Mario Desiati racconta la notte dell’innocenza

di Giuseppe Di Matteo

la nott innocDella nostra èra fanno parte anche i drammi nazionali consumati in diretta televisiva. Tale è stata la tragedia di Vermicino e di un’Italia improvvisamente inghiottita in un pozzo per seguire il filo, amarissimo, del destino di Alfredino Rampi. È il 10 giugno 1981. Il Paese incolla gli occhi davanti alla tivù senza avere la consapevolezza di assistere al primo “reality show” della sua storia, lungo all’incirca sessanta ore. Numerosissimi e generosi i tentativi di salvare il piccolo. E intanto, intorno a quel luogo infernale, comincia a radunarsi una folla di curiosi che è lo specchio morboso di chi, nel frattempo, vive e “consuma” quella vicenda dall’altra parte dello schermo. Alla fine Alfredino viene localizzato, ma quel cilindro profondissimo e buio sarà la sua ultima casa.  Arriva l’annuncio della morte, il 13 giugno, seguita dallo strazio di ciò che le sopravvive: il corpo che giace inerte, senza vita. Verrà recuperato solo 31 giorni dopo. Si abbassa il sipario, le lancette rallentano, i toni si placano: gli spettatori hanno già rivolto lo sguardo altrove.

Pochi anni dopo, il 29 maggio 1985, un bambino di otto anni torna a casa con le sue scarpe da calcio nuove di zecca e i pantaloncini impregnati del verde rapace dei campetti di periferia, dove l’erba lascia il suo segno indelebile e basta niente per creare l’atmosfera di uno stadio vero. Si chiama Mario e, dalla cornice tranquilla della sua Martina Franca, è pronto ad assistere alla sfida tra Juventus e Liverpool – valevole per la finale della coppa dei Campioni (il trofeo calcistico più prestigioso d’Europa) – che prevede come palcoscenico lo stadio Heysel di Bruxelles. L’impianto, piuttosto fatiscente, risale agli anni Tenta e appare sin da subito non adeguato a ospitare eventi di quella portata. Ma conta poco.

L’attesa di Mario diventa febbrile. Non sa ancora che la sua infanzia di juventino sta per svanire in una bolla di sapone. Di quella serata, negli occhi di chi l’ha vissuta dentro e fuori dall’Heysel, restano incastrati alcuni fotogrammi che poco hanno a che vedere con una festa. La fredda cronaca registra una vittoria striminzita della Juventus (1-0 il risultato finale, grazie a un gol su rigore, tra l’altro inesistente, di Platini) nella giornata in cui a perdere è lo sport. «Quando cade l’acrobata arrivano i clown»: a parlare sono gli occhi serrati di Le Roi nel dopopartita.

La Juventus si laurea campione d’Europa. Ed è la prima volta. La peggiore possibile. Perché qualche ora prima è già cambiato tutto e gli almanacchi non contano più. L’unico numero impresso nella mente è il macabro conteggio delle vittime: trentanove in tutto, strappate alla vita dalla follia degli hooligans e da un apparato di sicurezza non all’altezza della situazione.

Prima del match, la tensione è già alle stelle. Anche perché sono stati venduti molti più tagliandi rispetto ai posti disponibili: il biglietto nominale non esiste ancora. A ciascuno il suo spazio, almeno questa dovrebbe essere la regola. I tifosi bianconeri, che sono molto più numerosi di quelli del Liverpool, si assiepano nei settori M, N e O; quelli inglesi nelle gradinate X e Y.  E poi c’è uno spicchio minuscolo dello stadio riservato ai tifosi neutrali, che però ben presto si riempie di supporter bianconeri. Molti di loro probabilmente hanno acquistato il biglietto dai bagarini. Non si tratta di ultras, ma di emigrati italiani, famiglie, tifosi occasionali arrivati a Bruxelles per godersi lo spettacolo. Li separa dagli inglesi una recinzione paragonabile alla «rete di un pollaio». Poca cosa. E infatti non dura.

Alle 19:08 parte la carica dei tifosi del Liverpool contro gli italiani, e si risolve in una carneficina che provoca 39 morti e il crollo di parte del muro del settore Z. Seguirà una processione di barelle, cadaveri, corpi insanguinati, guerre sedate a colpi di manganello. La Storia che si mette in moto con il vestito della tragedia.

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A raccontarla, trent’anni dopo, è proprio Mario, quando, diventato Desiati, decide di riportare la sua infanzia alle lancette di allora mettendo in scena su carta la sua personalissima traiettoria di quella serata. La notte dell’innocenza – Heysel, memorie di una tragedia (Rizzoli) è una ricostruzione fedele, e dai toni lirici, che ama profondamente il calcio ma lo spoglia della sua cornice sportiva. Perché spesso il pallone è, nel bene e nel male, un fattore straordinario di aggregazione sociale che si arrampica sui nostri istinti primordiali. Lo aveva già capito, più di trent’anni fa, un intellettuale raffinatissimo come Desmond Morris, che nel suo monumentale La tribù del calcio,m – pubblicato nel 1982 e riproposto in Italia da Rizzoli – si sofferma sulla mutazione antropologica dei tifosi, i quali «da semplici fruitori di uno spettacolo sportivo si trasformano in concelebranti di un rito» che prevede una serie di regole come «l’appartenenza, la lealtà ai colori della propria squadra, i codici d’onore». Ed è pur vero, come già sottolineava un osservatore attento come Montale, che «dallo stadio calcistico il tifoso retrocede a un altro stadio: quello dell’infanzia».

Un’infanzia che nel memoir di Desiati ritorna prepotentemente incollando frammenti della notte tragica dell’Heysel agli umori del suo involucro di adulto. Il resoconto di quanto accade, in diretta sulla Rai, è affidato alla telecronaca «asettica» di Bruno Pizzul, ma la Storia ha già cominciato a fermentare nella mente ancora innocente di Mario-bambino – che assiste alle immagini del disastro ma non alla partita – per poi cristallizzarsi nello sguardo maturo dello scrittore che si fa cronista e torna a lavorare sui suoi ricordi interrogando le fonti.

L’orologio della memoria segna di nuovo le 19.07, l’istante che precede (e battezza) il dramma: «Il settore Z è colorato, variegato, ci sono omini vestiti di bianconero (…) Gli sfottò sono blandi, ma gli inglesi vicino al settore Z provocano, vorrebbero uno scontro, sono troppo alterati dall’alcol per capire che davanti a loro ci sono famiglie e sparuti cani sciolti. La rete leggera cade facilmente, viene tagliata, scavalcata, non c’è più; un parà reduce dalla guerra nelle isole Falkland chiama la carica, la gente scappa, cerca una via di fuga verso il prato, ma i pochi poliziotti presenti non capiscono il dramma in corso e manganellano gli italiani che vogliono fuggire dal settore e scavalcano la recinzione che lo divide dal campo. Dalla curva opposta si vede una massa che preme contro un muro, un cielo che si colora di nero nelle loro teste, sono pietre e ferro, un fumo rosso e poi finalmente arrivano i primi reparti di gendarmeria (…) Poi d’un tratto lo spicchio dello Z sembra svuotarsi, come se la gente avesse trovato un varco e fosse riuscita a scappare».

Si rincorrono le voci. «Finché arriva la notizia che le cariche dei tifosi del Liverpool verso il settore Z hanno provocato il crollo di un muro, pare ci siamo dei morti». La gendarmeria interviene, ma il latte è già versato. I rinforzi servono a placare ulteriori istinti di guerra.

Il collegamento Rai inizia alle 20.10 e da allora il gomitolo degli avvenimenti si srotola in una diretta televisiva mestissima che ingloba anche lo svolgimento della partita – disputata con un’ora e mezzo di ritardo su disposizione delle autorità belghe – e il giro di campo della Juventus con la coppa tra le mani. Le polemiche impazzano.

La tragedia dura alcune ore, ma è già Odissea. E Desiati la racconta con l’abilità chirurgica della sua Prosa, riappropriandosi degli occhi che i suoi genitori gli hanno chiuso, amorevolmente, da bambino: «No. Non vidi la partita. E per tanti anni è stato un gigantesco tabù. Una cicatrice rimossa, da non mostrare. Per anni l’Heysel fu soltanto la foto di rito dei calciatori, in piedi e accostati in un libro di calcio dai fogli patinati e spessi (…) Ho rivisto la partita trent’anni dopo, con uno spirito che metteva insieme curiosità, emozione, voyerismo e commozione».

Restano l’agonia di quelle ore e dei giorni successivi – la decisione di giocare con i cadaveri ancora caldi, la coppa mostrata da Brio ai tifosi, i processi, i risarcimenti blandi, la manipolazione della memoria e gli insulti ai morti – e, nell’ultima parte del volume, una tribuna riservata ai commentatori di allora, ai quali Desiati affida il compito di giudicare, anche se da scrittore navigato non rinuncia mai a dire la sua.

Poi di colpo l’Heysel scompare e si materializza un vecchio super tele blu perso trent’anni prima. L’eredità affettuosa di un calcio che continua a spargere i suoi demoni, ma resta bellissimo.

Valeria Dell’Era, oltre il diario dell’assenza

di Giuseppe Scaglione

 

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“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a proprio modo.” Così Lev Tolstoj, con uno degli incipit più noti e più belli nella storia della letteratura, inizia il romanzo “Anna Karenina”. Una verità assoluta, nessun dolore è mai vissuto allo stesso modo da tutti. Così Valeria Dell’Era, pugliese, scrittrice e docente di lingue, affronta con la poesia il proprio personale cammino nella sofferenza, la più acuta per una madre, l’improvvisa perdita di un figlio. Non si tratta, o non soltanto, di elaborare il più alto dei lutti, ma di tracciare un percorso esistenziale. Fatto di domande alle quali non c’è risposta nella sfera razionale. Soltanto il sogno visionario della poesia può entrare nel limbo delle verità irraggiungibili. Così Valeria racconta, a se stessa e al lettore, ciò che altrimenti non si può raccontare. Le verità della vita oltre la morte, il mistero della maternità, il filo eterno che lega genitori e figli. Per lei questa narrazione inenarrabile è necessaria. Come è necessario per noi riflettere sull’assenza, tema che scandisce la vicenda terrena di tutti.

 

 

È questo il senso della silloge “È finito il miele nella coppa”. Un viaggio in versi attraverso il dolore, per come si dipana tempo per tempo, nei giorni, nei mesi, negli anni che seguono. Ci spiega che la morte è un inizio, anche per chi resta. “Quando la tua morte / è cominciata / si è svuotato / il lato sinistro / del mio corpo.” L’assenza è il mostro che sa nascondersi dentro momenti di apparente rassegnazione, per ripresentarsi poi in un attimo in tutta la sua ferocia. Il mostro davanti al quale la Dell’Era non sceglie la fuga ma il coraggio di viverne in modo quasi mistico quanto esso presenta di illogico e assurdo, perché l’animo umano non è fatto per sopravvivere a un figlio. Il libro sviluppa immagini e pensieri capaci di esprimere le cuspidi aguzze della sofferenza, oppure alternativamente di avvolgere la mente in una nebbia che ottunde la coscienza. Un groviglio irrisolto di stati d’animo. Tutti senza uscita e tutti riconducibili all’assenza. Immagini, pensieri e stati d’animo che l’autrice disvela con il pudore della verità, a volte toccando note di mondi fiabeschi e altre volte lasciandosi andare, strappati i vincoli dell’illusione, all’immanenza sorda del dolore.

Continuo piccola sai / a vivere e / questa sera / mi sento / in piena forma. / Sono tutte lì ancora / le belle cose / della nostra Terra. / Dove mi trovo adesso / sulla sinistra il cielo è oscuro / e da lì fuggono tortore e gabbiani / sulla destra / verso il sole pieno del tramonto / proprio sull’isola sai, / quella più grande / della Costa Azzurra. / No, non è vero, / il mio corpo non ha più / la sua forma piena: / continuo ad avvertire / quella mutilazione / quel dolore speciale / sull’intero / lato sinistro.

La scrittura fa propria la lezione di Pier Paolo Pasolini poeta delle Ceneri, nella connotazione di sacralità della poesia ma anche nel ritmo, fuori dalle schematizzazioni tradizionali del verso libero. La poetica della parola nei componimenti di Valeria Dell’Era è solo apparentemente semplice, ma in realtà è ricca di rimandi e citazioni e rivela una cultura letteraria ampia e profonda. Non è esibita con ostentazione ma è vissuta nell’introiezione dei contesti. Suggestioni che spaziano da Eliot a Carlo Levi, da Ungaretti a Pascoli, fino alla disperata attesa di un impossibile ritorno come descritta dalla Pastorale americana di Roth. Vira dalla fiaba al mito, dal minimale alla struttura, senza soluzione di continuità. Ricchezza espressiva che trabocca nel sincretismo dei toni colloquiali, quando fa parlare la figlia perduta.

Le immagini letterarie evocate, e le allegorie che ne discendono, impattano nel verso con una delicatezza che ha dello straordinario, pur nella configurazione atroce dello spiazzamento esistenziale che rappresentano. Per esempio il dolore che arreca la primavera alle anime tormentate, lo stesso che faceva dire a Eliot che aprile è il più crudele dei mesi e a lei che non desidero vedere / le sue braccia arroganti / di mandorli in fiore  oppure l’erba gonfiarsi sfacciata di clorofilla. C’è il mito classico della morte giovane dei prediletti dagli dei. C’è l’amorevole genuflessione al nome stesso della figlia, Ilaria, nell’immagine di copertina, un particolare dell’opera scultorea di Jacopo d’Agnolo di Guarnieri dedicato a Ilaria del Carretto. C’è il richiamo alle anatomie sofferenti di una madre, ancorché anni e anni dopo aver generato. C’è realismo e surrealtà. E tutto si svolge senza enfasi, come se l’innaturale potesse sciogliersi nella catarsi del tempo, pur nella consapevolezza che non è così. In questo gioco di specchi e illusioni il dolore accettato si stempera nella poesia, vera poesia beninteso, non più soltanto diario dell’assenza.

 

Angela Catucci e l’ossimoro del mare

di Giuseppe Scaglione

 

Si conclude oggi negli spazi espositivi della Galleria d’Arte K2/Studio, nel centro storico di Giovinazzo (BA), una bella personale di Angela Catucci, artista che si è formata all’Accademia di Belle Arti di Bari e vive e lavora nella tranquillità della provincia. Ispirata al mare, la mostra prende il titolo da un verso del poeta modenese Nicola Manicardi, “che sapore d’uomo ha il mare?”.

 

Le opere, realizzate su legno a richiamare la potente esperienza dell’arte povera italiana, esplorano però con un linguaggio estremamente delicato spazi introspettivi che esprimono compiutamente la sensibilità dell’artista, aprendo riflessioni intimistiche, soggettive al limite dell’emotività, attorno al tema del mare. Se i lessemi visivi si sviluppano nettamente in direzione di un informale materico piuttosto consapevole, quasi sorvegliato, il segno grafico è teso all’espressione, per contenere tutta quella carica emotiva che la Catucci appunto esprime. Pulsione espressionista che la scansione dello spazio per linee ampie, spesso orizzontali, proietta verso il fruitore invitandolo a “entrare” visivamente nell’opera per condividerne il significato ontologico. L’ossimoro di un luogo che ha generato la vita primigenia, il mare, gonfio ora di morte. La tomba di tanta, troppa umanità affogata nella corsa verso un’ipotesi di redenzione esistenziale. I migranti. L’artista non urla, non squarcia il silenzio eterno delle acque ma si limita a esprimere la sua infelicità nelle cromie e nelle forme. Irripetibili sintesi dell’elegia del mare diluita senza soluzione di continuità nella sofferenza della materia. Come nella grande lezione di Burri, allegoria della sofferenza umana.

 

Accanto ad alcune opere ci sono i versi di Nicola Manicardi, realizzando quelle correlazioni tra poetica visiva e poetica della parola che la dimensione contemporanea dell’arte sta aprendo, verso orizzonti possibili di arte totale.

In questo senso e considerata la linea evolutiva molto interessante di Angela Catucci, si può ipotizzare la realizzazione di una successiva mostra in cui far convergere in modo ancora più ampio i linguaggi e con interazioni installatorie e sonore.     

 

I racconti di Rossana Mitolo, occhi sulla coscienza

di Giuseppe Scaglione

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Nel vasto mondo della scrittura esistono opere che, pur se lontane dai grandi circuiti editoriali o forse proprio per questo, hanno in sé la capacità di sorprendere il lettore. Ne catturano e ne mantengono l’attenzione dalla prima all’ultima pagina e lasciano, al termine della lettura, quella sensazione di curiosità esistenziale che permette di continuare a porsi domande e domande, attorno al senso della vita. Opere originali per lo stile, per l’angolazione visuale dei temi trattati, per il linguaggio. Piccoli scrigni di scrittura nascosti in fondo al mare magno delle banalità che a volte affollano gli scaffali delle librerie e delle fiere editoriali. Tesori che occorre scoprire con pazienza oppure, se si è fortunati, si incontrano come per caso.

È così per “Il cefalo dai capelli rossicci” della pugliese Rossana Mitolo (ed. I Sognatori), difficile da reperire ma non per questo privo di quelle attrattive che anche il lettore più navigato cerca in un libro.

Sono tredici racconti, giocati tutti sul filo sottile di un linguaggio costantemente in bilico tra strutture narrative che se da un lato richiamano l’espressionismo pittorico, dall’altro vi intrecciano un surrealismo ardito e spiazzante. Entrambe le cose si incontrano e si fondono in una sorta di declinazione onirica delle esistenze che i racconti ci offrono. Virando, a volte con improvvisi colpi d’ala, dal buio alla luce. Che a sua volta può assumere un’intensità fredda e impietosa, mettendo a nudo le contraddizioni della condizione umana. Oppure può essere ovattata, tenue, malinconica. Finanche ironica, quando illumina certi personaggi oltre il limite del surreale, di cui il libro non è avaro. L’amore dell’autrice per la grande Agota Kristof si dispiega senza soluzioni di continuità nel tono narrativo, che di quella grande lezione si dimostra discepolo attento e scrupoloso. Perché è proprio tale, scrupolosa e attenta, la scelta e la cura delle parole. Affascina il loro susseguirsi che asseconda l’andamento di un ritmo sinusale, come il battito cardiaco che è in realtà il rumore di fondo del libro.

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I personaggi sono carne e pensiero, ma repentinamente possono diventare sogno, o maschere. Dissolversi in un attimo e ricomporsi come altro da sé, in un gioco di specchi e di ologrammi. Non è forse tale la coscienza? Coraggio, è un libro sul coraggio. Di esistere, di non esistere. Di accettare che oltre i luoghi, le persone, le situazioni, siamo noi stessi a infliggerci quelle ferite che non guariranno mai. Oppure di accettare le verità che preferiremmo evitare di conoscere, di noi stessi e della realtà intorno a noi. Allora è necessario distaccarsene, in qualche modo, con l’ironia.

A un certo punto il racconto che da il titolo al libro dice, a proposito di un personaggio:

…il suo sogno più intimo era davvero diventare pesce. Per bucare le onde, per pizzicarne le creste, per assaporarne il primo vagito, per vederle morire. Se avesse potuto, avrebbe nuotato sempre a bocca spalancata per assaggiarle tutte, una a una, perché per lui era matematicamente certo che ognuna avesse un personale sapore e una singolare anima. E un segreto da svelargli. Insomma, Lucio era ricoperto di impronte di mare, umori altalenanti compresi.

L’anelito dell’altro da sé non significa però lacerazione da se stessi. È solo un’esplorazione, un viaggio nei propri abissi personali, come scriveva Anais Nin “necessario per rinascere”. La proposta è quella di vedere dentro di sé i profili dell’alterità. Uno, nessuno e centomila, il cui titolo iniziale non a caso era Ricostruire, incombe sullo sfondo di questa introiezione, che si risolve nella consapevolezza di una realtà non oggettiva, ed è proprio la soggettività a sciogliere i profili nodali dell’essere. Rinascere da sé, tante e tante volte quante le situazioni e le relazioni esigono. Tema caro alla grande letteratura. E alla poesia. Perché molto spesso la scrittura in questo libro si fa prosa lirica, intensa e surreale.

“Ci sono ferite di catrame che neanche valanghe di tempo possono scalfire. Restano lì, ferme, come graffi neri dell’anima. Lucidi, neri, appiccicaticci. Ogni volta che li tocchi gli umori diventano opachi. Ma poi passa, e le giornate continuano a fluire come nulla fosse. (…) Sono la voce della tua fragilità. Fai bene a coprirle, fai bene a tenerle nascoste, come fossero un cancro dell’anima.

Le immagini delle “ferite di catrame” che tutti abbiamo, inconfessate, in fondo all’anima, si diluiscono in una surrealtà fatta anche di oggetti quotidiani. Armadi, cuscini, bottiglie, orologi, sottratti all’uso comune e alla dimensione spazio/tempo, come usavano fare le avanguardie storiche dell’Arte. Altre volte sono immagini oniriche, deliranti. Il cuore-nano, la pancia di gomma, pozzanghere d’acqua in bocca, pupazzi di fuliggine, colonne d’acqua a collegare occhi e seno e tante altre visioni allucinate che richiamando emozioni visive, come in Max Ernst per esempio, toccano il profondo nella decostruzione del senso che convenzionalmente diamo alla parola, al logos. Allegoria, allo stato puro.

Un libro, quindi, che assume e intreccia più codici comunicativi e testimonia di una larga cultura dell’autrice, decantata al filtro di un intuito emotivo che, in uno alla sensibilità, ne fa il suo tratto distintivo.

È un’opera che scandaglia a fondo le declinazioni esistenziali contemporanee, senza pregiudizio di maniera. L’augurio è che possa trovare una platea più ampia, per rinascere, a modello appunto dell’uomo contemporaneo, ancora tante altre volte nella coscienza dei lettori.

Camila e la teoria dell’amore

di Giuseppe Scaglione

 

Ci sono romanzi che vanno oltre la trama e la scrittura. Sono quelli che scavano dentro la coscienza e fanno emergere le domande a cui non abbiamo mai dato risposta. O quelle che non ci siamo mai neppure poste. “La teoria di Camila” di Gabriella Genisi, edito da Perrone, è uno di quei romanzi. Destinato a restare nell’animo del lettore come un passo avanti, se non un punto di svolta, nella comprensione delle declinazioni umane nella famiglia.

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Il lessico familiare spesso non oltrepassa la maschera del ruolo e vuole incarnati, nelle figure genitoriali, stereotipi prestabiliti di condizioni esistenziali e di comportamenti. Così alla figura paterna si attribuiscono aspettative che ingessano allo stadio infantile, o adolescenziale, lo sviluppo reciproco della conoscenza. Per quanto sia stato intenso il legame affettivo nella fase della crescita, non è infrequente che padre e figlio, come adulti, non si conoscano mai. Il ventaglio delle possibili relazioni, che vanno dal padre amico al padre autoritario, è circoscritto a quelle età. Questo è troppo spesso oggetto di affrettati giudizi, dentro e fuori la famiglia, improntati in un senso o nell’altro a una forma di becera psicologia spicciola e popolaresca, quando non dall’ignoranza. E giù la retorica che esalta il padre come fermo esempio di vita e punta il dito accusatore verso il padre complice delle debolezze dei figli, o che non nasconde le sue stesse debolezze di uomo. Detto per inciso, giudizi a volte espressi da chi ha molti scheletri nell’armadio. Che però si spinge al punto di non voler caparbiamente comprendere il sinallagma imperfetto delle relazioni affettive, anche nella famiglia. Questa è ancora la nostra società, che implicitamente il libro disegna.

Solo l’età adulta ci pone davanti a certi interrogativi, ma non accade per tutti. Molto più spesso, come nel romanzo della Genisi, è la morte. Perché è la morte di un genitore che ci colloca dall’altro lato della vita. A qualunque età, è il momento in cui non possiamo più permetterci di non capire. Allora comprendere l’animo del proprio padre, o della propria madre, è un nodo esistenziale da sciogliere, se vogliamo davvero essere uomini e donne. Piuttosto che manichini a cui l’ambiente e le convenzioni sociali prestano gli abiti. È così che Marco, il protagonista del libro, nutre un qualche risentimento verso suo padre, un professore ultraottantenne, per averlo trovato a letto abbracciato alla badante dell’est, giovane e carina. Niente sesso, per carità, solo tenerezza. Due solitudini che s’incontrano, due bisogni urgenti di affetto che il romanzo tratteggia con tinte tenui e delicate. Ma il figlio ha giudicato, e condannato forse, dimentico dei suoi fallimenti matrimoniali e del proprio scialbo stare al mondo.

Poi, dopo la solita partita di calcetto, Marco legge un messaggio della badante. “Professore no più”. Crolla così la costruzione di un equilibrio artificiosamente raggiunto tra moglie, ex moglie, famiglia e amanti, l’ultima è un paradigma di ottusa quanto intensa sensualità, e si ritrova solo e adulto. Ignora i messaggi dell’amante e dice alla moglie che deve assisterlo perché grave, tacendone la morte, per poter trascorrere la notte con la salma e con se stesso, a casa di lui. Ma Camila, la badante, da ingombrante e fastidiosa presenza diventa a poco a poco la levatrice del suo passaggio all’età adulta. Uno scritto di suo padre rappresenta il testamento spirituale redatto per lui, la confessione della sua vita, quella vita che Marco ignora. Dovrà confrontarsi, con quelle verità, che invece di destabilizzarlo gli aprono nuovi orizzonti e nuove visioni. Poi, Camila gli spiega la sua teoria, che rappresenterà per lui la redenzione dal nonsenso del proprio vissuto. E che per molti lettori avrà forse lo stesso significato, lo stesso valore.

In questo romanzo il tono letterario e la scrittura si discostano dalla leggera e brillante narrazione a cui l’autrice ci ha abituati, dal quel linguaggio che spesso compie incursioni nel vernacolo e dal bozzetto emotivo ed esistenziale dei personaggi, che invece in questo libro scandaglia a fondo. Questa profondità si dispiega in una scrittura comunque fluida, e agevole da seguire, filtrata nei toni dalla sua grande sensibilità. Dalle prime pagine e poi via via andando avanti nella lettura le parole del romanzo scendono sempre più verso il cuore e l’animo del lettore, toccando le corde più intime e talvolta inconfessabili di ciascuno di noi. Così il romanzo ci avvolge, ci trasporta verso la memoria di noi stessi, abbracciando le nostre debolezze e cullando le nostre incertezze, quelle che ci portiamo dietro da bambini e che l’essere adulti non ha ancora redento. Ed è così che  la storia diventa visione, evocando pagine di grande letteratura. Perché le innumerevoli e importanti letture che hanno nutrito l’esperienza culturale della Genisi trovano nelle sue doti umane una fertile sponda. Non è facile, per una donna, scrivere di un io maschile. Solo quella rara e geniale sensibilità, che lei indubbiamente possiede, ha permesso tutto questo senza forzature, con una naturalezza narrativa che fa di questo libro il punto più alto, fin qui, della sua produzione.

In Puglia la cultura è possibile?

di Giuseppe Scaglione

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La Puglia incarna la bellezza e le contraddizioni delle periferie culturali del nostro Paese. Qui, ad onta di “narrazioni” che propongono a fini politici e propagandistici l’immagine di una ”apulia felix”, culla di pratiche virtuose ed efficaci strategie di sviluppo, sono presenti dicotomie gravi. Per esempio la proclamata vocazione turistica da un lato e dall’altro il selvaggio proliferare di pale eoliche e pannelli fotovoltaici che deturpano il paesaggio, senza neppure l’alibi del vantaggio collettivo, irrilevante. Una regione in bilico tra il largo voto contro le trivelle e la presenza di troppe discariche inquinanti, incluso il mare stesso. Una terra sospesa tra il desiderare la legalità e l’essere la quarta regione d’Italia per criminalità organizzata. E accanto alle marce e agli eventi antimafia di maniera, le cronache raccontano le corruttele e gli intrecci tra politica, imprenditoria e malaffare, che impegnano nelle indagini più o meno tutte le Procure del territorio. Insomma, una realtà ben diversa dalla facciata.

Questa situazione non sempre trova un ceto intellettuale capace di rispondere alle contraddizioni politiche e sociali che l’affliggono, ma è anzi attraversata da una pluralità di soggetti a volte autoreferenziali, quasi inconcludenti dal punto di vista della promozione culturale. Perché è un fatto, ad esempio, che in Puglia si legge pochissimo. Penultima regione in Italia, con oltre il 70% di “non lettori assoluti”, dicono le statistiche. Un indicatore forte, così forte da spingere finanche la politica, per bocca del Presidente del Consiglio Regionale Loizzo, a dichiarare pubblicamente che “per questo, promuovere la lettura diventa una missione decisiva, perché la cultura è uno dei fattori di crescita della società”. Ma soggetti propositori, operatori culturali capaci della reale “messa a terra” di questa enunciazione teorica, non se ne vedono molti. Si ha invece il dubbio che quella pluralità di personaggi che comunque orbitano attorno al tema della lettura, e più in generale della cultura, sia orientata alla promozione di se stessa e dei singoli orticelli personali. Costruendosi un ruolo di patronage che canalizzi a vantaggio della propria visibilità le pressioni dell’editoria e dei tanti scrittori pugliesi. Sì perché il paradosso è che in Puglia si legge pochissimo ma gli scrittori non mancano. 

In questo scenario spicca invece positivamente un progetto culturale di eccellenza, ormai consolidato nella sua quasi ventennale presenza sulla scena nazionale. E nei numeri, che hanno dello straordinario. Si tratta de “Il libro possibile”, brand di promozione culturale, espressione dell’ Associazione Artes, che si avvale per la direzione artistica della Professoressa Rosella Santoro e dell’azione manageriale del Presidente Gianluca Loliva.

Al suo inizio, quasi vent’anni fa, il progetto consisteva in un Festival annuale del libro, a Castellana Grotte. Ma già dopo le primissime edizioni gli organizzatori ebbero l’intuizione di valorizzare la cittadina di Polignano a Mare, oggi tra i luoghi-simbolo delle “vacanze in Puglia” ma che allora iniziava appena ad affacciarsi al contesto turistico che conta. Così dal 2001 “Il libro possibile” si tiene a inizio estate nelle piazze e nei vicoli del suggestivo centro storico di Polignano, interessando un numero ogni anno crescente di scrittori, personaggi pubblici e intellettuali. E attrae una platea sempre più ampia, contribuendo alla valorizzazione turistica della cittadina. Un caso, questo sì, di interazione virtuosa, di sinergie orientate allo sviluppo del territorio, anche attraverso la leva della promozione culturale. 

La presenza di pubblico non è solo nutrita ma anche eterogenea. Il festival è frequentato un po’ da tutti, turisti e pugliesi di ogni estrazione culturale e di ogni età, e ciascuno trova nella varietà della proposta la possibilità di costruirsi un proprio percorso tematico all’interno della kermesse. Saggistica, narrativa, poesia, firme consacrate ed autori esordienti, personaggi nazionalpopolari ed intellettuali di nicchia. C’è un po’ di tutto, come nella tradizione campionaria della vicina, levantina Bari. Il clima è informale ed i luoghi sono davvero belli, il che permette concretamente di attingere alle esperienze culturali godendo di una serata ricca e intensa, dove il piacere della conversazione è evidente tra gli ospiti, coinvolge gli spettatori e si intreccia all’attrazione che il borgo antico esercita su tutti. Questa atmosfera fa sì che le serate si protraggano a lungo, e che il pubblico sino a notte fonda si mantenga numeroso.

La gestione organizzativa è impeccabile, pianificata attentamente dai curatori che gestiscono nei minimi dettagli l’intero svolgimento degli eventi, dal layout delle piazze al lavoro dei volontari che presidiano le varie fasi, scandite con ritmi puntuali e incalzanti. Una competenza sperimentata ed incrementata nel corso degli anni che vale la stima e la considerazione degli sponsor, nonché l’apprezzamento degli spettatori. Il Libro Possibile è ormai un’istituzione culturale tra le più importanti del sud Italia. Il cui maggior merito, oltre alla qualità stessa dei contenuti, consiste nella capacità divulgativa ed attrattiva di una platea molto più ampia dei soliti “addetti ai lavori”. Successo che ha indotto Rosella Santoro e Gianluca Loliva a proseguire le iniziative nell’intero arco dell’anno ed allargarle ad altri luoghi del territorio. Spaziando oltretutto su aree tematiche che rendono un’accezione della cultura piuttosto ampia. Costruendo calendari di eventi che passano dall’enogastronomia con “Il Vino Possibile” all’antica tradizione popolare del Carnevale di Putignano, dalle Grotte di Castellana alle Scuole e alle rubriche TV. Una presenza a tutto campo, che fa del progetto complessivo un’esperienza unica nel mezzogiorno e forse nell’intero Paese.

Su questa ampia base di attività il brand ha deciso di aprire un osservatorio importante sulle arti visive, individuandone il sito in un antico castello medioevale a Conversano (Ba). Un edificio molto rimaneggiato in epoca rinascimentale e successivamente barocca, di valore architettonico appena discreto perché troppo contaminato. In parte di proprietà del Comune che ha concesso l’uso di alcune sale, a seguito di accordi a titolo non oneroso per la municipalità. Generalmente invece chi si assume l’onere e il rischio della gestione di spazi come questo riceve un adeguato compenso. Lo spessore organizzativo di “Artes” e del “Libro Possibile Arte” ha permesso poi gli investimenti necessari, anche grazie alla consolidata capacità di attrarre sponsorizzazioni.

La prima realizzazione è stata una mostra retrospettiva dedicata dal 10 luglio al 20 novembre 2016 a Giorgio de Chirico, intitolata “Ritorno al Castello”, che ne ha sviluppato il percorso, dall’avanguardia metafisica al periodo barocco e poi alla neometafisica della senilità. La mostra, con le sue cinquanta opere e i filmati delle teche Rai, ha disegnato una narrazione compiuta del grande artista, includendo i tratti distintivi delle declinazioni pittoriche attraversate. La solennità che la scansione metafisica dello spazio e della luce ha conferito alla storia del mito, rinnovandone il significato ermeneutico. L’icastica affermazione di un ego ipertrofico negli autoritratti. La riaffermazione di forme e cromie barocche in opposizione netta e caparbia alle esperienze visive dei contemporanei. La dimensione onirica delle situazioni impossibili. L’immaginario ricco e straordinario dell’uomo-artista, che ha sperimentato l’estraniamento dalla realtà e la sospensione del tempo fino alla descrizione pittorica dell’enigma. Insomma, la mostra ha colto quanto di significativo ha espresso De Chirico nella sua lunga carriera, col merito di renderne fruibile senza troppe difficoltà l’esperienza artistica anche al grande pubblico. Infatti i numeri hanno sancito senza ombra di dubbio il successo divulgativo dell’iniziativa, con oltre 40.000 visitatori. Anche questo un caso unico nel contesto meridionale.

Se De Chirico è comunque una delle figure più alte delle avanguardie storiche e dell’intero Novecento, con piena cittadinanza nel bagaglio medio di cultura generale del pubblico, tale da attrarre per chiara fama anche fruitori meno attrezzati a comprenderne le dinamiche artistiche e le poetiche visive, l’evento organizzato successivamente è forse la scommessa più grande vinta dall’associazione culturale Artes e da Il Libro Possibile. Si tratta di un’antologica di opere di Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray. Quasi una retrospettiva, per come si è cercato di tracciare e ricomprendere la complessità della ricerca visiva dell’artista statunitense. Importante protagonista delle avanguardie storiche, figura artistica molto articolata, anello di congiunzione tra dadaismo e surrealismo. Pittore, scultore, fotografo, regista, scrittore, innamorato di Parigi ed in particolare di Montparnasse, nel cui cimitero riposa. Una complessa personalità del Novecento, attorno a cui anche in Italia si sono avute le attenzioni dei più attenti curatori e critici dell’arte contemporanea, come Palma Bucarelli e Arturo Schwarz, per esempio. Il castello di Conversano ha ospitato, dal 15 luglio al 19 novembre 2017, le 150 opere della mostra, dal titolo “L’uomo infinito”, tratto da una delle realizzazioni esposte ed allusivo al lungo viaggio dell’artista dentro le declinazioni esistenziali contemporanee. Straordinaria la risposta della fruizione, con oltre 20.000 visite, un’iperbole per questo genere di evento e di autore, un indubbio merito culturale per il forte impatto divulgativo. Un bel passo avanti verso la comprensione dell’arte contemporanea da parte del grande pubblico.

Con le mostre ha preso l’avvio un’altra iniziativa, all’interno del castello, “Il libro possibile caffè”, un caffè letterario. Un vero caffè letterario, con spazi dedicati agli eventi e alle presentazioni e con una libreria, accanto ovviamente all’attività di lounge bar/gourmet. Particolarmente curata in occasione delle giornate di maggior afflusso alle mostre e agli eventi, che sono stati numerosi e con ospiti di buon livello. Ma il caffè è stato anche luogo di incontro informale per i lettori, gli studenti e i frequentatori abituali. Insomma, una risorsa preziosa per un’utenza che esiste e che non trova occasioni di soddisfazione nel territorio. Una risorsa preziosa per la promozione della cultura.

Però improvvisamente, senza una alcuna motivazione logica apparente, il Comune di Conversano, incassata la visibilità propria e del castello ben oltre i confini della regione, ha posto fine a questa virtuosa collaborazione. La proroga di pochi giorni della mostra di Man Ray è stata negata, il caffè letterario è stato chiuso e non vi saranno più mostre curate da Artes. Almeno allo stato attuale, ma è da supporre che – nell’improbabile caso di ripensamenti futuri da parte della municipalità – possa essere comprensibilmente Artes a dare il due di picche. Ma cosa è successo? Lo racconta bene un articolo della redazione locale di Repubblica, apparso il 19 novembre 2017 a firma di Anna Puricella, che riportiamo integralmente.

<< Chiusa perché il riscaldamento non funziona. La mostra delle opere di Man Ray al castello di Conversano, in provincia di Bari, era stata prorogata fino al 29 novembre, ma gli organizzatori – l’associazione Artes, che cura anche Il Libro possibile – si sono dovuti arrendere: domenica 19 novembre è l’ultimo giorno per scoprire i lavori di uno dei massimi esponenti del Dadaismo, perché nel frattempo il freddo e le piogge sono arrivati e nelle sale la temperatura è insostenibile. Per i visitatori, ma in primo luogo per le 150 opere. “Ci sono temperature da rispettare per tutelarle, così come accade con l’illuminazione: non si possono superare i 22 gradi e non si scende sotto i 15 – afferma Rosella Santoro, direttrice artistica del festival Il Libro possibile – e si deve garantire un certo tasso di umidità. Abbiamo inviato diverse richieste al Comune perché si accendesse il riscaldamento, ma non abbiamo mai avuto risposta”. Il problema non è nuovo: durante l’estate il caldo ha messo a rischio i lavori in mostra perché l’impianto di aria condizionata non funzionava. “Il Comune ci aveva assicurato che nel castello si sarebbero raggiunti al massimo 25 gradi, invece siamo arrivati a 28 – dice il presidente di Artes, Gianluca Loliva – Abbiamo dovuto noleggiare a nostre spese un potente condizionatore, ma stavolta mica possiamo mettere le stufe nelle sale”. Gli sbalzi sicuramente non aiutano a garantire l’incolumità delle opere, tanto che la stessa Santoro teme che “qualcuna possa aver riportato danni”. La mostra si accorcia di dieci giorni, quindi – “peccato, avevamo già un migliaio di prenotazioni di scolaresche” – ma vista la situazione resterà aperta fino a mezzanotte. Lo strano caso di Man Ray si affianca a quello del Libro possibile Caffè: chiuderà dopo la mostra – probabilmente domenica 26 – nell’indifferenza dell’amministrazione comunale che dovrebbe pubblicare un bando per la futura gestione, che non sarà gratuita come quella di Artes. “Arrivederci, Conversano, vuol dire che andremo altrove”, taglia corto Santoro. La mostra di Man Ray non ha finanziamenti pubblici: “Si sostiene con lo sbigliettamento – precisa Loliva – Ci aspettavamo dieci visitatori, invece abbiamo sicuramente superato i 20mila. E dopo i 40mila dello scorso anno con Giorgio De Chirico non avevamo intenzione di fermarci: per le festività natalizie avevamo programmato una mostra importante dedicata ai bambini, da gennaio alla primavera 2018 eravamo al lavoro per un’esposizione di Guttuso. Ma dal Comune non ci hanno mai risposto, il rapporto con loro è inesistente”. Contattata, la commissaria prefettizia Rosa Padovano preferisce non commentare. >>

Alla notizia reagirono negativamente esponenti dell’ambiente culturale locale e della stampa, ma questa moral suasion non sortì effetto alcuno. Ovviamente Artes e Il libro possibile non avranno eccessive difficoltà a trovare in provincia oppure nella stessa città di Bari altri siti anche più idonei per le iniziative d’arte e per avviare un caffè letterario. Resta però il peso di una vicenda su cui sarebbe davvero il caso di avviare una riflessione, anche da parte degli organi istituzionali preposti alla cultura, regionali e nazionali. Sembra del tutto legittimo chiedersi se sia possibile che un impianto divulgativo di tale portata, unico in tutto il meridione, possa essere inceppato senza una spiegazione dalla macchina amministrativa di un piccolo comune di provincia. Dove i funzionari comunali non hanno neppure permesso l’uso di un castello inutilizzato sino al bando di affidamento, posto che poi sia stato emanato.

Allora lo “strano caso” del castello di Conversano offre lo spunto per aprire questioni  riguardanti tutto l’ambito della cultura. Domande la cui risposta è affidata a chi gestisce la cosa pubblica, su mandato dei cittadini. Si vuole comprendere che il patrimonio culturale non è rappresentato soltanto dai “beni culturali” in senso stretto ma anche da quelle realtà in grado di diffondere concretamente la cultura? Che la promozione culturale è parte integrante del patrimonio culturale di un popolo? È possibile che l’interesse superiore della diffusione della cultura sia inteso, specie nelle piccole realtà  provinciali, come erogazione a pioggia di contributi alla pletora di associazioni questuanti, magari “vicine”? Si può sperare in una chiamata di “responsabilità” in testa a chi gestisce a vario titolo e ad ogni livello il patrimonio culturale, inteso anche come ambiti e capacità di diffusione? Sono riflessioni da fare e domande da porsi, e la Puglia che vuole crescere anche attraverso la cultura attende le risposte. Si tratta di capire in concreto quale sia, ben oltre le dichiarazioni ufficiali ed i proclami elettorali, il valore che si vuole dare alla cultura come volano per la crescita civile. Soprattutto nei territori che dimostrano di averne estremo bisogno. 

 

 

Anteprima – Dal tratto alle parole – Nicola Vacca e Mario Pugliese

di Martino Ciano

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Uscirà dopo Pasqua, ma ho avuto modo di gustarlo in anteprima nella sua forma più pura. Dal tratto alle parole unisce la poesia di Nicola Vacca, premio Camaiore 2016, con i ritratti di Mario Pugliese, artista di Gioia del Colle.

Un esperimento letterario di impatto, in cui ha creduto fortemente I Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno. Un’opera impreziosita anche dalla prefazione e dalla postfazione del filosofo Alessandro Vergari e dello scrittore Giuseppe Scaglione.

 

Parola e immagine si sostengono a vicenda. Infatti, la linea di Pugliese diventa forma che a sua volta è frutto di una visione già precostituitasi nella mente dell’artista; la parola di Vacca è creazione imminente al di là dello spazio tempo. In entrambi i casi, l’intuizione è la padrona incontrastata di questo dialogo tra artisti, e dall’armonia tra logos e linea si genera l’epifania dell’anima.

Ma c’è un altro aspetto, Pugliese e Vacca si pongono in opposizione alla nostra epoca… laddove la parola incita al disvelamento, ecco che il tratteggir-spinoso rende la forma suadente. Per essere fuori dal tempo, bisogna porsi nella dimensione dell’istante, perché lì sta l’essere… ricordate Parmenide?

Dal tratto alle parole è una antologia della memoria restituita, dedicata a scrittori, poeti e liberi pensatori che hanno reso il Novecento unico e irripetibile. Camus, Cioran, Calvino, Borges, Proust e Bukowski, sono solo alcuni degli autori cui Vacca dedica i suoi versi ai quali si uniscono i ritratti di Pugliese.

Il poeta chiede loro cosa sia la parola, da quali intuizioni sono nate le sconvolgenti verità che sono state impresse su pagine che ancora squarciano la coscienza; a sua volta l’artista esplora i loro volti, li riproduce e li modella tra luci e ombre, tra tratti che si inseguono e si spezzano, fino a diventare forme emozionali capaci di risvegliare in noi un senso di inquietudine.

Quello che è rimasto / è una distesa di cimiteri provvisori / luoghi di sconfitte e massacri / dove l’ultima parola oscena/decreterà la nascita dell’uomo nuovo.

Questi i versi che Vacca dedica a Bukowski, giusto per farvi assaggiare qualcosa di questo libro che non fa sconti, che si imprime nella coscienza, che contiene forma e sostanza del disincanto, che ci aspetta al varco.

da “Gli amanti dei Libri”