A picco sul mare, tra poesia e prosa.

di Giuseppe Scaglione

Perché libertà è poter dire e fare, assecondare la notte, essere segugi di se stessi e amarsi fino all’ombra più scura, quella più nascosta, quella che fa più paura.

La mia definizione di libertà è indefinita. Una linea retta, senza inizio né fine. Una lama a triplo taglio accolta a sangue vivo, promessa di un affondo autentico, lacerazione di visioni oltre confine, ferita cercata e voluta.

Nella raccolta di componimenti prosimetrici A picco sul mare, di Daniela Fontana (Edit@, 2020), nonostante essa sia concepita come appunti di un viaggio introspettivo dentro la propria città (mai nominata nel libro ma sappiamo essere Taranto), è la pulsione alla libertà il significato ontologico che muove l’autrice alla scrittura. Una libertà interiore, un valore tanto forte da dare un senso all’esistenza e tanto profondo da doversi intendere come elemento-canone dello spirito. Che trova la sua più alta espressione nel misurarsi indenne con le vicende della vita, attraversando i topoi, i luoghi fisici e dell’anima. Una libertà che genera i cambiamenti interiori permettendo di restare se stessi. Un ossimoro apparente, quindi, ma in realtà una condizione esistenziale, uno stato d’animo attivo al limite dell’effervescenza, orientato alla creatività. Da ricercare sempre, in ogni momento, anche nel cerchio magico di un’alba troppo timida per ingoiarsi tenebra e fondo di bottiglia. Perché:

Nel silenzio della libertà possono nascere mille note e i colori si mescolano, prepotenti s’accostano, spadroneggiano, sanno della porta spalancata, di quanto l’assoluto possa materializzarsi nella quiete.

In esergo, il libro chiarisce compiutamente le proprie premesse:

Agire comporta rischi, ma staticità è vivere da morti. Eterno spettatore della vita degli altri, svegliati! Apri le mani, sentilo fluire il vento fra le dita, c’è un germoglio, un bozzolo di gioia ad aspettarti, il simbolo del sangue nelle vene che scorre, fa battere le tempie, fa ardere ceppi abbandonati, fa nascere un nuovo eroe.

La scrittura asseconda questa potente pulsione interiore. L’autrice fa sua la grande lezione stilistica impartita da Dino Campana nei Canti orfici e sceglie la formula espressiva del prosimetro. Propone visioni, disegna bozzetti, squarci di città e di stati d’animo. Sono parole trattate con cura, sia quando tratteggiano con afflato surrealistico le visioni interiori che quando si soffermano, lente oppure sincopate nel simbolismo, sulla città, che nel libro altro non è se non il medium per esprimere il senso stesso della libertà. Un collegamento sinestesico profondo ma difficile da riportare alla percezione cosciente. Riappropriarsene è il modo che la Fontana indica per rinascere:

Ero seduta sull’ultimo cartone rimasto. Guardavo i palazzi intorno, le finestre che spiavano i miei movimenti, il tetto della chiesa che ingoiava tutto, la mia anima soprattutto, masticata e vomitata in cielo, tutta la sofferenza possibile. Dovevo ricominciare da qui. Dalla mia città: squinternata, devastata, mortalmente bella.

Spesso la sostanza fisica della città si spinge nei componimenti fino a incrociare una sorta di declinazione materica degli stati d’animo, o in altre parole genera una fusione alchemica tra la memoria e l’introspezione, quando attraversa luoghi dove i palazzi possono essere calcinacci in esposizione, opere d’arte in evidente stato di decomposizione, ombre scomposte di storie perdute, fragili sterpi immersi nel buio di fronde, nel fitto campo di girasoli accesi sotto un cielo senza luna.

Sono sempre gli stati d’animo a svolgere il filo del discorso poetico e anche a delineare i profili antropologici che l’autrice attribuisce a se stessa, ma che in realtà incarnano una declinazione collettiva – contemporanea, meridionale e femminile – dell’esistenza.

Il linguaggio poetico che la Fontana dispiega nei componimenti rende una cifra stilistica molto interessante, ricorrendo con indubbia accuratezza sintattica a forme espressive aperte, perfino all’ellissi, e inoltre lo fa con appropriatezza, ovvero corrispondenza perfetta al tono a volte drammatico altre volte intimistico che imprime alla singola visione. Sia essa frammento o prospettiva intera, singola scena o percorso. Stretti alle descrizioni del paesaggio urbano, si succedono gli stati d’animo che suscita oppure evoca. Suggestioni della memoria e ansie di futuro quasi si fondono dentro la stessa visione, suggerendo domande, esprimendo dubbi, attesa di risposte. Non vincolata da precise formule metriche, la scrittura trova una affascinante musicalità e ritmi che in alcuni punti trascinano la successione dei sintagmi verso sfumature di pathos, in altri la stemperano nella diastole della riflessione. Una scrittura ricca, quindi, ma soprattutto determinata e libera, come la proiezione di se stessa, e di una dimensione collettiva, che l’autrice trasfonde nel libro.

Quando la redenzione arriva da oltremare.

di Giuseppe Scaglione

Disteso in quella campagna sconosciuta, in mezzo a cespugli spinosi aggrovigliati intorno al corpo, Robel non aveva nessuna cognizione del tempo e dello spazio intorno a sé. Fissava il cielo con sguardo vitreo avvertendo tutta la pesantezza del proprio carico di dolore. Le nuvole passeggere sembravano lanciargli un messaggio criptato che non riusciva a cogliere. Il sole d’agosto bruciava la pelle e qualche insetto ronzava fastidiosamente su di lui. Avrebbe voluto spostare lo sguardo, compiere un movimento qualsiasi ma era vittima di un’indolenza profonda che gli ostacolava persino il naturale fluire dei pensieri.

È l’incipit del romanzo Il peso delle stelle di Emiliana Erriquez (Les Flaneurs, 2020), un libro che affronta da un punto di osservazione quasi intimista il tema della rinascita, della redenzione. Un tema che l’autrice svolge con una scrittura sobria, composta, e lo diluisce nelle tinte esistenziali dei due personaggi principali, Marina e Robel. Due mondi diversi, due diverse declinazioni dell’esistenza, due modi di concepire la vita che trovano sintesi in una bellissima storia di amicizia e solidarietà. Al tempo stesso il romanzo include, con toni narrativi delicati ma spiazzanti, la denuncia sociale: i pregiudizi, il razzismo, lo stalking.

La trama vede Marina, la protagonista, trasferirsi in un casale della campagna salentina per sottrarsi alla persecuzione del marito – un poliziotto ottuso e violento – dal quale ha divorziato a causa appunto della sua violenza. Per caso, passeggiando nei campi, si imbatte in Robel, un migrante eritreo clandestino che è ferito e in fuga. Se ne prende cura, indifferente alle feroci critiche della gente del posto, e soprattutto gli offre ascolto e attenzione. Decide di aiutarlo a ricongiungersi con la famiglia ma riappare suo marito: è riuscito a scovarla ed è più che mai determinato nella propria volontà di sopraffazione.

Le vicende narrate si dipanano con un andamento piuttosto diversificato, una successione avvincente di accelerazioni e pause, tra fughe rocambolesche, pericoli e momenti di quiete, dimostrando un’ottima padronanza della Erriquez nella gestione delle scene, sia nei tempi che nelle situazioni. I personaggi sono disegnati bene, sono assolutamente verosimili e i loro profili psicologici rappresentano senza dubbio il più importante tra i punti di forza del romanzo. Insomma, l’autrice mette in campo una indubbia maturità narrativa, che “tiene” perfettamente e senza ingenuità le situazioni, lasciando tuttavia al lettore lo spazio per l’immaginazione.

A questo si coniuga l’altrettanto matura capacità stilistica. La scrittura infatti è scorrevole e il ritmo dello svolgersi sintattico asseconda lo sviluppo emotivo della narrazione. In altri termini un periodare che senza enfasi, né orpelli o cascami linguistici, segue le vicende con esatta coerenza tonale e favorisce l’ingresso del lettore nelle dinamiche psicologiche dei personaggi:

Le piccole luci dei lampioni lungo i bordi della strada illuminavano appena la statale Adriatica, soffiava un forte vento che agitava con vigore le fronde degli alberi. Eravamo in viaggio da mezz’ora, il cielo scuro si proiettava senza confini davanti a noi. Guidavo in silenzio, fiduciosa che il sonno non sarebbe arrivato a distrarmi. Robel, seduto al mio fianco, osservava il paesaggio serale incantato da quella quasi totale immutabilità fatta solo di ulivi secolari e muretti a secco.

Su tutto campeggia il percorso di rinascita della protagonista, grazie all’incontro con Robel ritroverà dentro se stessa ancora intatte le proprie qualità umane, soprattutto la forza di resistere, di non lasciarsi andare. Perché, come insegna la grande letteratura, occorre sempre attraversare altre persone per ritrovare se stessi. E Marina lo fa, accompagnata dalla scrittura di Emiliana Erriquez che rende perfettamente ogni sfumatura emotiva anche dell’altro protagonista, emblema di una condizione di estremo disagio, vittima di una discriminazione non meno violenta di quanto non lo sia la violenza sulle donne. Due personaggi espressioni-vittime di un contesto sociale che si va involvendo pericolosamente, per cui è necessario che la letteratura ritrovi, come fa la Erriquez senza moralismi di maniera, le energie per dare l’allarme, come seppero fare i Maestri del romanzo sociale nel Novecento. Così in questo libro è una figura di donna, Marina, vittima di violenza e già tormentata dalle proprie paure e dalle proprie sofferenze a mettersi in gioco, rischiando ulteriormente, per un profondo atto di solidarietà verso uno sconosciuto, di diversa vita e diverso colore della pelle. Un libro, quindi, che induce a porsi molte domande, dentro una società in declino che acuisce le diseguaglianze, che gira la testa dall’altra parte davanti alle mafie, che banalizza la violenza, che riduce temi fondamentali per il proprio stesso futuro – come la violenza sulle donne e l’integrazione dei migranti – alla liturgia delle “giornate mondiali” e delle marce di solidarietà.

Il viaggio di un “altro dire” per ritrovare la bellezza.

di Giuseppe Scaglione

Ci sono versi che meglio di altri spiegano il senso del lavoro di un autore, di un impegno speso alla ricerca della Poesia. Quelli che seguono, a giudizio di chi scrive, riescono a rendere appieno il significato dell’atto poietico che sostiene la vita intellettuale di Donato Di Poce, poeta, fotografo, critico e curatore d’arte.

Ho imparato a vivere
Tra le pieghe dell’invisibile
Ho imparato a vivere
Ai bordi del dolore
Per amore di verità
Ho abbracciato il nulla e il disamore.

Poi un giorno ho accarezzato
Il cuore puro della bellezza
Le radici degli alberi bruciati
Pagine accartocciate di silenzi
Disavanzi di nulla e di perché
E i dettagli innamorati della polvere.

Donato di Poce ha pubblicato molta poesia, un lungo viaggio che ha intrapreso insieme all’arte. Un viaggio che con L’altro dire (Edizioni Helicon, 2020) si spinge piuttosto lontano, alla ricerca della bellezza. Beninteso, a modo suo, ovvero da intellettuale non allineato, dalla poetica scomoda se non proprio addirittura irriverente. E a modo suo la trova, questa bellezza. La cerca camminando sul bordo del dolore, nel disfacimento civile della società, nella disintegrazione del tempo. Nonché attraversando i Maestri, per esempio la poesia di Pasolini oppure la genialità di Carmelo Bene (al quale dedica un lungo componimento in apertura di silloge), rielaborando in termini di adamantina purezza il senso dell’imperfezione, in un osare poietico che si sostanzia depensando la parola con la parola stessa (Partiture di depensamento è appunto la didascalia della prima sezione del libro). E così trova una declinazione espressionista della scrittura che conduce al coraggio di dire la parola contraria, quella vera, lontana da false esigenze esistenziali e da ambigue presenze intellettuali che appella ferocemente senza alcun riguardo:

Come pesci impazziti nuotate
Sulla scia dello splendore altrui
Annaspando nell’acqua sporca
Dei calunniatori che siete.

Succhiatori di ruote altrui
Gregari inconsapevoli degli ultimi
Che cercate negli altri solo l’errore
Una virgola appena d’imperfezione.

Non sapete che solo i più coraggiosi
Risaliranno il fiume della creatività
E riusciranno a splendere di luce propria.

Voi sarete solo pescecani del nulla
Eccitati dal sangue delle vostre false ferite
Morirete soli in una pozza di mediocrità.

Di Poce è concentrato sui profili etici e sul significato ontologico della parola poetica. La struttura della versificazione è orientata verso un equilibrio sintattico e stilistico che genera un linguaggio cristallino, poco propenso alla figura retorica oppure – in termini semiotici – alla costruzione ermetica del significante. Al contrario la scrittura è essa stessa significato, è dorica, scorrevole e intelligibile al limite della colloquialità. Per Di Poce solo il coraggio della parola vera che impatta sul bianco della pagina può cogliere il senso dell’esistere, laddove l’esistenza è anche fatta di ben altro, di qualcosa di invisibile se non nel pensiero e così per racchiuderla nei versi occorre un altro dire che sia anche un depensamento. Un unico, splendido termine, logos, – come ci obbliga a ricordare Di Poce con i suoi versi – significa sia parola che pensiero. Quindi la parola poetica non può solo essere un’istantanea esistenziale fatta di segni grafici e di suoni ma deve seguire un itinerario interiore e deve farsi pensiero, perché

Il vero filosofo è come un poeta
Che attraversa su un veliero solitario
I mari in tempesta della conoscenza
Poi approdato su un’isola sconosciuta
Ascolta i silenzi della notte
E i primi bagliori di vita
Che all’alba accarezzano nuovi orizzonti
Poi riparte impavido e solo
Come un corsaro avido di verità
In balia dei venti
Dimenticandosi di tutto
Sperando solo che la vita gli conceda
Un altro approdo, un altro pensiero
Invisibile, indicibile.

Quindi per Di Poce essere poeta è una prospettiva esistenziale e, quando è necessario, l’essere scomodo o perché no urticante è una qualità intrinseca del poeta. Per lui, e non gli si può dare torto, la Poesia non è un’espressione neutra: essa deve prendere posizione, puntare il dito, “essere contro” le storture e le diseguaglianze. Tuttavia non c’è alcuna colorazione livida nei suoi versi, è ben lontano da modalità espressive in cui si annida il portato di frustrazioni personali o dell’emarginazione sociale, come talvolta accade per alcuni autori i cui versi lambiscono istericamente l’essere contro a prescindere. Così il suo altro dire consiste

Nel perseguire un filo di delirio
Tra etica ed estetica
In cerca di un fare significante
Di un razionale senza grazia
Nell’esserci travolti dal delirio
Che vive nell’abbandono
Tra poesia detta, scritta e pensata
Tra corpo e voce amata e non detta
Nel disumano disarmonizzarsi
Nel liberarsi di Sé.

Versi che vagheggiano la capacità del poeta di interpretare le pagine dell’esistenza, di mettere a nudo l’anima di se stesso e del mondo. Di accostarsi in un abbraccio universale a tutti gli esseri umani, anche e soprattutto a quelli che il mediocre sentimento comune considera i perdenti. Su questo abbraccio distende una poesia di alto profilo etico, un altro dire che racchiude la visione di possibilità future di redenzione. Una poesia che è un atto di coraggio, di onestà intellettuale, un atto di presenza e di testimonianza, un afflato espressionista teso a redimere l’irredimibile per trasformarlo in impeto di rinnovamento morale, attraverso il suo linguaggio poetico frutto di assoluta coerenza nella decostruzione della semantica convenzionale, alla ricerca della parola capace di “scandalizzare”. La trova in quelli che definisce “poeti imperfetti”, indifferenti al plauso dei mediocri oppure dei sedicenti intellettuali attenti a procurarsi quattro paghe per il lesso. Da questi “poeti imperfetti” – uno per tutti Pasolini – raccoglie e reinterpreta una grande lezione: scrivere è trasportare in un codice comunicativo fatto di segni ciò che abita nel profondo dello spirito, indifferente al tempo e alla riconoscibilità nel mondo.

Chicca Lopez in un enigma d’amore e di morte.

di Giuseppe Scaglione

Il noir La regola di Santa Croce (Rizzoli, 2021) di Gabriella Genisi, che come l’apprezzatissimo Pizzica amara ha per protagonista la carabiniera salentina Chicca Lopez, è andato in libreria proprio mentre la serie televisiva ispirata al personaggio letterario di Lolita Lobosco, parto della stessa brillante penna, faceva registrare audience da record. Della prorompente commissaria barese a buona ragione si è già detto tanto, anche qui su Correlazioni, e per ora – in attesa di nuovi romanzi e di nuove fiction – si può solo aggiungere che è entrata nel cuore dei telespettatori allo stesso modo in cui il personaggio di carta è, da anni, nel cuore dei lettori. Fermo restando che Gabriella Genisi e la sua Lolita abbiano ampiamente meritato lo straordinario successo, non si può fare a meno di osservare come tutto questo non abbia però diminuito l’attenzione per La regola di Santa Croce e per Chicca Lopez.

In questo libro la carabiniera salentina è alle prese con un cold case, un caso irrisolto per il quale la macchina della giustizia non è riuscita a compiere il suo percorso. Tutto nasce per caso, da una visita privata di Chicca ai lavori di restauro sulla facciata barocca della Basilica di Santa Croce, a Lecce. Un edificio stupendo, edificato tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento in un’area già destinata a edifici religiosi dal Conte Gualtieri di Brienne all’inizio del basso medioevo. Un edificio che è tra i simboli stessi del Salento e del barocco. La giovane marescialla rimane impressionata nel guardare da vicino, sui ponteggi, i fregi bellissimi che adornano la facciata ma la sua indole di investigatrice non può fare a meno di notare una scritta, incisa nella pietra. Tre nomi e un numero, forse una data. L’intuito le fa capire subito che non si tratti di un banale atto di presenza a opera dei soliti vandali, ma di un arcano mistero. Un enigma al quale deve necessariamente dare una soluzione: è un’urgenza per la carabiniera ma lo è anche per la donna, attinta dai toni di irresolutezza del suo stesso essere. Il bisogno di verità di un personaggio tormentato e complesso, davvero molto ben costruito. Alla Lopez viene in soccorso il nuovo ruolo al quale il comando provinciale dell’Arma l’ha destinata, la tutela del patrimonio culturale. Un incarico dapprima sentito come una deminutio – e infatti lo è, essendo stata allontanata dal nucleo operativo – ma che ora le torna utile per tuffarsi in un’indagine solitaria, com’è nel suo spirito, nel suo carattere. Si apre così una trama investigativa che è anche esplorazione della memoria, di quegli anni Ottanta in cui il Salento era ancora un’oasi naturalistica quasi incontaminata. Di una generazione in cui il senso del sodalizio assume per tre giovani, due ragazzi e una ragazza, sfumature di ambiguità. Amore, amicizia, desiderio e trasgressione si fondono in un tourbillon di passioni indefinite e profonde. Passioni in cui non esiste un confine tra l’una e l’altra e generano un patto di sangue, un vincolo indissolubile che, come sempre accade in questi casi, solo la morte può sciogliere. Oppure, paradossalmente, l’amore. Si compie così il mito dell’amore e della morte, perché in una magnifica estate salentina, tra i riflessi del sole sul mare e il frinire delle cicale negli uliveti, nel silenzio incorrotto delle case e dei paesi immersi nella controra, la morte arriva. Anch’essa ambigua, perché non vi è neppure prova certa del suo arrivo: la ragazza scompare e poi cambierà vita uno dei due ragazzi. L’altro diventerà un borghese opaco, uno dei tanti professionisti di provincia che raggiungono un certo relativo successo, ma restano privi di tono e di colore. Per ironia del destino l’indagine, infine, si intreccia all’evocazione del passato di Chicca, perché da questo passato riemergeranno dolori e verità.

E così la Genisi scava, con la sua scrittura. La narrazione si apre all’esplorazione dei sentimenti e delle più intime sfaccettature introspettive. Il passaggio dalla gioventù all’età adulta, la deriva identitaria, la fascinazione del male in una terra in cui la criminalità assurge a canoni di potere. E poi l’amore passionale, la concupiscenza, la gelosia, l’odio. La rinuncia, il sacrificio del sé come estremo atto d’amore. Tutto raccontato con perturbante maestria, con un lessico che avvince per il suo scorrevole nitore. La Genisi permette alla propria cultura letteraria e alla propria sensibilità personale di tradursi in un andamento narrativo che svaria da una scena all’altra inglobando immagini paesaggistiche, colpi di scena, riflessioni esistenziali, il tutto fuso assieme senza soluzione di continuità. Nonostante i paradigmi umani nelle situazioni narrate possano cambiare repentinamente: a volte la scrittura è prosa lirica, altre la lucida trattazione di un’indagine, altre ancora il rumore di fondo dell’introspezione. Ma nel raccontare la voce è sempre intensa, palpitante, calda. Ed è accurata, sul piano lessicale, la scelta di sintagmi appropriati al tenore della scena, che non appesantiscono le immagini descritte. Visioni di profili e di bozzetti esistenziali che si succedono con un ritmo incalzante, rese con una spontaneità stilistica espressione di talento innato. Spontaneità rara, c’è da aggiungere, nel noir italiano d’autore.

Perché va detto che, differentemente dalla serie di Lolita, questo libro è un vero e proprio noir e anzi – tranne per il fatto che Gabriella smorzi i toni pulp di alcuni passaggi e in prevalenza li elida del tutto – si avvicina molto all’hard boiled, il canone narrativo più complesso e seduttivo, difficile da scrivere ma grazie al quale, partendo nel secolo scorso dagli USA (Hammett, Chandler, ecc.) il noir si è poi affermato in tutto il mondo e ha segnato una sostanziale evoluzione del genere poliziesco (o giallo che dir si voglia) conquistando consenso e seguito internazionali. Una corrente a cui hanno aderito in diverse loro opere anche consacrati scrittori europei, come per esempio Simenon. Tranne che in Italia, dove le grandi firme non hanno ancora voluto o saputo cimentarvisi troppo a fondo, limitandosi a ibridi di alterne fortune e a personaggi poco realistici, se non inverosimili. Ora, comunque, se si analizzano i parametri narrativi che la Genisi adotta in questa serie che ha per protagonista Chicca Lopez, è possibile ritrovare finalmente e per intero – in un autore italiano di largo pubblico – i paradigmi fondanti del canone noir, a iniziare dalla forte caratterizzazione della protagonista: una “dura” al pari del famosissimo Marlowe della letteratura americana, nonostante sia una donna giovane e porti con sé un passato scomodo. Ma, detto senza polemica verso alcuno, è soprattutto un personaggio verosimile, una figura non fumettistica o di maniera bensì una psiche complessa e tormentata, comunque concreta. Una carabiniera, una omosessuale non del tutto convinta, una tipa tosta e sensibile al tempo stesso, irriverente, mai doma. Ed è, come i personaggi dell’hard boiled, una investigatrice solitaria, insofferente alla troppa disciplina e capace di infrangere le regole, quando occorre. Ma qui è bene fare una annotazione: la Genisi ha disegnato un personaggio forte e drammatico che resta originale nella sua italianità, o meglio salentinità, senza alcun ammiccamento ad allure d’oltrefrontiera.

Del noir c’è poi la profondità di campo del contesto geografico e le sue caratteristiche esistenziali dominanti: il Salento vero, profondo, con i suoi atavismi, le sue contraddizioni e la sua bellezza. Una narrazione, quella della Genisi, lontana dalla banale immagine patinata da cartolina che vogliono a uso turistico i luoghi comuni, ma senza scivolare per converso nella truculenza grottesca che talvolta ci tocca leggere in qualche “emergente”. Insomma un realismo spiazzante, che coniuga la verosimiglianza delle vicende e dei personaggi alla narrazione romanzata e include il fascino dei miti locali, come fa la citazione del personaggio di Idrusa, leggendaria figura del Salento. Un realismo in cui campeggiano vivide immagini e atmosfere di un luogo atavico, storicamente e antropologicamente, che trasfigurando i puri dati oggettivi del paesaggio rendono meno dolente il raffronto con un’attualità difficile, con lo scenario dei maestosi ulivi divorati dalla xylella, con una società – sineddoche della Puglia intera se non addirittura di tutto il Sud – afflitta dalla cronaca criminale oppure da un barocchismo vacanziero e forse anche letterario di maniera. Ed ecco allora che l’autrice, non-salentina ma innamorata profondamente del Salento, gli contrappone un realismo in cui bellezza e tormento, salvezza e dannazione si ricompongono, dando vita al racconto appassionato di un luogo dell’anima, capace di dare un senso a chi vi appartiene.

Infine, nel libro c’è il richiamo potente della Poesia. Come in Pizzica amara, dove ogni capitolo è sormontato da versi di Bodini, ne La regola di Santa Croce lo stesso accade per la raffinata poesia di Girolamo Comi, simbolista salentino del Novecento, barone di Lucugnano e umanista originale, di impronta steineriana ma al tempo stesso affascinato dal senso del magico e del mistero. Connubio perfetto per questa affascinante storia nera.

Il Mito quotidiano nel mondo poetico di Vittorino Curci.

di Giuseppe Scaglione

santi e giostrai del calendario,
grumi ghiacciati in campo aperto.
resta il sangue della terra
anche dopo.
è così che uno cerca, sfigurato,
tra rocce lunari e crepe di asfalto
vita, non tradirci proprio ora.
sei poco, a volte,
e non basti. te ne stai nel chiasso
di qui, dove siamo contenti
del pochissimo che abbiamo
con te, l’angelo dei tócchi

Sono versi che Vittorino Curci include nel volume Poesie (La vita felice, 2021), un’antologia personale che seleziona e ripropone le tappe di un lungo percorso poetico. Tuttavia la scelta di proporsi con un’opera antologica, di soffermarsi a riflettere sul proprio cammino, di riassumere, non deve trarre in inganno. Non è il momento per Vittorino, ma forse non lo sarà mai, di cristallizzare la parola poetica dentro un percorso compiuto. D’altronde di questo assunto ne fa anche esatta corrispondenza il polimorfismo strutturale della versificazione che – come ampiamente denota la raccolta – ricomprende modelli di scrittura anche piuttosto differenti tra loro. Una pluralità articolata di schemi sintattici, di diverse musicalità, di varie scelte ritmiche nella successione dei sintagmi. Pluralità che pur se da un lato segue una linea evolutiva coerente, dall’altro esprime l’impossibilità, per Curci, di considerare l’idea stessa di Poesia come di un qualcosa che abbia a che fare col senso del definito: anzi dal punto di vista formale la costante è data dalla continua ricerca dell’innovazione stilistica, dalla progressiva e sistematica decostruzione e rielaborazione di significato dei lessemi e dei segni d’interpunzione, dalla originale capacità del verso di sorprendere. Se questo è vero sul versante del linguaggio, lo è ancor di più per il tono poetico, per le visioni capaci di reinterpretare in un looping senza fine i paradigmi esistenziali dell’individuo storico e dell’individuo antropologico. Con la pulsione alla sintesi tra questi paradigmi, – come ci spiegano tanti altri suoi versi, anche ricompresi nell’antologia come per esempio la poesia Canone dei proverbi – pulsione che risolve nel senso del Mito, altra costante della sua poetica:

la sera delle case è quieta per chi va
nei libri a cercare i suoi segreti. tra bottiglie
vuote e uno zampillare di foglie
inginocchiamoci davanti al possibile
del pane muffito non chiedere al forno.
la luce smemorata di una seconda estate
svaria da un presagio all’altro.
ma noi non siamo i figli illegittimi del secolo

Nei versi di questi due componimenti è forse racchiuso il lemma del codice comunicativo dell’autore, teso alla continua ricerca dell’universale, che consiste in un perimetro di “realtà pura”. L’espressione di questo perimetro può essere però ostacolata da marcate componenti soggettive, o dalla rappresentazione di dettagli descrittivi. Per superare questa possibile difficoltà, Curci articola una versificazione in grado di risalire agli archetipi, di trattare il mistero dell’esistenza con una parola poetica spiazzante, surrealista o finanche a volte metafisica, che genera nel lettore quella unheimlich freudiana di cui è capace solo la grande Poesia. Ma al tempo stesso, accanto alla prospettiva perturbante o forse proprio in ragione di questa, il mondo poetico di Curci restituisce o comunque evoca il senso della storia personale, fin dalle origini, fin dall’infanzia. Scrive Milo De Angelis nella prefazione che: L’infanzia percorre tutte queste pagine, con le sue scene antiche e il suo eterno «primo ottobre nel cortile della scuola», il suo giocare «a morra con le ore della notte». Ma non è l’infanzia crepuscolare del rimpianto. È una stagione vivissima che non possiamo situare nel passato, che ci raggiunge e ci supera, a volte ci aspetta. È un inizio incessante in cui siamo immersi…

D’altronde la vita intellettuale di Vittorino Curci è un costante inizio, un rinnovamento continuo. L’esordio è come artista: dopo l’Accademia di Belle Arti di Roma – allora diretta dal grande Toti Scialoja – Curci entra nel gruppo di eventualisti che negli anni ’70 si forma attorno a Sergio Lombardo, con Cesare Pietroiusti, Anna Homberg e altri ancora. Nella capitale espone le sue prime opere di arte concettuale, alla galleria Jartrakor diretta da Lombardo. La qualità della sua produzione lascia presagire traguardi importanti ma già dentro una delle sue opere – una tela bianca con al centro la scritta in corsivo amatemi – si manifesta la irrefrenabile pulsione per la parola, il logos. Che lo porterà a diventare logonauta, come egli stesso si dice, convinto del primato della poesia ma non del poeta, che ritiene uguale agli altri uomini. Il livello dei versi è alto, tanto da vincere il premio Montale per la sezione inediti nel 1999. Commista alla passione per la poesia si agita nel suo spirito creativo quella per la musica. Jazz, oppure musica improvvisata. Nelle performances alterna alla lettura dei versi l’esecuzione di brani improvvisati, con il sassofono. Inoltre si cimenta nella narrativa e infine è un valido disegnatore surrealista. Pubblica prevalentemente i disegni nel suo blog, vittorinocurci.tumblr.com, oppure su Instagram, con un ampio seguito internazionale. Il volume Poesie, a questo proposito, include il lungo elenco delle sue pubblicazioni, delle mostre, delle performances musicali, la discografia e le partecipazioni ad antologie poetiche.

Ma va detto che la vita intellettuale di Curci è soprattutto studio, lettura, approfondimento, affinamento del gusto artistico e letterario. È uomo di vasta e profonda cultura, a volte anche intransigente nel riconoscere o attribuire un valore ontologico all’arte, alla musica e alla letteratura, tuttavia la fede che vi ripone non assume contenuti demiurgici, non è moraleggiante, è piuttosto figlia di una notevole capacità percettiva. Non è un caso che questa sua sensibilità sappia individuare il valore intrinseco della migliore produzione contemporanea, anche prima che la critica dominante esprima il suo giudizio. Parallelamente si può affermare che l’atto creativo – nella parola, nel suono, nel ritmo, nella visione – sia frutto di questo profondo studio e di questa sensibilità. Straordinaria è la capacità della sua scrittura nell’osservazione e nell’elaborazione della realtà, capacità che trasferisce in versi nei quali la parola esplora il reale e la Storia ma non li documenta in modo oggettivo: piuttosto, con lessemi e sinestesie di impronta surrealista, li sublima nel senso come si è detto della “realtà pura”. O meglio, se si vuole davvero cogliere l’essenza della sua poetica, del Mito. Insomma, un umanesimo alto e potente in cui l’Uomo e la Storia trovano appunto nel Mito significati e verità altrimenti impossibili da enucleare. Il topos necessario da cui muovere l’osservazione è incarnato dalla provincia, in una elaborazione ermeneutica ben diversa e distante dalla declinazione commerciale dell’istrionica quanto improbabile paesologia, sospesa tra l’essere una moda e il contemplare la cenere, per dirla con Mahler. Nei versi di Curci invece il paese (con le sue tradizioni e contraddizioni) viene piuttosto elevato a spazio etico di conoscenza, a laboratorio di situazioni. Pur non propriamente trasfigurata in epos, la provincia esprime una rappresentazione complessa e articolata dell’esperienza e a sua volta il dato esperienziale si diluisce nella parola scritta, alla quale imprime un anelito di verità:

come auspici d’alfabeto
come sassi sbiancati dalla pioggia
le vecchie pantomime degli eccentrici
ruotano intorno al sole
ma sui boschi c’è ancora nebbia.
a queste latitudini
le notti cadono sugli orti
con lumi freddi e vapori bluastri, le lingue
di fuoco odorano di carbonella
e i fatalisti hanno sorrisi di scimmia
che dispensano senza riserva.
devo forse ricordarlo io
che l’amore dei padri si capisce
dopo, quando il cielo impalma la terra?

Perché, in una declinazione dirompente e abrasiva al limite del drammatico, la poesia di Vittorino esprime il senso stesso di un destino identitario, attraversando la memoria e con essa un percorso individuale e collettivo, fino alla sintesi, nella parola poetica che declina il Mito, dell’io storico con l’io antropologico. E quindi la parola stessa, per Curci, è esplorazione della verità come d’altro canto la verità è scandalo dentro la parola. Scriveva infatti di lui Dario Bellezza: Curci può permettersi simili verità, e trasecolare senza la paura di scandalizzare i già scandalizzabili, se appunto la poesia oggi si pone, e quella di Curci non fa eccezione, come il massimo dello scandalo. Ma più spesso sono i suoi stessi versi a spiegare lo scandalo della verità:

c’era dell’altro, cellule stellate che vagavano
nel blu di metilene, cose pensate
per un tempo che non è questo. e numeri
quantici, fotosfere, superammassi galattici.
c’era anche una punta di lancia nel costato
venga pure il tempo dei rovelli e dei malocchi
delle fionde e delle croci, ma ora sono qui
nel presto musicale di questi alberi e queste
case che guardo come fossero tubazioni
incrostate, ascolto il cigolio di una carriola
spinta da un idiota e mi sento in debito
per ogni pattume, per ogni scintilla di senso
so che vuol dire essere un teppista.
ma non ho comandi, consigli o suppliche
non mi piego al modo imperativo.
l’allegoria, in questi casi, è giustificata

dalla cospirazione dei giorni veloci

È una scrittura, quella di Curci, che offre suggestioni e “ascendenze” surrealiste, ma ne propone gli stilemi con lucidità e un’accuratezza ben lontana dalla scrittura automatica degli autori di quel movimento d’avanguardia storica. Devoto senza alcun limite alla parola, Vittorino invece non perde mai il controllo dell’atto poietico. In questo risiede la sua genialità e forse, in qualche modo, la sua particolarità. È capace di soffermarsi ore e giorni su una sola parola. Fino a quando non ne estrapola il senso, il suono, la verità. Sembra come se dietro ogni parola che sceglie ce ne fossero in fila indiana, nascoste e allineate, altre cento e quella che ci presenta le contenga tutte. Nessuna scrittura automatica, nessuna deriva, nessun sia pure minimo cedimento alla parola emozionale. Nonostante tutto l’amore per la scrittura, la tratta con chirurgica precisione. L’investigazione nella vasta foresta dei simboli, che André Breton chiariva essere il paradigma cardine del surrealismo, in Curci non altera la nitidissima definizione delle immagini poetiche. Peraltro questo va detto anche delle sonorità improvvisate che emette con il sassofono, nonché delle linee essenziali e icastiche dei disegni.

In tutte le sue declinazioni creative Curci esprime un bisogno di ampio respiro, di spaziare con la visione senza alcun vincolo di adesione a un modello statico, sia formale che stilistico. Questo è di tutta evidenza nelle performances di musica improvvisata ma è altrettanto vero anche nella sua scrittura, che per esempio può assumere toni di elegia o di lirica, distendersi in forme prosimetriche o racchiudersi nell’aforisma, purché il canone stilistico sia funzionale all’impulso sincretico della fusione tra il Mito e il quotidiano.

Ricorre all’afflato elegiaco quando scrive di un pomeriggio di sabato con la stessa / gomma per cancellare e gli stessi errori / viene il dubbio che il tempo non si stacchi / dai nostri poveri corpi e che siamo qui / per farcene una ragione – io però / mi accontento di quello che trovo, delle / due tre parole che mi restano nel sangue.

Oppure affida a una lirica intimista e introspettiva il tema della solitudine esistenziale, come nel componimento Non ero solo ad essere solo:

le domeniche sera guardavo sugli usci
tutte quelle angeline e antoniette
vestite di nero che piangevano a vanvera.
mi sentivo un treno che ferma in tutte le stazioni
avevo nutrito l’attesa pensando al futuro come
un grande noce davanti alla casa, e mi ero portato
un libro per cercarti, magari in un’isola segreta,
in una grotta oscura bagnata dal mare
era tutto così contrastato che il barbiere
zecchinetto, sobbalzando nell’orto dei nascenti
dove la parte cieca sanguinava sui miei fogli
quadrettati, smise di giocare
la vita mentale del testo era di così breve durata
che mia madre aveva un’altra – più velata – voce.
il moltiplicarsi delle strade
imponeva suoni stolti e sfacciati

In definitiva, se è vero che la Poesia è oggi consapevole della propria irriconoscibilità nel mondo, Curci affronta il problema con l’apertura a profondità che conferiscono sostanza fisica al tempo e al senso dei luoghi, appunto il Mito, che nel tono poetico assume un significato metastorico. Mentre la versificazione esprime una sorta di rivoluzione permanente rispetto alla tradizione linguistica. Tutto questo gli permette di raggiungere ciò che le cose contengono di inaccessibile alla percezione, al visibile. E soprattutto di dar voce a cose che esistono, nell’individuo antropologico, pur nella loro fragilità o se si vuole caducità. Ed ecco che dal verso promanano forme e colori, in uno scenario poetico dove si incontrano la psiche e l’universo. In questa profondità metastorica Curci trova la Poesia, senza vanto di vittoria ma solo per fermare sulla carta la parola essenziale:

albe mute ci mangiano
i sogni che facciamo.
la parola cade sul foglio
per scaricare il peso di mille storie
sembra una preghiera stare qui.
le labbra cercano in silenzio
la strada del ritorno
la notte resta impigliata nei vestiti.
fuori, non ci siamo che noi
sotto mentite spoglie

Il linguaggio poetico e le sue frequenze.

di Bartolomeo Smaldone

Voglio provare a condurre questo viaggio attraverso le parole partendo da un’asserzione per la quale non è richiesta al momento alcuna dimostrazione: affermo di essere poeta e che la poesia è la qualità ontologica, psicologica ed estetica che mi consente di rivelarmi per ciò che sono. Sono poeta all’interno di un piano cognitivo soggettivo che si esprime attraverso la materia del linguaggio e, per il tramite di questo, della strutturazione dei suoni e delle armonie, della composizione delle immagini; la somma di queste manifestazioni formali, il cui punto sorgente è l’elaborazione di un pensiero mosso dalla forza di un sentire, mi offre la possibilità di ricostruire continuamente la mia dimensione individuale, lo spazio nel quale ogni esplorazione cosciente (o affioramento dal subcosciente) sulla mia natura e sulla mia nozione interiore del tempo si riduce alla costante riorganizzazione di quell’universo dimensionale mediante il componimento poetico, nel quale confluiscono perennemente, e perennemente interagiscono, la memoria, il presente e l’immaginazione, fattori che all’unisono concorrono alla preparazione dell’atto creativo e alla sua concreta realizzazione.

Se è vero che ogni poesia è la parte ultima di un processo cognitivo, esplorativo e di elaborazione di una materia alla quale è fortemente connaturata l’aura evocativa, altrettanto vero è che nella sua elementare intuizione da parte del lettore essa è essenzialmente la codificazione linguistica di quel processo che si genera nella mente e nell’animo del poeta; codificazione che, proprio in quanto sistemazione e ordinamento di tutti i fattori che contribuiscono alla definizione dell’atto creativo, racchiude in sé delle informazioni che potrebbero passare da un io interiore ad un altro, dalla condizione ontologica del poeta a quella del lettore, dalla sfera cognitiva del primo alla sfera cognitiva del secondo. Dico “potrebbe” perché non è assolutamente certo che tale esito si verifichi; né credo che il poeta debba porsi come obiettivo quello di ottenere una immediata corrispondenza simmetrica tra il suo lessico e quello di un suo eventuale pubblico per facilitare il passaggio di informazioni da una parte all’altra. Io intravedo, in tutto questo, una possibilità; ovvero considero che ciò potrebbe accadere al verificarsi di determinate circostanze, come risultato di una possibile interazione di cause. E riconosco, in tal senso, al poeta una precisa responsabilità morale rispetto alla lingua, alla sua rivitalizzazione, al principio di invenzione che dovrebbe essere proprio di ogni costrutto poetico e a partire dal quale il poeta dovrebbe sempre mirare a conferire un rinnovato slancio al linguaggio, senza temere di apparire incomprensibile, di disorientare chicchessia, di rischiare l’intrasmissibilità della sua opera e quindi del suo universo interiore in continua trasformazione, in continua evoluzione, in continua espansione.

A questo riguardo proviamo a pensare alla “Divina commedia” non solo come ad un’opera allegorica, parenetica, moraleggiante ma come ad un vero e proprio laboratorio linguistico nel quale poeta fiorentino sperimentò le immense potenzialità di quella che sarebbe diventata la nuova lingua ricorrendo al latino e ai sicilianismi, ai francesismi e ai provenzalismi, al fiorentino e alle lingue speciali e settoriali della scienza, della filosofia, della teologia. Che cosa sarebbe accaduto se Dante non fosse stato mosso dall’incontenibile urgenza di plasmare il linguaggio come materia viva? Di trovare nuove forme, nuovi accostamenti, nuove combinazioni? Di elaborare, sostanzialmente, un canone con il quale rappresentare le categorie dell’essere in una forma che non si era mai vista prima? Una condizione nella quale il poeta accettasse il compromesso di far suonare la lingua nelle frequenze comunemente in uso in una vastità smisurata di persone solo per garantirsi la certezza di raggiungere quella informe vastità, contribuirebbe alla progressiva atrofia di quella lingua ed escluderebbe di fatto il lettore dalla partecipazione al processo semiotico, impedendogli la possibilità di trovarsi al cospetto di un segno oscuro del quale potrebbe invece, subendone la fascinazione, scoprire la luce mediante un atto volitivo di spostamento verso quel segno.

Solo quel movimento attivato dal potere della parola sconosciuta, dalla forza attrattiva di suoni che il lettore riconosce come familiari nella loro compitazione sillabica ma incomprensibili nel loro insieme; solo quell’atto d’amore verso la lingua e la sua inesauribile vitalità potrà offrire al lettore l’opportunità di intelligere la giusta relazione tra significante e significato, tra forme e suoni, tra realtà e immaginazione, consentendogli di accedere quanto più in profondità a quella codificazione linguistica che è l’espressione formale del sentire, del pensare, dell’immaginare, dell’essere di un poeta… salva restando quell’orbita di mistero che dovrebbe sempre e comunque appartenere a ogni uomo.

L’inconfessabile segreto di Mr. Willer nel nuovo noir di Chicca Maralfa.

di Mariella Sivo

Con Il segreto di Mr Willer (Les Flaneurs, 2021) Chicca Maralfa, giornalista professionista, è alla sua seconda prova narrativa di ampio respiro. Dopo la black comedy ambientata in Puglia Festa al trullo (2018), questa volta l’autrice ci conduce in una vicenda noir che si dipana nei quartieri vip della Milano più vivace e moderna, ma anche superficiale, individualista, criptica, ritratta nella bellissima immagine di copertina opera di Giuseppe Inciardi. Perché la Maralfa, da esperta della comunicazione, sa bene che la veste grafica di un libro è come la vetrina di un negozio, deve catturare l’attenzione in pochissimi secondi, questo il tempo massimo che un lettore dedicherà alla copertina quando la noterà tra decine di altre. Figura centrale dell’immagine è un uomo di spalle che ricorda molto il famoso Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Un’ immagine che racconta il mistero, che rivela la solitudine e il senso di potere al contempo, tratti caratteristici del protagonista del romanzo, Mr Willer. Il lettore tenderà ad immedesimarsi nel personaggio da subito, avendo l’illusione visiva di trovarsi egli stesso davanti alla storia che sta per dipanarsi, tra sentimenti di paura e curiosità, guardando frontalmente alla strada stretta tra palazzi metafisici che conduce alla maestosità del Duomo, il quale appare come la quinta di un film gotico, su cui all’improvviso si alzerà il sipario del dramma personale del protagonista. “Lui, espulso da quelle finestre, è condannato ad una vita randagia, sente l’abbraccio consolatorio della sua città”, città brulicante di attività, abitata da una popolazione in fermento dove normalmente commercio e scambi culturali sono costanti, città portata al caos dalla pandemia in corso tale da rendere impossibile qualunque forma di comunicazione e di efficace costruzione.

Il tratto con cui è disegnato il misterioso personaggio è preciso e duro, così come precisa e dura è la penna di Chicca Maralfa, che ci consegna una visione cinica e cruda della realtà attraverso la narrazione realistica di un crimine condito con studiata violenza e sesso libero, secondo la tradizione dell’hard boyled americano codificato da Samuel Dashiell Hammett, che restituì il delitto alla gente “per un motivo e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori”, come scrisse di lui Raymond Chandler. Un hard boyled molto originale, però, in cui il protagonista non si identifica con l’investigatore, bensì con la vittima stessa, dalla vita enigmatica e dissipata, la stessa figura che si staglia nitida in copertina tra i toni del grigio, del blu e del nero, dell’angoscia, della tristezza, della morte. Mr Willer: all’anagrafe Riccardo Perrone, influencer con quattro milioni di follower, che trasmette su Twitch, piattaforma livestreaming, il programma Babilonia, il format web più seguito a livello nazionale, che della nota città della Mesopotamia antica reca l’impraticabilità del confronto tra uomini e donne che vivono di estremi. “Una voce unica, ruvida e suadente, tagliente e sottile, una bomba di feromoni” in grado di attizzare indistintamente uomini e donne. Un maniaco dell’igiene personale, al limite del disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione, un uomo sentimentalmente indomabile, la cui storia “non può che conoscere una sola coniugazione: singolare”. È ossessionato dalla verità, dalla necessità di vivere anche nel male purché nel rispetto del vero, dalle posizioni estreme che rasentato la deriva autoritaria; omofobo, intollerante nei confronti di tanti vezzi retorici della sinistra e della condotta politically correct.“Il suo era un approccio da pensiero laterale”, scrive la Maralfa, ovvero ha una capacità di pensiero logica e consequenziale che si oppone al pensiero verticale, reo del nostro modo di vedere limitato, ingabbiato. E, infatti, Mr Willer appare sin dalle prime pagine uno scardinatore delle convinzioni e delle logiche radical chic, un outsider, “un nomade ideologico”. Un moderno Dorian Gray dalla moralità ambigua, un esteta alla ricerca del bello e del piacere in ogni campo dell’esistenza a rivelare la presenza di vuoti da colmare, cosa che cerca di far utilizzando proprio il suo programma, Babilonia, “sommatoria di mancanze e di abbandoni”.

Un personaggio a tutto tondo che sviluppa la sua tensione tragica attraverso l’individualismo e la volontà di potenza. Un superuomo così come lo aveva descritto Nietzche, privo di legami, superiore a tutto e tutti, sprezzante nei confronti della massa, da cui pur dipende; un contenitore disordinato di impulsi e motivazioni che riflette i disagi e le crisi dell’età contemporanea, il cui unico denominatore comune è il merito attribuito al totale disincanto. Mr Willer, come aveva teorizzato il filosofo tedesco, non maschera l’individualismo, ma lo esprime parafrasando il linguaggio del Vangelo invertendolo nel segno: “non bisogna amare il prossimo, ma imparare ad amare se stessi” (da Così parlò Zarathustra). Un vero esteta, Riccardo Perrone, appassionato d’arte, capace di maneggiare la massa e di distinguersi da essa, lucidamente consapevole che “non esistono più le grandi contrapposizioni a livello politico, così creiamo nuovi blocchi fra scienza e legge, carnivori e vegani”. Un puttaniere, un esaltatore della libertà sessuale – purché etero – che ama leggere, una necessità sviluppata da quando era ragazzino. Vive in un luminoso e lussuoso open space, un’unica parete di libri, sebbene in trasmissione edulcori abilmente il suo sapere, perché ciò che gli interessa è “spingere al massimo della velocità gli istinti repressi della gente […] Una dissennata catarsi generale”. Eppure Mr Willer tempo addietro è stato innamorato e tradizionalmente sposato con Sofia, la donna della sua vita, che da quando è andata via, a causa della vocazione all’alta infedeltà di Willer, non ha mai smesso di tornare. “Un furore anatomico di passione ma anche di dolcezza”, incastri perfetti di carne e umori, un rapporto diverso da quello di Clara, sorella gemella di Sofia, e Roberto Natali, sostituto procuratore che si troverà coinvolto nella indagine investigativa. Roberto e Clara “non vanno oltre le domande e le risposte indispensabili e sufficienti a fare della loro convivenza un carro semovente”. All’interno di questo anomalo nucleo familiare si sviluppano dinamiche perniciose che hanno come fulcro il sesso, inteso come unico antidoto allo strisciante senso di morte. Clara e Sofia, due gemelle eterozigoti ma ugualmente “femmine speculari, condannate dalla nascita ad un dualismo involontario, con una parte di sè che se ne va in giro nel corpo dell’altra”. Un universo parallelo per il quale ha ottenuto il visto solo Mr Willer e non Roberto, l’ex marito di Sofia e non il marito in carica di Clara. Ebbene, scrive l’Autrice, “ognuno di loro, in questa storia, ha il suo bagaglio di non detto che si porta a spasso”. All’interno di questa nebulosa di relazioni fa il suo ingresso Marion Esse, la cosa più vicino a se stesso che a Willer sia mai capitato di incontrare. Gli ingredienti ci sono tutti perché maturi l’omicidio su cui indagherà il PM Roberto Natali, suo malgrado, che si troverà sbalordito dinanzi al cadavere, un’apparizione che sembra “una delle opere provocatorie di Cattelan”, la celebrazione del sesso fino all’ultimo, un’opera capace di scandalizzare l’opinione pubblica, ormai abituata a tutto in questi anni di decapitazioni in diretta streaming. Natali si chiederà perché la gente ammazza con tanta facilità, ponendo il lettore dinanzi ad una domanda difficile ma quotidiana, visto che i Tg, come scrive la Maralfa, “sono ormai cimiteri che ti entrano in casa”. Tra omissioni e clamorose menzogne che necessitano di tempo per trasformarsi in verità, sempre che lo si permetta, in una palingenetica battaglia fra il bene e il male, a colmare il vuoto narrativo scaturito dalle ambiguità di Willer, terreno fertile per le più disparate congetture, compare un misterioso diario scritto con cura e con profonda consapevolezza da un tredicenne che si firma Kenari. Un diario scritto nel 1990 che puzza di prologo di una tragedia, la storia “che si intreccia con quella di chi ha preceduto e dalla quale cerchi di riscattarti”, un testo extradiegetico, la cui funzione primaria consiste nel dar vita ad una ricostruzione indiziaria del caso. Il diario, le cui pagine si alternano ai capitoli, si presenta come un accostamento agito grazie ad un accordo narrativo tra eventi solo apparentemente distanti e autonomi, con la circuitazione dei significati da un campo all’altro. Il lettore percorrerà gli eventi seguendo due strade parallele che sorprendentemente si intersecano fino a coincidere, un doppio binario su cui gioca Chicca Maralfa, in bilico tra tempo storico e tempo della diegesi. Tutta la bellezza del romanzo è nella apparente facilità con cui l’autrice porta in scena storie, persone, luoghi, ammantando tutto di una tenue luce lattiginosa. Risulta difficile alzare gli occhi dalla pagina senza sentirsi parte dello stesso mondo degli infiniti misteri di Willer. Poiché “le parole non hanno alcun potere di impressionare la mente senza lo squisito orrore della loro realtà (Edgar Allan Poe), Chicca Maralfa realizza un perfetto scambio osmotico fra opera letteraria e realtà, ambientando le vicende al giorno d’oggi con una pandemia in corso, evidenziando dinamiche radicate all’interno della società.

Per quanto riguarda lo stile, la Maralfa predilige la semplicità a livello sintattico, della punteggiatura, della sequenza delle frasi che non sono mai complesse, ermetiche, ma lineari, dirette. Frequenti e abbondanti i dialoghi, scorrevoli e veri, aderendo al principio che la comunicazione per essere trasversale deve essere quanto più personale possibile e meno artificiosa al fine di creare relazioni vere con il lettore. Il prologo e i trentasette capitoli non sono mai lunghi e quasi mai ridondanti di ampie descrizioni. I caratteri e le psicologie dei personaggi appaiono ciononostante ben delineati, ma nessun elemento narrativo va a distogliere l’attenzione dall’enigma che costituisce il cuore della vicenda, il divertissement che però divertissement non è, giacché conduce il lettore non al semplice scorrimento del fatto raccontato, ma anche alla sua indagine su più livelli, arrivando a definire ciò che è letteratura.

Dell’amore e di altre cose.

di Giuseppe Scaglione

Oggi mi va di scivolare dal cavallo delle nuvole,
mirare dritto al fianco delle case,
slegare la fanciulla che fui,
che ancora sono,
riconsegnarla al padre dei sambuchi.

Se si volessero individuare le parole più adatte a spiegare il senso della silloge Non ho mai finto (La vita felice, 2021), della poetessa campana Monia Gaita, occorrerebbe ricercarle in questi versi. Essi contengono la chiave per decodificare i profili poetici che l’autrice ha sviluppato per esprimere la propria visione del mondo.

Quella che propone lo sguardo della Gaita è una declinazione esistenziale fatta di battute d’arresto e ripartenze, di sconfitte e di rinascite, di sofferenza e di gioia. Ma soprattutto un alternarsi di algori ed emozioni. Il crepuscolo e la luce, in un afflato impressionista che genera immagini poetiche nitide, dentro le quali affida al colore dei giorni lo spirito e la materia. Il colore incide forme nella narrazione, la descrizione poetica ingloba la figura, ma la luce domina su ogni elemento, punto fermo sulle alterne vicende dell’anima e della sostanza fisica dell’esistere. Però sull’apparente mutevolezza della Storia, individuale e collettiva, l’autrice distende una weltanschauung che si traduce nella concezione di un andamento sinusale dell’esistenza. Fatta, come il battito cardiaco, dal succedersi di sistoli e diastoli, laddove le prime sono lo slancio, la ripartenza, la ricostruzione dopo il terremoto (che le drammatiche vicende della sua Irpinia abbiano segnato profondamente l’animo della poetessa è fuori discussione), le seconde la ronzante pausa in cui la vita tace, per dirla con Pasolini.

Ricapitolare il fatto, fissare il soffitto,
sentirsi stringere la gola per paura,
finire cancellato come un disegno di gesso
alla lavagna.
Come se fosse facile vivere
in questo odore di ammoniaca
del dare e dell’avere.
Come se fosse facile aprire le portiere
alla fatalità dell’universo
e retrocedere dove la cartilagine del senso
scoppia in fango.
Ora il concreto e l’allarme
dragano l’impostura,
diretti nello stesso alveo:
il gran silenzio delle cose
e la facciata riflessa d’un niente
nel canale.

E poi:

L’istante lascia vibrare
qualche rametto smosso
dal passato.
Non c’è un’ora precisa
perché il paniere che credemmo vuoto
si riempia all’improvviso
e rimaturi, orma priva di squarci,
lungo i vetri.

Perché:

La vita passa fra una lezione e l’altra,
un clandestino entrare negli sbagli
dalla porta posteriore,
uno schivare attivo e resistente
i dispiaceri.
Si accolgono le spoglie dei collassi
senza pianto,
si estraggono diverse scivolate
dalla valva,
si digerisce la rinuncia mista al vuoto,
bene o male.

La scrittura segue e asseconda il ritmo sinusale delle visioni, procedendo per sintagmi mutuati dalla koiné o indifferentemente da linguaggi gergali, quasi tecnici, alternati a parole liriche intagliate come diamanti. Una scrittura capace alternativamente di emozionare e sconcertare, risolvendosi in visioni che toccano profondamente l’animo del lettore. Insomma, una padronanza stilistica che permette all’autrice di restare arditamente in bilico sulla parola poetica, tra la vertigine e la catarsi. D’altronde la Gaita, apprezzata giornalista, è approdata da tempo alla poesia. Sue le sillogi Rimandi (Montedit,2000), Ferroluna (Montedit,2002), Chiave di volta (Montedit,2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura Napoli,2006), Falsomagro (Editore Guida,2008), Moniaspina (L’Arca Felice,2010), Madre terra (Passigli, 2015) premiata allo Spoleto Art Festival 2016.

Ora, con Non ho mai finto, la parola poetica indaga sulle verità dell’esistenza e lo fa con un anelito di reductio ad unum dell’osservazione sulla realtà storica e l’esplorazione introspettiva. Anelito teso allo spasimo fino al punto di rottura in cui dilagano, o viceversa si nascondono, le passioni umane. Quando il linguaggio si fa lirico e si distende sopra ogni cosa il sentimento d’amore. Per la propria terra, per le persone che attraversano la vita, per la scrittura stessa. Un sentimento che atterra e suscita, avvince e impaurisce, ma colora di sé le trame dell’esistenza. Un sentimento intransitivo, che é in quanto deve essere, immanente e trascendente al tempo stesso e per questo capace di muovere verso la conoscenza del sé e permeare il pensiero. A volte – nella declinazione più passionale – si dispiega nei versi alludendo al senso dell’inespresso, del fiume di lava che scorre sotto la roccia gelata. O al senso di ciò che poteva essere e non è stato. Comunque è sempre una verità, nonché l’energia vitale che sostiene la sistole, la ripartenza.

Non ha particolare importanza, nella semantica dell’enunciato narrativo della Gaita, l’attribuzione di un’identità al tu o all’io poetico. La vera soggettivazione sembra infatti consumarsi nella sua scrittura, il cui valore fondante, se non anche allegorico, è ravvisabile in quella categoria barthesiana del “neutro” che decostruisce il senso delle antinomie. Tu e io, la materia e lo spirito, la terra e l’uomo sono concetti che si diluiscono attraverso il value del sentimento poetico che prorompe nelle sinestesie e nelle sineddochi di molti versi e componimenti. Comprendere tuttavia l’anelito di sintesi tra l’io storico e l’io antropologico che esprime la poetica di Monia Gaita è il presupposto necessario per capire l’orizzonte di idee in cui si colloca la sua visione del mondo. Che parte non soltanto dalla sua biografia ma soprattutto dalla sua poesia, rintracciando i nodi tematici che la percorrono. Procedendo in questo modo si potrà apprezzare la poetica di un io che, nascendo nel cuore e nella Storia, non sceglie la via della scrittura ma è condotto sulla via della scrittura dalla Storia stessa nonché da un ritmo di passioni e sentimenti che viene prima ancora della coscienza e genera la scrittura.

Le sezioni che compongono la silloge (Il ciclo del sentire, Confluenze, A colloquio coi luoghi) svolgono un percorso dialettico che richiama il “senso continuo della vita storica” che fu di Amelia Rosselli ma sembra sostanziarsi, più che nella necessità storica di partire dal presente e dal passato per guardare al futuro, nella comprensione del sé come esso è rapportato al sentimento. Sembra addirittura svolgersi una lotta tutta giocata sul terreno poetico, neutra e non funzionale poiché si sottrae alla padronanza del soggetto, e affiorano i termini di una riflessione introspettiva che confluisce in un umanesimo potente, capace di mettere in discussione se stesso e, assumendo il suo portato poetico, avviare una riflessione sull’opportunità di prenderne le distanze per rinegoziare la propria identità. A rischio di una stanchezza esistenziale, quasi di una resa alla complessa manifestazione della Storia e alle difficoltà della vita. In altri termini, come è stato spesso per le avanguardie poetiche del Novecento, la tentazione dell’indifferenza è nodale. Come è nodale la tentazione dell’epochè:

Il mattino cade,
come un insetto si posa sulla mano,
lascia nel cuore una collisa risonanza.
Trovo in natura quello che cercavo:
la nuvola arzilla
sul bordo di un ramo stagionato,
l’arte della convalescenza
a custodire il nucleo originario.
Resto fedele ai muri,
indistinguibile dal rosmarino
e dai papaveri dei campi.
Un’altra barca di stanchezza
viene tirata in secco sulla riva.
Qualche progetto sguazza dentro l’afa,
qualche altro,
mimetizzato fra i polmoni delle foglie,
torna a casa.

Ma queste tentazioni vengono dilavate nella diastole, nella chiamata a raccolta dei propri paradigmi esistenziali fondanti, nella mozione vitale che sgorga dal quotidiano, che la Gaita è capace di poeticizzare, e diluisce la disillusione rigenerando l’amore intransitivo:

Ci tocca sistemare
alcune tegole fuori posto,
rimpatriare i danni,
incunearci in un ulivo d’abitabile.
Insegna la storia
a non sentirci cancellati,
a non dilapidare la parola data.
Ed è fortuna
desumere la luce dalle foglie,
acclimatarsi al vento,
istituire un’adiacenza coi passanti.
Quando la gioia ti muore sulle labbra
come una parola,
devi nutrirti di quello che rimane
nel cestino,
difendere il “ti amo” che imparammo
in epoche remote,
ruotare attorno al fulcro dei viventi,
continuare.

E così il verso sa farsi visione che contribuisce a spalancare le porte del paesaggio emotivo, facendolo penetrare tra sguardi e riflessi, tessuti e situazioni. E anche al lettore è dato di catturare l’istante, di sfidare il tempo eliminando ogni distanza tra la realtà e la sua libera interpretazione. È un gioco poetico che rompe la superficie della percezione, scende nel profondo e, fatto di riflessi e allegorie, trova gli strati più profondi dell’anima. Da lontano giunge l’eco delle parole di Anaïs Nin, forse il migliore commento che si possa fare a questa silloge: Ci sono abissi in cui la maggior parte degli esseri umani non osa scendere. Sono gli inferni della nostra vita istintiva, il viaggio nei nostri incubi necessario per rinascere.

La paziente bellezza del Sud nei versi di Cannavale.

di Giuseppe Scaglione

Il sarto dei piccoli strappi (Les Flaneurs, 2021) è la nuova raccolta di poesie pubblicata da Alessandro Cannavale che ritorna, come in un percorso circolare progressivamente accelerato, ma non parossistico, sui temi cari alla propria poetica. Il sarto, tuttavia, mette in luce una maturità stilistica degna di nota in un autore ancora giovane. La forma che imprime alla scrittura è contraddistinta dal nitore sintattico e dall’esattezza dell’interpunzione. Il verso esprime una vocalità che richiama l’andamento dei piani e dei filati nel canto lirico. Queste considerazioni preliminari sono molto importanti a parere di chi scrive, perché oltretutto rendono il senso di un impegno letterario che l’autore sviluppa con evidente passione. Ingegnere, uomo di scienza, Cannavale profonde nella ricerca filologica, e nell’atto creativo fondato sulla parola scritta, le proprie migliori energie. Il risultato lo premia.

Come se fosse un’antologia, la silloge realizza una sintesi pressoché compiuta tra il carme e l’elegia, l’introspezione e la rabbia, la pulsione animistica e il disincanto, l’evocazione di sentore classico e la figurazione di un messaggio sociale. Anzi è forse proprio in quest’ultima declinazione che, fortemente espressionista, il verso si fa vessillo: è l’urgenza di un vissuto sofferto che diventa quasi il manifesto di una condizione umana, quella giovanile e al Sud, sulla quale il poeta si sofferma fino a rappresentarne l’io collettivo, incarnato nella parola poetica:

Cari giovani, osservate quelli / che non hanno fiducia in voi. / Porgono miele ma stillano veleno (…) Di pulito han solo camicie. / Non cedete loro il campo: / fatene la vostra forza / deludeteli, fino all’onta. / Ricordatevi di esser canto: / siete voi l’oro che scorre / sulle nostre strade bucate.

Il collante che tiene assieme l’andamento plurale della versificazione è costituito dall’interazione con i quadri di Antonio Bonatesta, alternati a gruppi di componimenti poetici con puntuale coerenza narrativa. Sono tele a olio di interessanti forme e cromie, tra il metafisico e il crepuscolare, che evocano la lezione dei maestri salentini, come per esempio Casciaro. Svolgono un racconto paesaggistico – sia architettonico che naturalistico – denso di metalinguaggi figurativi, e restano pervase da una luce quasi opalescente che esalta la scansione dello spazio dentro la scena descritta. Ed è per questo che più che rappresentare un mero riscontro visivo ai versi di Cannavale, o un supporto didascalico, esse sono vere e proprie parti di un discorso poetico attorno alle visioni che animano la silloge. In altri termini, sono in perfetta correlazione con la parola poetica.

Il libro si apre con un componimento elegiaco, una premessa intimista ricamata sull’orlo del mondo poetico di Cannavale:

Amo ciò che duole, / ciò che forse è perso, / che invoca grazie in cielo / ma riceve fango e silenzio.

Si tratta non solo di una premessa ma anche di un presupposto, ed è quindi una delle poesie più significative della silloge, attinta da spiazzante musicalità che promana come un atto d’amore a lenire la tragedia di una terra (sineddoche di una condizione esistenziale) afflitta da laceranti contraddizioni e sopraffazioni, come fu nei versi di Scotellaro. E di Bodini, l’immenso, irregolare, scomodo poeta salentino davanti al quale l’autore si inginocchia più volte, nella silloge. Dichiaratamente e no, fino al punto estremo in cui la parola si svela e si erge, altera, a rendergli omaggio in uno dei pochi componimenti ai quali Cannavale non a caso attribuisce un titolo, appunto Omaggio a Vittorio Bodini:

Alchimie canute di signora, / tre colpi di mestolo / dopo un giro di sugo / che bolle in pentola. / Come un gatto inseguo / gomitoli di odori / per le strade di tufo; / un bimbo ruba un assaggio / poi sogna vele nel bucato. / Come ieri, anche oggi, / a Cocumola e Gallipoli.

Laddove tufo, vele, bucato, sono metonimia di un topos nel quale l’autore diluisce e stempera gli stati d’animo di un sé sincretico al quale affida il compito di addossarsi ogni irredenta, o non ancora redenta, sconfitta:

Ci piangeva il cielo nel petto / mentre svoltavo l’angolo / per essere invisibile al dolore. / Oggi porto il rosso dell’ultimo papavero / radici sottili sono – ora – le mie vene. / Onoro le leggi dei sassi, dentro le ombre: / quelle delle cose nascoste, / che restano quiete, in attesa. / Abito un fiato di vento, / adesso sono vapore.

Perché al fondo ristagna la consapevolezza che

Ci sono mani e cuore / nel fragore dei fallimenti; / nei sogni bruciati, / rimasti come incenso, / sulla trama dei cappotti / dei figli che vanno, / per dar casa a un senso. // Oggi hai un’ombra / impressa sul viso, / di sorpresa e rimpianto. // La tua anima è rimasta / sullo sperone di roccia / di una parola mai detta.

Versi tra i più belli mai scritti da Cannavale, che richiamano l’affanno di altri versi, quelli altissimi di Vittorio Bodini: Qui non vorrei vivere dove vivere mi tocca, mio paese, così sgradito da doverti amare. E per entrambi il paese non è solo un luogo fisico ma anche un luogo dell’anima, tormentata dalla visione di un altro da sé forse irraggiungibile. Perché è probabile che avesse ragione Onofri: non esistono i singoli poeti ma istanti di poesia. E poi perché ci sono canovacci antichi da riprendere, diversi dalla fatuità del vivere e del pensare. Ma questo è un compito talmente contrario all’attuale liquido modo di essere che fa paura il solo pensarlo e resta soltanto la poesia a ricordarcelo. Quindi l’autore riprende i temi di Bodini per esprimere la sua voce e la necessità di aggiornare la visione di uno studio poetico di rilevante valore sociologico, ancora comunque irrisolto nel contesto intellettuale meridionale:

Io non conosco il Sud / delle foto dei turisti / o le frasi fatte / da salotto buono, / gli inganni a modo / dei soliti paglietta, / i ladri del futuro, / giovani già vecchi, / con titolo e cognome. // In rima, scusatemi, / ho solo i binari / dove partono i figli.

Così, dal sarto dei piccoli strappi può essere espunto un neorealismo che non è più l’atavica insoddisfazione dei meridionali, incapace di manifestarsi con una (sana) ribellione vera e propria, fino al punto da scivolare in una condizione esistenziale talmente scettica e disincantata da sembrare (o forse lo è?) assente. Oppure, come dicono i versi, una sterile analisi da salotto buono, e qui verrebbe da aggiungere anche letterario. No, qui e adesso, quando le Samsonite hanno preso il posto delle valige di cartone e i decolli assonnati hanno preso il posto del dolore dei treni, Cannavale ci parla di altro, ci spiega

Il Sud che corre nel braccio / come da un morso di cane, / il Sud che guizza sugli occhi / della fraternità dei randagi. // Su un crinale della storia / è il tempo degli inquieti / che prendono la parola.

Nella silloge la scrittura a volte si spinge verso una prosa poetica gnomica, quando si tratta di sollevare impietosamente il velo sulle vergogne della propria gente:

Io non conosco il Sud: / gli sguardi di gesso dei santi / che fanno ancora gli inchini / ai balconi dei latitanti.

Oppure s’innalza, lirica e surrealista, verso la trascendenza degli affetti:

Madre, coi tuoi sogni / di pane e minime cose / hai redento il cielo. // Le tue lacrime stasera / adombrano la Luna / persino. Padre, / alzo la voce da una rupe di carta, / quasi intravedo la soglia di casa / le piccole cure del tempo buono.

Tuttavia, la ricerca poetica di Cannavale è sempre protesa oltre il testo, il verso non è altro che l’occasione per indicare una verità più alta, una via d’uscita. Quasi esprime un’ambivalenza emotiva verso la propria terra, verso un Sud illuso, o intristito e fermo, che sembra tagliato fuori dalle vere correnti della storia e che tuttavia resta un luogo dell’anima, capace di dare senso all’esistenza:

Tra queste pareti vorrei stare / su quest’aria intrisa di attesa, / restare.

Sono le parole di un componimento, intitolato Restanza, che risolve il senso dell’intera silloge e supera la dicotomia emotiva. Perché Cannavale rifiuta l’idea di un Sud mitico e al tempo stesso soffocante, ancestrale e claustrofobico, eterno ma disperato e ignavo. Questo era forse il Sud di Bodini, dove i giorni si susseguivano come i grani dei rosari nelle mani delle vecchie, come i numeri sulla faccia d’un dado, e dove si è lenti come la ruota di un carro, oppure oziosi come la mezzaluna di maggio o le parole perdute davanti a una tazza di caffè, immobili come le siepi di fichi d’India, agri come la terra amara dove cresce il tabacco. L’autore del sarto prova a ricucire gli strappi, quantomeno quelli più piccoli. E allora rimane, resta, e con altri versi che alludono alla possibilità di recuperare ciò che si è perduto ci spiega perché:

Non è perso quel che svanisce, / è sotto le coltri della notte, / nel verso delle lacrime: / è l’avanguardia del giorno.

L’universo femminile nei racconti di Maria Pia Romano

di Mariella Sivo

“Donne in apnea”, della scrittrice salentina Maria Pia Romano (Il Grillo Editore, 2019) è una raccolta di racconti, dieci storie di donne, dai diciassette ai cinquant’anni, che si guardano allo specchio e si raccontano, ciascuna a suo modo; una, nessuna e centomila, in un gioco di specchi che frammenta il sé e poco a poco ricompone il percorso della donna che vuol essere padrona della sua vita e della sua felicità. Francesco Improta definisce questa esperienza narrativa come schegge di vetro di Murano, fragile e delicato, ma capace di riverberare nella sua trasparenza la luce adamantina che brilla in ognuna delle protagoniste. Donne in apnea, dove l’apnea è la sospensione temporanea della meccanica respiratoria, una sospensione dal terreno, dal corporeo, una immersione nelle profondità, laddove c’è una varietà impressionante di vita nascosta. Donne complicate, esuberanti, aggressive, creative, taciturne, estrose, maldestre, appariscenti, come le definisce l’Autrice, con un unico, vero, inconfessato bisogno: essere accolte. Tema centrale dell’intera raccolta è la cura, il prendersi cura di se stesse, che si rivela un atto d’amore, un vivere consapevolmente. Come una pianta senza cura dà segnali di mancanza con una foglia secca, ingiallita, allo stesso modo le nostre emozioni, se non ricevono cura, non possono essere rigogliose e respirare. Prendersi cura per Maria Pia è un atto creativo, è un gesto che modifica l’esistenza, generando Bellezza. È un atto rivoluzionario che modifica lo scorrere grigio delle cose con i colori dell’attenzione, dell’ascolto, dell’amore. La cura non è una campana di vetro sotto cui riparare dalla vita, ma luoghi ed attività dello spirito in cui la presenza rende capaci di reggere l’urto.

La prima piccola eroina normale in cui ci si imbatte durante la lettura della raccolta è Elisa, quarant’anni e tre capelli bianchi che taglia alla radice. Ha una paura balorda di invecchiare senza un lavoro e per questo si è inventata una ricetta per non affondare: studia. Riempie i vuoti dell’anima con le pagine dei libri di testo e tenta strade come quella del dottorato di ricerca, solo un parcheggio per tre anni, un lavoro a scadenza come lo yogurt. Per Elisa il giorno più bello non è il matrimonio, di una noia infinita, ma la laurea. È il primo ritratto di donna appartenente alla cosiddetta generazione malata che aspira al lavoro e si sente tradita dalla vita. Segue la storia di Pamela, trentasette anni, madre mancata, ma felice perché ha scelto di esserlo, perché piangersi addosso non fa bene. Anche Benedetta, quarantadue anni, fa parte dell’esercito dei disperati, poiché ha deciso di prendere i ventiquattro CFU per accedere al nuovo concorso a cattedra: una speranza di futuro per salvare l’oggi. Sia Elisa che Pamela che Benedetta scelgono di lottare, perché chi non lotta ha già perso. Hanno la capacità di scegliere e questo le rende felici. Sono racconti di esistenze precarie, appese al filo dell’incertezza, come anche quella di Flaviana, trentanove anni, estetista, emigrata in Germania per seguire il marito. La storia di una giovane donna condannata al lavoro in nero e che posta foto su WhatsApp per mantenere vitale il rapporto con le origini. Sono tutte donne che affermano il loro diritto di autodeterminazione, il riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente. In contrasto con chi ci vorrebbe far tornare indietro di millenni. Il principio di autodeterminazione appare un principio irrinunciabile e non trattabile, restituisce alle donne la possibilità di scegliere e di liberarsi da stereotipi secolari. Maria Pia affronta anche il tema della mistica della maternità nel racconto “La madre mancata”, in cui Laura, quarantatré anni, precaria, sposata da dieci e niente figli, scrive alla ministra della salute Beatrice Lorenzin in relazione alla disastrosa campagna pubblicitaria che ha posto una clessidra che pesa più di un macigno sulla testa di ogni donna in età fertile: “Cara Beatrice, noi non aspettiamo la cicogna e neanche il lavoro [… ]. Abbiamo la schiena dritta e molta rabbia dentro”. Una risposta aspra alla politica che vede la donna solo come una macchina che sforna figli, senza tener conto che in Italia c’è poco sostegno per le mamme che lavorano e scarse tutele per le donne che cercano lavoro, spesso costrette a firmare dimissioni in bianco. Una campagna pubblicitaria ignobile, che discrimina le donne infertili, che ignora la libertà di scelta della donna stessa, semplice fattrice e utile soltanto finché è in grado di portare avanti gravidanze. Ci si imbatte anche nel tema del bullismo nel racconto “Biancamarea”, diciassette anni, in vacanza con le amiche a Gallipoli. Pensa che al resto del mondo non interessi ciò che piace a lei, i libri, la poesia, “una pagina di mare al mattino”. Vive una vita parallela e pensa così tanto intensamente che le viene il mal di testa. Per questo suo essere diversa, le amiche la prendono in giro, ma Biancamarea trova la via per salvarsi: deve far uscire le parola dalla sabbia e dalla rabbia. Da questo racconto, ma anche da “La donna dei libri” e da “L’acchiappasogni”, si evince l’importanza che l’autrice riconosce alla scrittura, ai libri, alle parole, “meraviglia e condanna, vocazione e disperazione”. Maria Pia, come le sue eroine del quotidiano, si presenta come una donna di inchiostro che non sa dove finisce la pelle e inizia la carta, che preferisce alle promesse di un futuro rassicurante davanti alla TV col marito e figli le schizofreniche solitudini creative davanti ad una tazza di tè. Ma la dicotomica fragilità femminile non viene taciuta, poiché si piange quando la casa è vuota, quando accanto non abbiamo un respiro che proceda in sincronia col nostro, ed è una cosa che pesa. Nel caleidoscopico girotondo femminile non manca chi “deve fare colpo”, chi vuole vivere una passione smodata, chi vuole godere davvero e, tra realtà e illusione, cerca l’amore in chat, col desiderio di mantenere i legami in questa bolla digitale, senza il rischio di doversi impegnare. Autoironia, leggerezza, simpatia, amore e rispetto verso se stesse non mancano anche in “Io e le mie tette”, storia di una quasi cinquantenne che si è rifatta il seno per il desiderio di sperimentare l’effetto che fa portare in giro “due bei meloncini che ti rendono ancora più femmina”. Manca del tutto l’atteggiamento giudicante da parte del narratore, che abdica alla facile tentazione di invitare i lettori a non conformarsi ai finti modelli. Chiude la raccolta “Ghost Track”, un racconto erotico, l’incontro con Narciso, una divagazione inopportuna, eppure necessaria, per reimparare a sognare nella maniera imperfetta e stupida di chi ha troppa vita dentro. I racconti sono fatti in prima persona con focalizzazione interna. La scrittura è spezzettata, segue i pensieri delle donne, tra improvvise illuminazioni e ripensamenti, si costituisce attraverso flussi di pensiero e ragionamenti. Lo stile è divertente, giovane, fatto di incisi e intercalari, il linguaggio semplice con molti elementi del parlato. In tutti e dieci i racconti si ritrovano passione, fantasia, vita vissuta e la certezza che l’unica strada possibile per sopravvivere alla incertezza e precarietà della vita sia ripartire da se stessi con coraggio. Tutto ciò costituisce l’immenso serbatoio che è la mente di Maria Pia Romano. Pagine piene di inquietudini e dolori segreti, traboccanti di slanci e passione in colluttazione col reale, in cui la graffiante lucidità si alterna alla tenerezza. L’autrice si presenta guerresca e pacifica, aggressiva e mite, ricordandoci una Goliarda Sapienza dal cuore capientissimo, dalla formidabile consapevolezza e dalla segreta intensità. Il vitalismo dei personaggi descritti, la necessità di adottare la prima persona a cui delegare la conduzione della storia, la meridionalità come categoria spirituale, la frenesia dei sentimenti, la disposizione alla ritualità ci rimandano alla scrittura di Elsa Morante, come la Romano ispirata dal mito fondativo del mare, di tutto ciò che è liquido, confine del mondo conosciuto e della maturità. Il messaggio dell’intera raccolta è che bisogna essere liberi. “Liberi di osservare, di studiare, di guardare dalla finestra, di spiare fra quel bosco di palazzi ogni luce che dal mare si insinua tra le imposte” (Elsa Morante)