convenzionale che si ha sulle cose del mondo. Scardina luoghi comuni, decostruisce il senso ordinario della realtà verso una visione differente che poggia sulla centralità dell’anima come risposta alla caducità della condizione umana. La parola poetica come alternativa alla vacuità dell’effimero, il segno sulla pagina bianca che scalfisce in modo indelebile l’animo del lettore.

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