Intrighi e segreti all’ombra del regime.

di Giuseppe Scaglione

Taceranno anche i passeri (Les Flâneurs Edizioni, 2022) è un raffinato noir d’ambientazione storica dello scrittore pugliese Gianni Mattencini. Le vicende trattate si collocano nella seconda metà degli anni venti del secolo scorso e la narrazione si sviluppa intorno al misterioso suicidio di Gaetano Innamorato, modesto impiegato delle ferrovie trovato morto impiccato, in ufficio, dal personale delle pulizie. L’uomo lavorava a Bari dove, proveniente dal compartimento di Ancona, era stato trasferito per motivi disciplinari, ovvero il forte sospetto di una banale relazione con una donna sposata, moglie di un superiore. Già il motivo della punizione potrebbe dire molto sull’intento narrativo: sollevare un velo sulle ipocrisie del perbenismo di facciata che il regime fascista impose al Paese. E al tempo stesso suggerisce al lettore un primo interrogativo, molto più attuale: certe ipocrisie della macchina burocratica sono sopravvissute al ventennio, e in che misura? Da questo al chiedersi se le attuali malversazioni da sottogoverno siano anch’esse retaggio del fascismo il passo è breve. Che il regime sia stato intriso di corruzione, clientelismo, soprusi e favoritismi (nella pubblica amministrazione e non solo) è un fatto ben noto e nella filigrana del racconto tutto ciò emerge come un fil rouge dalla magistrale costruzione della trama.

Venendo appunto a questa, la narrazione si apre con il ritrovamento del corpo e da subito non appaiono chiari i motivi del suicidio, Innamorato non lascia alcun biglietto né si confida con qualcuno riguardo a possibili tormenti personali. Niente, insomma, che possa spiegare il gesto. D’altronde è un uomo schivo, non ha amici, non ha frequentazioni note. Neppure i due colleghi con i quali condivideva l’anonima stanza sanno niente di lui. Solo che era scrupoloso, preciso e metodico nel suo lavoro. Gli inquirenti – ovvero il sostituto procuratore del re, Alcide Saponaro che intravvede nell’indagine dentro l’amministrazione delle ferrovie l’occasione per fare carriera compiacendo il regime, e il disincantato maresciallo Albino Casati – decidono di non archiviare il caso e iniziano a indagare. Si scoprono dunque, tra gli effetti personali in casa di Innamorato, una collezione di ritratti fotografici erotici e un pacchetto di lettere indirizzate a una donna sposata. Intanto anche il capo operaio delle ferrovie Gennaro Loiacono avvia la sua indagine privata.

Si aprono così piani diversi della narrazione, sapientemente intrecciati tra loro dall’andamento sorvegliato e polifonico del racconto, il cui tono narrativo spazia dal distaccato all’ironico, dal particolareggiato al vago, in modo da tenere sempre avvinto il lettore alla storia e ai personaggi che la animano, il cui tratteggio psicologico è accurato e perfettamente coerente ai canoni del noir. Al di là di un vago sentore kafkiano che emana dalla vicenda, infatti, l’aura personale che li accompagna per intenderci richiama in qualche modo quella dei personaggi di Simenon (ne La camera azzurra o ne La morte di Belle, per esempio), e riverbera attorno alle storie un’atmosfera seducente di ambiguità e di mistero. Man mano che il lettore si inoltra nel romanzo scopre Rosa Diodato, il “mago occultista” Altavan, il cavalier Portento, Annina e altri personaggi. Tutte figure che insieme a Loiacono, il procuratore, il maresciallo, se da un lato hanno qualcosa della “maschera”, ovvero la possibilità di essere ottimamente trasferiti dentro una sceneggiatura teatrale (il che valga come un suggerimento di chi scrive), dall’altro sono profili che incarnano, nel loro insieme o singolarmente considerati, vizi, virtù, debolezze, passioni e ambiguità quali la finzione letteraria riprende senza forzature dalle declinazioni esistenziali della realtà, con evidente capacità di osservazione dell’autore, oltre che di trasferire il tutto nella scrittura.

E a proposito di scrittura è da notare come il linguaggio del romanzo sia molto accurato: ricercato ma non pedante, elegante senza essere lezioso e, soprattutto, appropriato anche perché assonante alla singola scena raccontata, ai passaggi introspettivi e ai dialoghi, per una costruzione sintattica e una scelta di sostantivi, aggettivi e avverbi che sembra aderire puntualmente al contesto di volta in volta descritto o raccontato. Un contesto fatto di vite che si intrecciano, segreti, ricatti, amori e fragilità, che la scrittura declina in un’esplorazione psicologica impeccabile, che scava l’anima dei personaggi, ne coltiva difetti e pregi e ne circoscrive il limite con cura certosina, ne mette in luce gli aspetti nascosti e poi nuovamente li cela, ponendo in discussione le sicurezze dei protagonisti insieme a quelle dei lettori. In definitiva, un impianto narrativo e una scrittura che fanno del libro un pregevole noir d’autore.

Il nuovo romanzo di Lolita? Dieci e lode.

di Giuseppe Scaglione

Lo scammaro avvelenato (Sonzogno, 2022) è il decimo romanzo di Gabriella Genisi ad avere per protagonista Lolita Lobosco, nella finzione letteraria vice questore barese a capo della sezione omicidi nella sua stessa città. Il personaggio e le storie che vi ruotano intorno si ispirano a moduli narrativi aperti alle dinamiche collettive e individuali proprie del nostro Sud, al punto che la città di Bari – con la sua socialità effervescente e i suoi risvolti crudi, ma anche con la sua bellezza, la sua eterna luce primaverile – è anch’essa protagonista della serie al pari di Lolita stessa. Lolita che dal canto suo è ormai nell’immaginario pubblico un’icona riconosciuta di femminilità mediterranea nonché, interpretato nella serie televisiva da Luisa Ranieri, un profilo di grande successo della fiction italiana.

La trama tocca da vicino la protagonista: sua sorella, Carmela, è accusata di omicidio e arrestata a seguito di indagini condotte, forse in modo spiccio, da un funzionario di polizia che aspira non troppo segretamente a prendere il posto di Lolita, intanto esautorata perché appunto parente stretta dell’indagata. La vittima è il sedicente scrittore romano Enrico Fasulo, ospite nel B&B dell’accusata, con la quale intrattiene una relazione sentimentale. Secondo gli inquirenti sarebbe stato avvelenato dal botulino contenuto in un peperone, ingrediente dello “scammaro” – piatto tipico della tradizione meridionale – espressamente preparato per Fasulo da Carmela Lobosco con l’intento di ucciderlo, il movente sarebbe la gelosia. Va da sé che una eventuale condanna porrebbe fine alla carriera di Lolita, quale sorella di un’omicida. Tuttavia la protagonista non si arrende al quadro indiziario e, nonostante sia in un periodo di forte fragilità emotiva per via dell’altalenante storia d’amore con il collega Caruso, si mette ufficiosamente a caccia di indizi, sperando nell’intuizione giusta per risolvere il caso e scagionare Carmela. Il resto della trama il lettore lo scoprirà da sé, al termine di un romanzo breve ma succoso, un condensato di suspence e introspezione che non manca, come i precedenti, di bozzetti gustosi e spunti di riflessione.

La scrittura è come sempre scorrevole ma intensa, capace di disegnare con poche pennellate profili umani e stati d’animo, generosa di particolari nella descrizione dei luoghi e delle situazioni. Insomma un periodare elegante anche quando strizza l’occhio al parlato barese (sempre più sorvegliato, per il vero), perché lo stile è asciutto sebbene sia molto preciso nella scelta di volta in volta del vocabolo più appropriato all’intento narrativo e alla scena trattata. Una dote naturale della Genisi, che sappiamo scrivere d’istinto con pochissimi ripensamenti e pochissime correzioni. Donna di molte letture, vera amante della narrativa e della poesia, anche in questo libro trasferisce nella scrittura una ricchezza espressiva originale, in uno alla non comune capacità di osservazione del contesto, di cui coglie particolari inediti che diventano caratteristiche di questo o di quel personaggio. A tal proposito è di rilievo, nel libro, il tratteggio psicologico di una figura tipica: il rancoroso capace di odiare ma non di metterci la faccia, il pusillanime che colpisce solo quando protetto dall’anonimato, magari per invidia o per vendicarsi di torti spesso non veri, presunti. Il frustrato patologico che cova il proprio livore nell’ombra, ma in apparenza è disponibile e cordiale. Una figura multiforme, che va dal semplice “leone da tastiera” all’assassino, come ci insegna il recente caso Campiti, a Roma.

Con il romanzo Lo scammaro avvelenato, dopo La circonferenza delle arance (2010), Giallo ciliegia (2011), Uva noir (2012), Gioco pericoloso (2014), Spaghetti all’assassina (2015), Mare nero (2016), Dopo tanta nebbia (2017), I quattro cantoni (2020) e Terrarossa (2022), ce n’è dunque più che abbastanza perché se ne possa trarre una visione d’insieme. Sono tutti romanzi che del giallo classico conservano il telaio della trama investigativa, ma che sono soprattutto un modo efficace e diretto di spiegare la realtà, con il suo portato criminale che culmina nel delitto. Libri nei quali alla bellezza dei luoghi, magistralmente descritta, si contrappone il racconto in termini apparentemente leggeri ma a ben guardare niente affatto consolatori delle contraddizioni che affliggono Bari, la Puglia e il meridione tutto. Territori dove la struttura sociale è ancora in parte vincolata a un sistema di sottogoverno, gattopardesco; una terra di mezzo tra la sudditanza e la coscienza civile dove accanto all’innegabile progresso non si può ignorare la presenza invadente della criminalità organizzata: ecomafie che ammorbano di rifiuti tossici, sfruttamento dell’immigrazione in agricoltura, torbidi intrecci del malaffare con la società civile, usura, corruzione, giusto per citare qualche esempio. C’è di più: in ciascuno dei romanzi della serie, Gabriella Genisi estrapola dall’attualità e racconta piaghe sociali che non riguardano soltanto Bari o il Sud, per esempio affronta il tema del bullismo, o degli scandali sportivi oppure del terrorismo islamico, insomma in ogni libro accende un faro sulla cronaca perché sia argomento di riflessione, ben oltre il frettoloso scorrere di un quotidiano o la visione distratta del telegiornale.

È forse nei versi la genesi delle vertigini?

di Giuseppe Scaglione

L’aspetto che avvince maggiormente nella poesia di Federica Valeria Didonna, come emerge dalla sua raccolta di esordio La genesi delle vertigini (Robin edizioni, 2022), è l’originale efficacia del linguaggio, tanto più perché si tratta di un’opera prima. Mantenendo costantemente nei versi un tono formale di sorprendente nitore, la parola poetica salta a piè pari ogni tentazione di artificio sintattico o di forzatura stilistica per raggiungere immediatamente e senza esitazioni una zona sensibile dell’anima, uno spazio etico da cui osservare con pacatezza e stupore la relazione assoluta che lega il verso – e per esso l’autrice – alle cose e al mondo, per risolvere il disincanto nell’appartenenza alla scrittura, necessaria per cercarsi e, forse, trovarsi. Comunque per dubitare, laddove il dubbio – come afferma la stessa Didonna in un componimento della silloge, richiamato dal titolo che le affida – è la genesi delle vertigini. Tuttavia questo stile improntato alla compostezza, che non manifesta alcuna intemperanza grammaticale, alcuna distorsione della sintassi o della scansione ritmica, si traduce in una versificazione che sebbene sia priva di attriti non è di facile interpretazione, né tantomeno scontata o banale. Le frasi contenute nei versi – a volte finanche brevi e laconiche – hanno carattere prevalentemente enunciativo e si succedono per via paratattica; i nessi logici e tematici sono spesso e volentieri lasciati impliciti, di modo che la coesione del testo appaia quasi elusiva a una lettura superficiale e necessiti invece per il lettore di un accostarsi attento:

C’è un posto nel mondo / dove il cuore / non va mai in letargo, / dove bariste / dalle guance rosse / e dagli occhi color cristallo / acconciate con sontuosi e ridicoli abiti verdi / ballano al ritmo di una musica / che sembra congelata nel tempo. / Ed io / piccola soldatessa di trincea / torno alla mia postazione di guerra, / ridendo dell’inesperienza / e della passione / con la quale scrivo / di tutto ciò che urta / anelasticamente o elasticamente / il mio piccolo dolce universo. // Mi guardi le spalle / mentre miro a me stessa?

Espressi con un tono di calma distaccata, sibillina se non in qualche passaggio addirittura ironica, gli enunciati di Didonna seducono il lettore e al contempo lo confondono, lo allontanano da certezze convenzionali o precostituite. La semantica di questi enunciati lascia sempre scorgere pensieri profondi ma anche effervescenti; le visioni evocate – e provocate – non sono da decifrare come se fossero rebus: il loro effetto è simultaneo, sinestesico, metaforico. Richiamano in parole l’arte degli espressionisti astratti o informali, perché combinano l’intensità emotiva all’antiretorica. Nella silloge il valore dei versi, qualsiasi temperatura essi assumano, si esprime più in ciò che suggeriscono, o evocano, che non in quanto all’apparenza dicano. Sono visioni messe sapientemente in correlazione dalla logica o dalla sinestesia, dall’emozione o dalla metafora, dall’ironia partecipe o dalla distaccata osservazione. La parola poetica è cristallina, non gioca con la metalingua, rifugge da studiate polisemie o strumentali ambiguità. Anche se ricorre con molta parsimonia alla reiterazione e all’ellisse, Didonna costruisce e definisce con ottima padronanza lessicale visioni liriche sorprendenti e le accosta affidandosi alla sinestesia o al pensiero critico, o a entrambe le cose, grazie a una maturità espressiva magari insospettabile in un’autrice così tanto giovane.

Oltre la quiete apparente di un linguaggio strutturalmente semplice e di una sintassi essenziale, la poesia di Didonna vive spesso di scatti repentini e accelerazioni che tendono alla vertigine surrealista oppure onirica. Ma in una forma comunicativa non clamorosa, perché l’autrice ha la rara capacità, forse innata, di usare risorse linguistiche poco appariscenti per disegnare versi ad alta gradazione e in maniera che risultino comunque calibrati e sottili. Le visioni non sono oracoli, bensì suggestioni presentate con agili e icastiche pennellate, prive di meccanismi artificiosi della scrittura o del pensiero. Nessun sofisma né leziosità, nessuna esibizione di scrittura muscolare, solo onesta poesia, che si svolge su una pluralità di temi personali e collettivi, circa i quali si rimanda alla lettura della silloge perché ciascun lettore ritrovi se stesso e i propri pensieri. Perché il libro è un’esperienza di lettura ampia, che va dal particolare all’universale. È importante sottolineare, al riguardo, che la componente onirica, o meglio visionaria, sinestesica, e il neologismo formale che spesso la caratterizza, diviene nei versi di Didonna fortemente concreta e assume i profili di quello straniamento che dovrebbe sempre abitare la Poesia e la sua consapevolezza di irriconoscibilità nel mondo:

Giro il mappamondo / e lascio decidere / alla casualità: / punto il dito. / La mia scelta si trova / sotto il peso del mio polpastrello. / Lo alzo: / una località. / Ho un piede dentro casa / e uno fuori. // Cosa mi trattiene ancora qua?

In parole semplici, la visione diventa più vera della realtà. E alla realtà è sempre ancorata la scrittura, anche quando alla densità del verso si unisce la versatilità di un codice comunicativo di impronta surrealista, sempre all’interno di codici poetici contemporanei. Una pronuncia calibrata da una lieve ironia, o autoironia, in grado di mettere a confronto l’assoluto e il provvisorio, specialmente nelle visioni rappresentate da un “io” che si apre, osserva, annota le situazioni esistenziali, pur se non inquadrate da indicazioni spaziali, temporali e da deittici, e che quindi riportano all’immediatezza del momento presente come il luogo in cui svolgere il suo discorso in versi sull’esistenza. Si deve sempre tener presente che il punto di osservazione nel quale Didonna si colloca guarda verso il lato dell’esistere non esposto alla platea, e che gli occhi dell’anima sono la radice ontologica della sua poetica. Non si tratta solo della bell’anima del poeta di cui si è nutrita per molto tempo la retorica letteraria attribuendola a volte a sproposito, piuttosto di un’osservazione che si avvale di elementi introspettivi, ma anche oggettivi, nel “qui e ora”. Ne discende che più il momento presente è fatto di inaccessibilità, più la poesia deve essere capace di esprimerne la sostanza. Più è forte l’opposizione che la vita fa alla voglia di vivere, tanto più è alta la poesia, fino al punto in cui il verso è concrezione della ripetuta fugacità degli attimi e il suo significato è direttamente proporzionale alla caducità della condizione umana. Oltre i profili introspettivi che offre alla meditazione del lettore, da questo punto di osservazione del mondo, quasi una vetta, Didonna guarda e rifiuta l’effimero, la liquidità del vivere con il suo svolgersi dentro la convenzionalità banale dell’apparire. Guarda e rifiuta il consumismo sterile degli affetti, guarda e rifiuta l’insensato correre collettivo verso mete in realtà inesistenti. Guarda e aspetta un cambiamento civile difficile da venire, ma non impossibile.

Il cantico del cigno: d’amore e altre cose.

di Giuseppe Scaglione

Sono tante le strade che conducono alla Poesia e nel proprio percorso letterario Adriana Iftimie Ceroli dimostra di sperimentarne più d’una: ne è una ulteriore conferma la sua ultima silloge Il cantico del cigno – d’amore e altre cose, pubblicata nel 2022 da IBUC con la prefazione di chi scrive, la postfazione di Pietrangelo Buttafuoco e le illustrazioni di Mario Ceroli. Anche in questa raccolta la caratteristica dominante dei componimenti resta la centralità dell’anima, la bell’anima del poeta che irradia i versi di luce propria e leggerli significa perdersi, appartenere con le proprie emozioni ai ritmi e alla musicalità della scrittura, sentirsi attraversati dalle parole e dalle visioni. A patto, ovviamente, che l’autore sia davvero una bell’anima, come lo è Adriana che in questa raccolta proietta le proprie declinazioni esistenziali e la propria componente biografica alla ricerca di un significato ulteriore.


La scrittura che sostiene il tutto è molto originale e personale. Come accade, nella storia della letteratura, per autori che si esprimono in una lingua che non è la propria lingua madre, per esempio com’è stato per la grande Agota Kristòf. Si avverte un rispetto maggiore per la parola scritta, una semplicità semantica che si incastra perfettamente con la ricchezza dei significati. La scrittura di Adriana è ricca, polifonica. A volte è morbida, avvolgente, altre volte diventa asciutta, spigolosa e secca, priva di qualsiasi orpello. Il componimento può soffermarsi a lungo sul frammento di una singola emozione, trattandone i contorni con un linguaggio che risente fortemente di pulsioni oniriche, surrealiste, oppure può definire icasticamente il perimetro di un’intera stagione della vita. Una polifonia che raccoglie in sé diverse tonalità, dall’elegia all’introspezione, dalla lirica all’epos, in una prospettiva che partendo da riflessioni personali si allarga fino a diventare ampia, generale, che riguarda tutti. Come un’inquadratura in campo lungo, uno sguardo poetico nitido e al tempo stesso visionario. La struttura del verso libero, in questa raccolta al pari delle precedenti, segue geometrie metriche particolari che conferiscono personalità alla scrittura e ne scandiscono tempi e ritmi in termini di assoluta coerenza al contenuto. Anche nei passaggi più impervi, dove i repentini cambi di ritmo accompagnano le accelerazioni verticali dell’approccio emotivo come in un appropriato sottofondo musicale. Passaggi prosimetrici, enjambements e reiterazioni sottolineano ulteriormente la complessità formale dei componimenti, la loro spiccata personalità.


La versificazione qui coniuga l’esperienza all’istinto artistico e trova una poesia che al tempo stesso è ricerca e verità, scoperta e incanto. I versi generano afflati emotivi che travolgono non soltanto il lettore ma perfino lei stessa nel suo scrivere, spingendosi anche oltre il significato convenzionale delle parole, in un codice semiotico che sviluppa immagini irrazionali e vivissime, quasi oniriche, visioni che si rincorrono e si intrecciano lungo tutta la silloge. Sono visioni che esprimono, nell’introspezione, la fusione del tempo quotidiano con il tempo assoluto, di singoli istanti della vita e di immagini eterne che parlano di amore, di fede, di infanzia, di luoghi del corpo, dell’anima e della mente. Difficile trovare in questi componimenti una traccia seppur minima di uno stato di quiete, di catarsi. Sono parole attive, urgenti, proiettate dinamicamente all’osservazione dell’esistere perché dell’esistere se ne possa ricavare il significato profondo. Adriana rifugge la superficialità:

E questa grammatica di vivere / mi sta stretta, / come se indossassi / una Babilonia di paglia / che deve ardermi comunque

e trova l’ipotesi di redenzione nell’amore, in tutte le sue forme. Dall’amore per il suo compagno di vita, Mario Ceroli, all’amore per la sua terra d’origine – alla quale dedica il componimento di apertura della silloge – dall’amore per la natura all’amor di Dio. Un unico grande sentimento che declina in tante forme quante sono le mete a cui si volge, il lemma che spiega l’intero percorso poetico sin qui compiuto da Adriana. Ed è proprio attraverso l’amore che ricerca la propria identità e risolve la dicotomia di donna di confine, sospesa tra Roma e la nativa Romania. Mentre la poesia, anch’essa oggetto d’amore, sale qui di tono sino a diventare spazio etico di conoscenza da presentare al mondo perché il mondo vi si riconosca, partendo da se stessa e dalla parola.

Tiffany McDaniel – Il caos da cui veniamo.

Le letture di Correlazioni

Tiffany McDaniel ripete, con Il caos da cui veniamo (ed. italiana Blu Atlantide, 2021 trad. Lucia Olivieri) un altro piccolo capolavoro dopo il grande successo di L’estate che sciolse ogni cosa. Ancora un romanzo di formazione poetico e sconcertante, questa volta di sentore autobiografico: la storia di una famiglia – i Lazarus – che un uomo di origini nativo americane (lo è in parte anche McDaniel) ha formato con la bellissima moglie, una donna profondamente segnata da un’infanzia tormentata. La trama si svolge dentro la società americana degli anni ’50 e incrocia il razzismo evidente e quello latente, i pregiudizi e le contraddizioni dell’America profonda, ma soprattutto le difficoltà della condizione femminile in una provincia che dietro l’apparenza di lindore nasconde segreti inconfessabili:

«Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sanguinare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella e con le ginocchia abbastanza forti da poter strofinare il pavimento della cucina ogni sabato…»

L’io narrante è Bitty, la piccola che il padre chiama Indianina. Una bambina che molto presto apprende quanto ha subito nell’infanzia sua madre, un inferno che riversa sui figli. A questa devastante realtà fa da contraltare la spiritualità del padre, che nonostante le prevaricazioni di cui è vittima il suo popolo ne conserva l’identità e la esprime nelle magiche storie che racconta ai figli. Dentro la famiglia i drammi si ripetono e ne sono vittima principalmente questi ultimi, esistenze in bilico tra l’inferno e la salvezza dentro le quali la ferocia e l’innocenza convivono. E vi convivono sentimenti che la brutalità del mondo non riesce a soffocare. La piccola Bitty racconta tutto quello che i suoi occhi limpidi osservano dentro e fuori la famiglia: un narrato che contiene in sé la consapevolezza che dal caos si può risorgere, si può emergere dall’oscurità di qualsiasi cosa essa sia fatta.

La scrittura di Tiffany McDaniel è sempre magistrale, tra le più belle del nuovo secolo. Concreta e poetica al tempo stesso, in un linguaggio senza compromessi che lega il lettore alla narrazione con un fortissimo vincolo emotivo. Nessun cedimento consolatorio, lirica e paratassi si intrecciano nel racconto di storie crude e maledette. Barlumi di speranza si rincorrono nel testo, splendidamente espressi dalla figura del padre che, nonostante se stesso e nonostante il caos riesce a portare Bitty sul terreno della rinascita.

(Giuseppe Scaglione)

Maria Grazia Insinga: l’inconscio e la parola.

di Giuseppe Scaglione

l’altra poesia fatta carne io fatta carnefice
la chiave nella toppa non prima non dopo
e cercate sempre nel posto più sbagliato
del resto scrive e dell’altra ed etcetera
prendere a distanza distanza dalla distanza
equivale a nessuna distanza a un niente

La declinazione contemporanea della poesia nella sua codificazione linguistica non ha precise “leggi” se non quella di tradursi in visioni e di non essere didascalica. Premesso questo, nella raccolta di componimenti Tirrenide (Anterem, 2020) della poetessa e musicista siciliana Maria Grazia Insinga ciò che a un primo approccio colpisce e seduce è una lingua proposta al suo stato nascente, priva di segni d’interpunzione, fatta di movimenti, polisemie e metamorfosi che sorreggono una struttura semiotica dove il rapporto tra significati e significanti ha al suo interno incroci e molteplici possibilità di correlazione, finanche può spingersi all’elisione stessa di ogni loro biunivocità:

versare versare o conversare
con deitudini conservando
la purezza di un minerale
e mi porge la terra il pane
il sudore e allaga a ore rime
bulimiche di selvatiche dee

oppure all’identificazione dei due fattori, in una sorta di relazione primaria

la forma nello spazio è pur sempre distanza e pure
luogo e lì si toccano e c’è nell’intero di chi è solo
una misura di prosa che qui non c’è non c’è racconto
non dirsi ma essere che va verso un altro intero
per contraddirsi dirsi contro e dunque forma dimmi

La configurazione come arte poetica di questo linguaggio deve compiersi definitivamente ogni volta che incontra la reazione interpretativa del lettore, a patto che questi la riporti alla propria declinazione esistenziale e rinunci alla tentazione della parafrasi. Si può rinvenire in questo assunto alcuni principi ispiratori dell’eventualismo italiano, tappa importante dell’arte contemporanea, che sposta l’energia del momento creativo all’attimo in cui l’opera incontra la reazione del fruitore. La scrittura di Insinga è dunque energia, in una sintassi aperta al libero impulso creativo: sono i versi stessi di Tirrenide a chiarire che ogni altro modello di costruzione sintattica della parola poetica sarebbe di per sé insufficiente a racchiudere l’energia creatrice che caratterizza le visioni della poetessa. Conta il sintagma, l’unità sintattica autonoma, non la sua correlazione formale. Inoltre è necessario deprivare il linguaggio di tutto ciò che è orpello, che è meramente stilistico o decorativo: al centro della versificazione rimane soltanto la voce – a varie frequenze – di un “io” antropologico che si riversa all’esterno per cercare l’altro e incrociarne l’ascolto. Nessuna concessione all’ego ipertrofico dell’autore e al solipsismo che purtroppo (e troppo spesso) caratterizzano determinata poesia che pretende di essere contemporanea.

La parola poetica dell’autrice sembra invece lottare per ritrovare le origini, evocate dal Tirreno perché è dal mare che origina la vita sulla terra: Tirrenide è la madre antica di una parola che la ricongiunge a sé, e dentro lo svolgersi di un linguaggio ellittico ed essenziale fatto di immagini intime, talvolta impenetrabili nel loro splendore oscuro e misterioso, la rimette nuovamente al mondo, la re-crea:

dare forma e poi rimettere le mani in pasta
e recreare un’altra forma prossima all’infanzia
della precedente e precederla in un cerchio
un ciclo due anzi un triciclo o l’uroboro

E sembra affrontare inconsce paure connaturate alla condizione umana per afferrarne le redini e indirizzarle all’armonia, attraverso il ritmo dei versi e la forza delle visioni:

e dall’infinito areale un corteo di posidonia sbuca
mostruose evoluzioni di unicorni e sirene in miriadi
di ippocampi la cui polvere è cura è linea di flusso e luce
tra opera viva e opera morta pinne dorsali disseccate
rapidissime farfalle cavalcatura e guida dei mostri

La scrittura poetica di Insinga va tuttavia guardata da diversi punti di osservazione, non avrebbe senso e comunque sarebbe fuorviante ridursi alla mera funzione metalinguistica. Essa sta alla poesia contemporanea come il dripping di Pollock sta all’espressionismo astratto: il quantum, l’energia ad alta temperatura che la caratterizza non risiede nella struttura formale ma nell’idea di poesia e di arte. Ovvero di un’area privilegiata dove affiora l’inconscio e che può esprimere per se stessa i moti profondi dell’essere. E Tirrenide esprime anche, per esempio, quella unheimlich freudiana che pervade e accomuna molta della migliore poesia contemporanea, la prospettiva perturbante che fa avvertire le situazioni (o i luoghi, le cose) come familiari ed estranee al tempo stesso:

sul farsi del nulla sul farsi del verso
incepparsi in questa vita e nelle parallele
e in altri nulla nulla nulla e bastava uno

l’infanzia avrebbe amplificato tutto
e pure arrivare alla sua altezza la fine
e fine senso di non ritorno o in farsi
tutto il senso compreso il non senso
ha senso e non torna qui è un gelo
lei non c’è e ci casca dentro al gelo
pace all’anima sua niente alla mia
arrivare a quell’altezza e non sapere
se acqua luce fuoco o buio e caderci
dentro dal giorno della sua nascita

Così, in questo affiorare dell’inconscio, la parola dell’autrice disegna istanti, suoni, situazioni come se la visione accadesse sotto ipnosi, fa affiorare dal buio strati di significato di cui si è altrimenti inconsapevoli. Accogliendo quel buio così prossimo all’origine, emerge una luce non ancora tradotta dagli occhi e che ci mette in grado di vedere l’oscuro che ciascuno porta dentro di sé, apre alla conoscenza superiore. Le esperienze più significative della vita, sembra voler testimoniare Insinga, non risiedono nell’area dell’immediatamente comprensibile e contengono una parte oscura che però restituisce luce e significato nel tempo: la poesia custodisce dentro di sé ed esprime quella parte di oscurità, di indecifrabilità; ed è proprio della poesia un flusso di ritorno verso l’origine, come unica modalità di comprensione del presente storico in grado di farci essere contemporanei.

Il segreto dell’amore è una tazzina di caffè.

di Giuseppe Scaglione

Non è difficile guardarsi nel cuore
mentre la grande notte del tempo
avanza per diventare oscurità
ci vuole il coraggio dei semplici
per abbracciarsi nell’amore che c’è.
In un gioco di scatole vuote
al primo posto dobbiamo essere amore
l’amore che siamo
perché noi siamo fatti d’amore
di quell’amore
che dovrebbe venire prima di tutto
su questa terra marcia nel male.

Sono questi i versi che possono agevolmente essere assunti a epitome della raccolta poetica Un caffè in due (A&B editrice, 2022) del poeta, scrittore e critico letterario Nicola Vacca, che questa volta ci sorprende e sorprende se stesso (come dovrebbe essere per ogni poeta) con un libro di poesie d’amore. L’abrasivo e irregolare protagonista di una lunga stagione poetica di impegno civile e autore di numerose opere letterarie irriverenti al sistema – tra le quali spicca la Trilogia del disagio, ovvero le sillogi Mattanza dell’incanto (2013), Luce nera (2015, Premio Camaiore 2016) e Commedia ubriaca (2017) – adesso pubblica infatti un’opera che afferma senza mezzi termini – nell’enjambement siamo fatti d’amore, di quell’amore che dovrebbe venire prima di tuttoche Noi amiamo sempre… malgrado tutto; e questo «malgrado tutto» copre un infinito, come recita l’appropriatissimo esergo di Cioran, personaggio molto amato da Vacca e al quale lo accomuna una visione lucida e disincantata dell’esistenza.

(in copertina un’opera di Marc Chagall)

Nonostante l’apparente svolta verso un’area tematica finora poco o niente esplorata da Vacca, sul piano ontologico in tutte le quattro sezioni del libro resta tuttavia una marcata linea di continuità con la propria precedente produzione letteraria, che consiste nel ribaltare luoghi comuni e convenzioni: in questo caso, il poeta sovverte gli stereotipi della poesia stessa. Intanto nella scrittura, che spazia nell’affollatissimo territorio “amore”/”sensualità” tenendosi ben lontana dai parametri linguistici retorici e dai toni espressivi sovrabbondanti invalsi in una certa poetica largamente adottata dai più. Vacca invece, pur trattando i medesimi temi, resta fedele alla costruzione sintattica nitida e all’efficacia semiotica del suo linguaggio immediato e privo di retorica, sorvegliando le metafore e la sinestesia e molto concedendo alla paratassi. Chi scrive ha già affermato in passato che Vacca sviluppa uno stile linguistico molto personale, il quale pur strutturandosi su elementi della koinè esprime rimandi e citazioni di indubbia ricchezza. Rifiutando suggestioni estetizzanti nella scelta della singola parola, il linguaggio dell’autore si dipana dentro un canovaccio semiotico il cui nitore formale, dorico, sobrio, è di una eleganza fuori discussione. Considerazioni che valgono tutte anche a proposito di Un caffè in due. Anche qui, infatti, il tono poetico – quasi prosimetrico – è alto ma al tempo stesso lontano dal lirismo o dall’elegia; gli evocativi si affacciano sì nella scrittura ma con una modalità che coniuga l’immediatezza espressiva all’andamento limpido dei versi. Insomma una versificazione del tutto autonoma rispetto al consueto contestualizzare letterario e molto originale nella costruzione linguistica, pur trattando una tematica largamente diffusa. Se nella poesia d’amore c’è una qualche possibile assonanza di tono poetico e analogia di puntuale uso della paratassi è forse con Raymond Carver (È quella la casa dove, in piedi sulla soglia, c’è una donna con il sole nei capelli. Quella che è rimasta in attesa fino ad ora. La donna che ti ama. L’unica che può dirti: “Come mai ci hai messo tanto?”).

Sul piano gnoseologico, l’osservazione poetica rifiuta ogni deriva emozionale o manieristica. Gli uomini amano in fretta e odiano con calma, scriveva per esempio Byron; ebbene Vacca questo lo sovverte e ci parla di un amore sì urgente e denso, ma che vive di una prospettiva lunga, pervade la quotidianità ed è quotidiana sostanza vitale. Il poeta – come sempre ha fatto e lo sa bene chiunque lo segua – anche qui s’interroga sulla natura del rapporto che lega le vicende e le cose ai profili esistenziali: ogni componimento attraversa un determinato aspetto dell’esistenza e disegna scene colme di riferimenti alle piccole, grandi cose. Il caffè, il lievito madre, le lenzuola sfatte, la tavola apparecchiata, i fiori. Sono senza dubbio metafore dentro una semantica del quotidiano, ma non si tratta della montaliana poetica del correlativo oggettivo, bensì del solido ancoraggio al vissuto che Vacca ha sempre espresso nei suoi versi, a qualunque area tematica essi si siano orientati. Un ancoraggio che sollecita l’esplorazione senza pregiudizi della condizione umana con tutta la sua precarietà e induce ad analizzare con oggettività il valore della vita e della morte, del viaggio terreno, nella piena coscienza degli assiomi “finitudine” e “dolore”, riconoscendo però che l’amore e la sensualità sono gli unici elementi della realtà, oggettiva e soggettiva, capaci di sospenderne il senso e il nonsenso.

In questo calore che riscalda a lungo Vacca sembra rivelarci la sua personale definizione dell’amore: ciò che pone fine a un’esistenza solitaria, la forza opposta al male, la sua elisione. Non è una semplificazione, né una banalizzazione, è l’assunto di un’opera letteraria complessa che attraversa molte declinazioni della quotidianità prima di diventare poesia. Scrive opportunamente Martino Ciano nella prefazione, riferendosi al costrutto identitario prospettato in versi dall’autore, che l’amore è soprattutto un linguaggio con la sua grammatica e tra le sue forme e regole non ammette né violenza né ambiguità, ma neanche banalità. Cosa c’è dunque di meno banale, o di più difficile d‘altro canto, che completare il racconto urticante del mondo mostrando credibilmente al tempo stesso le sue splendide eccezioni? Così il libro diventa anche una sfida vinta, per uno spirito inquieto e disincantato come è Vacca, quella cioè di raccontare la purezza del cuore, il dilagare sublime dei sensi, la quotidiana felicità possibile, restando perfettamente in pace con se stesso.

(ph. Gaetano del Mauro)

Tuttavia – e questo testimonia ulteriormente la coerenza di questo libro con i paradigmi poetici ai quali l’autore si è sempre riferito – il partecipare in maniera così piena della felicità del mondo non fa che umiliare maggiormente l’insensato parossismo esistenziale contro il quale Vacca ha spesso puntato il dito, addirittura definendolo Commedia ubriaca (giusto il titolo di un altro suo libro); deriva esistenziale che è conseguenza delle assurdità irriducibili e sfuggenti che si annidano nell’animo umano:

Il fondo è nero
ma nella notte cerco la luce
sono un uomo colmo di gesti
ho nelle mani un cesto di buoni propositi
non si dovrebbe tradire la vita
che è il frutto dell’albero della conoscenza
dovremmo finire i nostri giorni
affamati di bellezza
e con gli occhi accecati dalla meraviglia
piantare il seme del cambiamento
perché dopo di noi
tutto continui a essere

Emerge forte la convinzione che sia l’amore l’unica redenzione del mondo e che non sia giusto incatenarlo o forzarlo, e chi cerca di sottometterlo (tradire la vita) lo perde inesorabilmente e con esso perde l’unica possibilità di salvezza (perché dopo di noi / tutto continui a essere). La traduzione in versi di tale assunto fonda ampiamente sul dato dell’esperienza: Vacca sembra rivelarsi nel suo privato laddove risulta evidente che il libro è anche il racconto dell’amore che lo lega alla propria compagna, e ce ne svela la proiezione su una condizione esistenziale condivisa che tende alla reductio ad unum di due distinte e autonome soggettualità, spiegandoci il suo procedere. Quindi è l’io antropologico dell’autore a essere chiamato dentro la scrittura, ponendosi come punto di osservazione e al tempo stesso come protagonista. Un equilibrio difficile ma perfettamente raggiunto, che trova il suo zenit nella poesia che dà il titolo al libro e apre la raccolta, dove il contenuto autobiografico rafforza la naturale propensione di Vacca alle visioni immediate, che qui sono dirompenti nella loro vitalità e sensualità e sono espresse con un codice comunicativo altrettanto immediato, diretto, in una semantica degli enunciati poetici che esprime nitidamente il rapporto biunivoco tra l’autore e il suo linguaggio, la cui qualità e le cui alte frequenze sono da sempre tra i più importanti punti di forza della sua poesia.

Un caffè in due

La città ogni giorno si lecca le ferite
i passanti per le strade
si annoiano leggendo le bugie
dei castelli di carta.
Nessuno si siede
al tavolino di un bar
per condividere un caffè
con il cuore in subbuglio
nel cuore dell’altro.
Il segreto dell’amore
è un caffè in due
da bere dalla stessa tazza
e poi io accanto a te
con un bacio che si dilegua in un bacio.

L’antiretorica di un poeta neorealista.

di Giuseppe Scaglione

Se mi chiedi cos’è l’ora felice
ti rispondo le due mani sul pianoforte
di quel ragazzo che vive in angolo di Via Livorno.
Suona di tutto e mi allieta in questo dormitorio
che canta di rado il fruscio.
È diplomato in pianoforte
non esce da casa e saluta con un cenno.
Esce solo per fumare.
Dice di avere venticinque anni ma portati male:
mangia solo pizza e beve cedrata.
Non ha compagnia tranne un amico
che viene a casa sua per ascoltare
un suo brano. I due tacciono per ore.
Ha un gatto molto socievole
che si struscia sul mio cane cieco.
Si arrampica in ogni dove e si addormenta
sotto lo sgabello del piano.
Il ragazzo suona la mia ora felice
con la sua ora triste
questo quartiere non lo sa.

Incontrare i versi che il modenese Nicola Manicardi pubblica nella raccolta poetica Carne e sangue (Oltre edizioni, 2021) significa immergersi in una rivelazione di chiara impronta neorealista, dove il lungo respiro dei versi, gli impianti sintattici essenziali e i ritmi completamente liberi parlano in modo diretto e non edulcorato del nostro tempo, inglobando nel discorso in modo sincretico ogni necessario riferimento culturale, oggettivo e di linguaggio, fino a sconvolgere la retorica poetica in favore di una “testimonianza” che anche stilisticamente è opposta alla retorica stessa. Una scrittura cruda però ricca di significati nitidamente espressi oppure impliciti; una lingua piana, tagliente, non troppo difficile da interpretare per il lettore a patto però che questi si liberi da ogni eccessiva fascinazione per l’artificio semantico, la scrittura muscolare, la costruzione retorica. La qual cosa tuttavia non è così semplice perché la lingua a cui molta della nostra poesia ci ha assuefatti tende ad avvalersi di tutti quegli elementi in modo più o meno fondante, o strutturalmente basilare. Comunque risultano essere quasi sempre presenti. Larga parte della poesia italiana è infatti per sua natura una qualche espressione della retorica, in senso linguistico e creativo ovviamente, mentre quello di Manicardi è un linguaggio poetico molto più vicino alla sacralità della parola e all’intensità della visione. Partendo da un orizzonte neorealistico, e magari proprio in virtù di questo, l’autore giunge a rappresentare il mondo postindustriale attraverso luoghi, scene, personaggi e storie che vivono ai margini dell’omologazione, del convenzionale, del funzionale al sistema. Ma con una costruzione lessicale in cui tutto si trasforma in racconto e in poesia e il tono espressivo è così straordinario e sottile da sembrare invisibile il confine tra i due codici comunicativi:

Lucio ha sessant’anni e non ha un lavoro fisso
ma sorride a tutti.
L’ho visto nel parco dietro alla casa gialla
erano mesi che non tornava.
Lucio è stato l’inizio della mia cura.
Erano giorni di pioggia e di rientro dalle vacanze,
tra assenza e noia sui visi della gente.
Il viale tornava ad essere dimenticanza
per me e Lucio fu un nuovo incontro.
Il suo sorriso.
Aveva lavorato tutta estate come: traslocatore, giardiniere,
badante per la vecchia zia e nonno tre giorni alla settimana.
Il 28 luglio è stato mezza giornata al mare
e racconta di averlo toccato dopo avergli parlato.
Io mi sento misero, anzi lo sono.
Ho passato tre settimane davanti al mare
ho visto albe e tramonti
assieme alla famiglia.
Non sono riuscito a diventare interlocutore
del mare e del cielo
delle nuvole e delle piante
delle rocce.
(…)
Io ho avuto tempo
il mio occhio è caduto nell’ego
Da domani vivrò nella pienezza
delle distanze brevi.

Carne e sangue non è soltanto una raccolta di frammenti, di storie, immagini ed evocazioni. Neppure è un libro usuale, perché effettivamente è davvero “carne e sangue”, non solo carta e inchiostro. Sono come sostanza fisica le immagini, le parole, i colori, i suoni, i brandelli di storie spersi tra le pagine. Non hanno sempre tra loro un filo narrativo, come in tutta la vera poesia non c’è un’unica storia alle spalle se non quella di un “io” reso collettivo. Situazioni inquietanti al limite dell’abrasivo e un passato che ritorna sono forse l’unico fil rouge di un intento comunicativo sostenuto a volte finanche da un sentore di elegia, nel quale si diffonde l’eco di un rimpianto che richiama alla mente qualcosa delle atmosfere contenute nel pasoliniano Pianto della scavatrice:

Oggi toglierò le strade parallele
da questo lungo viale.
I capillari non hanno linfa ma
parvenze dentro al confine di casa
dove l’ordine
sembra essere l’unico protagonista.
Mi chiedo dove siano tutti
io che lavoro facendo i turni
non incontro nessuno
se non brevi apparizioni
che neanche un giovane topo
sarebbe capace.
Resta così questo luogo ai confini:
silenzioso e composto
vestito di nuovo
un cadavere prima dell’ultimo saluto.
I vecchi sono i veri dipendenti del giorno
sembra che marchino le ore di uscita
ognuno seduto al proprio posto
come impiegati del parco
non raccontano più il passato
ma l’abbandono sui loro visi.
Sul viale cerco la miniatura
non la lunghezza ma la profondità.
Il dopo è sotto lo stelo di un fiore
l’uomo è altrove.

La sostanza fisica dei luoghi e delle storie si fa spazio nei versi fino a incontrare una sorta di declinazione materica degli stati d’animo, e produce una fusione di natura alchemica tra la memoria e l’introspezione, perché sono quasi sempre gli stati d’animo evocati dal reagente della memoria a svolgere il filo del discorso poetico e a tracciare profili antropologici che Manicardi attribuisce alla condizione postmoderna, partendo da se stesso e dalla memoria di sé:

La ghiaia era il nostro gioco secondario
alla palla perduta
o la corda che ci tagliava le mani.
Il cortile: la spiaggia immaginaria.
Non crescevano gigli di mare sotto il cavalcavia
ma ciuffi d’erba nati dall’incuria
L’olio dei motori era la nota scura nel marciapiede.
Ricordo la casa scrostata da intonaco
e le dita che entravano come fosse carne viva.
Mia nonna alla finestra, abitava al secondo piano.
Era lento il nostro salire
prima che finisse tutto con “andatevi a lavare”.

L’alchimia che Manicardi è capace di produrre con la parola poetica a sua volta riesce a generare testimonianza di un vissuto paradossalmente ancora da vivere e questa testimonianza, che si muove appunto tra il paradosso e la parola, si orienta alla decostruzione dei significati dell’esistere. Lo slancio vitalistico, la prospettiva esistenziale prescinde dal senso: si propone e si nega al contempo divenendo traccia oltre di sé, verso il vuoto di un’alterità inesistente:

Cara Martina
non c’è più linea d’aria
è ora di sforzare gli occhi
e toccare ogni singola parola
che ci strappa il sonno
anche se è il giorno il più scoperto
è il giorno che torna giorno
e non lo sa.

La vita è ciò che accade adesso, sembrano dire i versi di Carne e sangue, e non c’è salvezza alcuna fuori dal vissuto quotidiano e dal suo carico di esperienze (grandi o piccole, positive o negative) come unico mondo possibile: nessun iperuranio, nessun affidarsi fideistico a un altro da sé. Una immanenza resa in termini semiotici nel verso dal prevalere del gioco assoluto del significante, del racconto neorealista e disincantato. Nessuna concessione a codici comunicativi ermetici o simbolisti, in una versificazione che però d’altro canto non si conforma alla omologazione postmoderna della cancellazione totale del significato, soltanto lo sposta da paradigmi astratti o metafisici del linguaggio verso l’esplorazione dei possibili significati racchiusi in un unico attimo del quotidiano reale, il “qui e ora” di cui giustamente parla Nicola Vacca nella prefazione al volume. La semantica degli enunciati poetici (e delle visioni evocate) fonda su una scrittura quasi prosimetrica, nella quale il ritmo e le sonorità non sono date tanto dalla pulsione lirica che è estremamente sorvegliata quanto dalla sobrietà dei costrutti sintattici e dalla nitidezza dei sintagmi, dalla univocità delle unità dialogiche, dallo slancio della paratassi, insomma dalla morfologia di un racconto limpido e deprivato da soverchi condizionamenti sia emotivi che emozionali. Ed è nella scrittura, sembra dirci Manicardi, che si compie fino in fondo il destino identitario del poeta:

Scrivo per sbagliare fino in fondo
per ricordarmi che i dolori alle ossa
sono le virgole che non ho saputo finire.
Scrivo per tacere gli assilli
che mi attraversano i giorni
e per dare un nome alle sconfitte.
Sono poco più di un invisibile
meno di un livello quadro
quell’io di sempre per sempre.
Scrivo perché le piante non possono farlo
e nemmeno il mio cane
che pensa di me che sia io un cane
guardandomi schifato.

Quella di Manicardi è dunque una poetica dei vissuti possibili, ancorché denegati dal procedere dominante della Storia e resi invisibili dal linguaggio dei poteri; è una poesia non tanto degli ultimi quanto dei vulnerabili, laddove ci spiega che l’esistere è esso stesso un vulnus, una ferita non ben cicatrizzata che deve essere riaperta dai versi per far sgorgare nuovamente il sangue dalla carne, sfiorando l’idea lacaniana che sia l’esistenza stessa del linguaggio a infliggere una ferita necessaria alla vita immediata. Ma è al contempo una poesia del dubbio, come spiegano i “non so” sparsi nel periodare e che riportano alla ben nota riflessione di Bertrand Russell: il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi, laddove la parola “intelligenti” richiama il senso dell’intelligere o della canoscenza dantesca che anima questo libro. Ecco, la scrittura di Manicardi in Carne e sangue è in definitiva il peregrinare di un intelligere poetico tra la corporeità e il mondo, tra il linguaggio e l’identità.

Bartolomeo Smaldone: la scrittura disobbediente.

di Giuseppe Scaglione

Amelia Rosselli affermava che «scrivere è chiedersi come è fatto il mondo» – il che è assolutamente vero – e poi ci sono autori che vanno anche oltre: scrivono per «chiedersi come funziona il mondo», ovvero sono convinti che lo scrittore abbia il dovere di assumersi una certa responsabilità civile e di intrecciare l’etica al procedere della propria creatività. In realtà non sono molti, questi autori, perché la gran parte di quelli noti e meno noti è preoccupata piuttosto di costruirsi una carriera letteraria coltivando il proprio “orticello” editoriale e di pubblico, grande o piccolo che sia, dedita più all’immagine che alla sostanza dell’arte, perseguendo il solo fine di ampliare il proprio spazio di visibilità, a qualunque costo. Di conseguenza nella narrativa e in misura lievemente minore nella poesia l’omologazione regna sovrana: l’intrattenimento prevale sulla letteratura e sembra che i più scrivano più o meno sempre le stesse cose, ciascuno all’interno della sua nicchia e sottomesso alla moda del momento. Fortunatamente ci sono le eccezioni e tra queste spicca il pugliese Bartolomeo Smaldone (Altamura, 22 gennaio1972), che è senza dubbio una delle voci più interessanti e originali della poesia italiana contemporanea. Un autore tra quei pochi che identificano nell’arte della scrittura un irripetibile spazio etico di conoscenza. Anche per questo ogni suo libro è diverso dagli altri, è un atto a sé, che si relaziona ai precedenti e ai successivi soltanto nella qualità di tappa, di pietra miliare in un percorso scandito dalla scrittura.

Smaldone infatti dimostra di aver intrapreso un’anabasi, un cammino impervio e faticoso che innalza l’osservazione dai contorni stereotipati dell’esistenza (quali vengono disegnati dal conformismo) verso l’interno delle coscienze, dall’apparenza verso la sostanza, dalla superficie delle cose e dei comportamenti umani sempre più verso la profondità, l’intima essenza, l’anima mundi. E per farlo assume la disobbedienza all’omologazione civile e culturale quale lemma della ricerca poetica. Un cammino impervio perché, rifiutando appunto l’omologazione, gli occorre raggiungere con la sola forza della parola le ragguardevoli altezze letterarie alle quali ambisce, faticoso perché è un impegno che richiede studio e molta applicazione. Insomma, un approccio che incontra pienamente il convincimento più volte espresso in queste pagine, ovvero che l’arte, anche l’arte della scrittura, poggi su tre pilastri: lo studio, l’applicazione e il talento. Talento che Smaldone dimostra indiscutibilmente di possedere.

La costante di questo percorso, di questa anabasi, è data da una parola poetica fortemente orientata all’esplorazione lessicale e nel contempo al recupero di valori stilistici propri del Novecento, laddove Smaldone sembra essere tra quegli autori convinti, a buona ragione, che per quanto riguarda la vera letteratura (non quindi l’intrattenimento) il secolo sia terminato soltanto cronologicamente, che non abbia ancora esaurito il proprio portato e che nei fatti durerà ancora a lungo. Però di Pasolini o Ungaretti o Pavese, per esempio, resta l’unicità, con la quale non hanno nulla a che vedere le scimmiottature degli epigoni, ben lontani da quella cifra. Per Smaldone, che è davvero una voce autonoma e originale, non si tratta comunque di un “riflusso” o di una restaurazione, né di un ripensamento della componente meramente stilistica, bensì di un vero e proprio atto di disobbedienza verso un contesto intellettuale di replicanti, asfittico e ripetitivo, che celebra se stesso ma affoga nella liquidità insensata di una società povera di valori e di significati, sovraccarica di falsi miti.

D’altro canto il poeta altamurano non si limita all’esplorazione del Novecento, dal quale trae soprattutto l’eco di un modo pascoliano di concepire la poesia: da uomo di studio qual è, risale la corrente del tempo attraversando nei versi i significati hegeliani della fenomenologia dello spirito, ritrova il senso poetico di un Foscolo, di un Leopardi, e poi indietro a incontrare Dante e indietro ancora fino alla classicità della tragedia e del mito. Ritrova temi antichi, o meglio eterni, che attraversano l’oggi con la stessa forza del passato. Per questa ragione qui non si tratta di archeologia dello stile né dei costrutti letterari, si tratta ben più distintamente di ricondurre la versificazione dentro una linea evolutiva che restituisca valore alle origini. Il solco di una tradizione che nella creatività di Smaldone diventa anche un luogo di ripensamento del linguaggio in termini semiotici, di attenta ricognizione di lessemi, di elementi sintagmici e di motivi ritmici e sonori, da reinterpretare dentro una scrittura che ha il coraggio di gridare forte e chiaro che la poesia è un codice comunicativo altissimo e non può essere svilita in una prosa accidentata, dove basta l’andare casualmente a capo per fare di ciascuno un poeta, come (sporadicamente) rilevano con ironia gli sferzanti luoghi comuni della (poca) critica letteraria non addomesticata dalle esigenze editoriali.

Ne sortisce una versificazione meditata, dove l’atto creativo, la poiesis, procede sulla pagina con una scansione perentoria, ritmata, con una gamma di suoni che va dalla compostezza quasi ieratica all’urgenza dell’aforisma o all’ironia dell’epigramma, e dove significato e significante assumono i profili di elementi ermeneutici. Di rilievo la perfetta rispondenza del tono poetico alla costruzione sintattica, rispondenza che si traduce nell’eleganza dello stile. Tono poetico, oltretutto, che si apre alla polifonia anche all’interno di una stessa silloge, quando la lirica si alterna all’elegia, al prosimetro, alla narrazione visionaria, alla metafisica. Sul piano dei contenuti, le aree tematiche includono il dato della storia e quello dell’esperienza, il portato atavico di un Sud irrisolto e la prospettiva di un mondo in divenire, il significato dei sentimenti e il senso identitario, insomma una pluralità di temi e suggestioni quale difficilmente si può rinvenire in un unico autore. Tantomeno è facile incontrare una ricchezza espressiva – formale e sostanziale – i cui elementi sono messi in correlazione tra loro in modo tanto compiuto. Tutto questo fa pensare alla grande lezione di Bodini, con il quale Smaldone ha diverse cose in comune, come lo sguardo attento alla Spagna oppure la lucida irregolarità verso il sistema: come Bodini sembra avvertire fortemente il sangue antico che scorre nelle vene del Sud e che rimanda a una storia millenaria, contraddittoria, laddove l’interfaccia tra il Mezzogiorno e l’altrove è stata sempre rappresentata da un sistema di sottogoverno, gattopardesco, occhiuto; ma al di qua delle tracce evidenti della Storia si è generata una cultura eretica, irregolare, visionaria e cosmopolita, cresciuta in una terra di mezzo del pensiero e dell’essere dove regna l’antitesi tra la sudditanza e la disobbedienza, il mito e il quotidiano, la Storia e il sogno.  

In termini di pubblicazioni prodotte, il percorso di Smaldone si articola fin qui nelle sillogi Del vento e del rovescio della medaglia (2003), Gente (2009), Atomi (2011), Poesia semplice (2014), La contadina furba, ovvero il sassolino ridotto in polvere che trovò dimora in una scarpa fuori moda (2016), Sine die (2017), Alta sui gorghi – miscellanea di critica e poesia – dieci poesie inedite (2017), Sottrazioni (2018), Disobbedienza (2018), Viene una seconda volta il cane fulvo (2019), Per ischerzo (2020), La cura, poesie composte su fotografie di Oscar Ramirez Dolcet (2021), Ontologia erotica (2021), Dels calçots al 3d10 La meva Catalunya (2022), nei romanzi Se i tuoi occhi un giorno (2012) e Sub noctem (2016), in una raccolta di filastrocche dal titolo Sotto la panca – filastrocche per tutti, o quasi – (2016) e infine in una raccolta di racconti intitolata ABS – apparente buona salute –, (2017). Un percorso arricchito, nel 2020, dal Premio Montale Fuori di Casa sezione Mediterraneo per la Poesia.

Lungo tutto questo andare della scrittura, il valore che Smaldone riconosce alla tradizione non deve trarre in inganno, perché anzi la sua poesia è una costante sperimentazione, uno spaziare sui significati logici (nel senso di incarnati nel logos, al tempo stesso parola e pensiero) e ontologici, uno scomporre e ricomporre una metrica rigorosa sebbene slegata dal numero delle sillabe, una ricerca del verso pieno, sonoro e portatore di significato. Premesse stilistiche dalle quali dipana l’osservazione poetica:

Un papavero, di fianco la rotaia brunita,

per esempio esordisce, con un’immagine crepuscolare che sembra quasi un’istantanea, nel primo verso di un componimento della raccolta intitolata non a caso “Disobbedienza”, per poi svettare con la visione

s’erge
d’una poetica essenziale.
Trabalza appena, se il vento sbuffa,
e si raddrizza fiero,
riprende il suo vigore.
Se pure appaia d’esile fattura,
fa eco alla natura intera
il brulicare rosso della sua gorgiera.
E io che ho scollinato e risalito il tempo,
io, voce d’una genìa futura,
m’involo, come farebbe un minuto insetto,
sul mio caduco fiore
e lì ristò, romito e universale,
a raccontare il breve viaggio della progenie umana.

Qui come altrove la sua poetica sembra non solo rifuggire, ma addirittura contrastare la suggestione di aree semantiche casuali, indeterminate, ambigue, insomma il disordine espressivo. Tra le caratteristiche strutturali che conferiscono forte personalità alla sua scrittura c’è invece l’uso sapiente della metafora, le calibrate costruzioni sinestesiche, l’originale e molto contenuto inserimento dei segni d’interpunzione o la loro omissione. Finanche l’anafora “io” qui è limata fino all’essenziale e non ingombra la visione. Di questo largo ed efficace strumentario semiotico è conferma, per esempio, la poesia Il delfino, dalla raccolta “Del vento e del rovescio della medaglia”:

Ti amo perché hai
l’intelligenza di un delfino
e una precisa coscienza sociale
per la tua struttura morale
per il tuo aspetto distinto
per il tuo modo di argomentare.
Ti amo per la tua discrezione
per la tua collocazione nel mondo
senza dubbio
per la generosità del tuo seno
principalmente
perché non mi ami ancora.
Per questo ti amo e farnetico
.

oppure la poesia La piana delle arance, dalla raccolta “Gente”, dove l’anafora e la paratassi si sposano a evocativi surrealisti come nella lezione di Éluard:

Ho visto tuo padre salire la montagna
con il passo paziente del cacciatore esperto
su per il sentiero che attraversa gli ulivi
fino alla cima del Belvedere
L’ho visto stringerti la mano
coprirti i capelli con il suo cappotto
perché la pioggia non ti bagnasse
e il freddo non ti fosse ostile
Suonava per te il battere d’ali
del falco solitario sulla piana delle arance
L’estate impetuosa ti riempì le tasche
di spighe di grano e di pesche rosse
Ho visto tuo padre seduto su un masso
e tu al suo fianco a interrogare un fiore
e dal pontile ho scorto il pesce
e una moneta in fondo al fiume
Ho visto tuo padre salire la montagna
la neve cadere sulle ringhiere arrugginite
ho visto i tuoi occhi riflessi nel pozzo
cercare i suoi occhi tra i segreti dell’acqua
Suonava per te il frusciare dei rami
per te suonavano l’arpa e il violino
Raccolsi la moneta dal fondo del fiume
raccolsi i tuoi occhi dal profondo del pozzo

Una versificazione, quindi, estremamente accurata e nitidamente orientata. D’altronde lo stesso autore in un suo articolo spiega che: Se è vero che ogni poesia è la parte ultima di un processo cognitivo, esplorativo e di elaborazione di una materia alla quale è fortemente connaturata l’aura evocativa, altrettanto vero è che nella sua elementare intuizione da parte del lettore essa è essenzialmente la codificazione linguistica di quel processo che si genera nella mente e nell’animo del poeta; codificazione che, proprio in quanto sistemazione e ordinamento di tutti i fattori che contribuiscono alla definizione dell’atto creativo, racchiude in sé delle informazioni che potrebbero passare da un io interiore ad un altro, dalla condizione ontologica del poeta a quella del lettore, dalla sfera cognitiva del primo alla sfera cognitiva del secondo. Il che non nega la consapevolezza della irriconoscibilità della Poesia nel mondo, ma la converte in probabilità, nell’assolvimento di quel dovere/bisogno etico al quale si faceva riferimento in esordio a queste note. Qui si realizza la sintesi tra l’io storico e l’io antropologico che è propria della poesia contemporanea e che pone Smaldone quale contemporaneo tra i contemporanei. C’è un componimento della raccolta “Atomi” che riassume un po’ di tutte le considerazioni sin qui svolte, compresa quest’ultima, ed è tra le poesie più belle e significative dell’autore (la più bella a parere di chi scrive). Parole di visione e di testimonianza combinate con rigore metrico e sostanza emotiva. Una poesia di respiro maieutico e di grande ricchezza stilistica che racchiude in sé toni lirici e sinestesia, metafora e passaggi colloquiali, anafora e decostruzione del senso, immediatezza espressionista e surrealismo onirico. Si intitola La piccola venne al mondo e il mondo ne fu lieto:

Che riccioli belli ti porti alla nuca
trucioli neri che raccolgono l’aria
ci passi la spazzola e il sole li asciuga
il caldo di un sole di plastilina
Lo sanno i poeti quando sto per partire
con loro divido i verbi e le botte
tu sola sai quando sto per tornare
con te divido la soglia dei sogni
Stattene libera, nella musica e nel corpo
nel cibo tra i denti, nel naso che gocciola
Stattene libera nei no che dirai
nelle promesse che non potrai mantenere
nelle febbri estive, nelle porte che si chiuderanno
negli incontri felici nei supermercati
Devi assaporarla la libertà
devi pretenderla come un battesimo laico
per tutte le creature che potrai immaginare
nello sterminato regno della tua fantasia
Il giorno che ti rivedrò e tu sarai grande
mi torneranno in mente le parole della maliarda
i suoi tre tocchi sulla tua fronte
i suoi occhi a interrogare la bacinella di magnolia
e l’acqua e l’olio a bagnare la strada
per mandar via la malasorte
Capirò che l’unica cosa che ti avrà affascinato
sarà stato il bisogno di essere altrove
per non perderti nulla di ogni prossimo viaggio

La parola poetica di Smaldone, però, a volte spazia così tanto da porre all’autore stesso e al lettore interrogativi in bilico tra elementi che la filosofia ricondurrebbe a profili deterministici o meccanicistici. Vero è che tra parola filosofica e parola poetica non può esserci un rapporto subordinato bensì di reciproca conoscenza, ed è su questo che l’autore lavora nel percorso di comprensione della realtà, ponendosi su punti di vista di volta in volta differenti, senza alcun pregiudizio. La ricerca si orienta di conseguenza verso una scrittura che attraverso il filtro poetico si faccia pensiero senza soluzione di continuità, sino a dischiudere orizzonti inesplorati, a mostrare le cose in una nuova luce come fosse una sfida: ripensare tracce inedite della storia del pensiero. Come accade nei versi del componimento Le cose, dalla raccolta “Poesia semplice”:

Le cose accadono, macchiano
stanno in testa e in pancia
si mettono tra il pari e il dispari
a portare buona e cattiva novella
Le cose onorano e tolgono onore
ai margini della comprensione
e della morale comune
Rispondono “sia fatta la tua volontà”
Le cose hanno il senso della liturgia
della periferia della città
Creano disagio e attesa
ci fanno dimentichi del corpo

versi fin qui dal tono icastico, poi un’accelerazione verticale verso l’allegoria

dei lacci e dell’annuire
Le vene, tutte, lo sanno
Le cose vanno dov’è il sangue
e dove il sangue si prende

A proposito di allegoria, ci sono poi passaggi, nell’anabasi di Smaldone, dai quali la pulsione allegorica emerge insieme a una vitalità dai contorni sensuali, a un’energia frizzante. Frammenti, suggestioni, voci dell’inconscio, visioni suscitate dalla molteplicità dei punti d’osservazione che l’autore sceglie lungo il cammino. Varie declinazioni di una creatività che riveste l’ossimoro di essere compostamente irrequieta. Di seguito ne proponiamo qualcuna.

Le escursioni primaverili offrono infiniti spunti, dalla raccolta “La contadina furba, ovvero il sassolino ridotto in polvere che trovò dimora in una scarpa fuori moda”:

Mostrandomi il piede
per riscattare il corpo intero
hai detto ‹‹guardami››
ma eri nuda solo a metà
Allora ho scritto
per intuire il resto
quello nascosto dall’improvvido drappeggio
Quale sarà il nostro prossimo gioco?
Mi aspetterai dopo il tornante
nascosta dietro un nespolo?

dal volume “Alta sui gorghi, miscellanea di critica e poesia”:

Se l’intera foce del Belice
fosse per intero un lavacro,
dal pianoro ti verrei incontro,
annaspando e barbugliando per il caldo.
Verrei per avere un’abluzione,
un ristoro, un’erezione;
per vederti mulinare
con le braccia dentro il mare.
Frinirebbe una cicala.
Un ricciolo sabbioso si alzerebbe
per condurti a me,
arreso all’ombra fiacca di un giunco,
pronto a prendermi l’acqua
che saprai darmi.

dalla raccolta “Sottrazioni”:
Ruzzolo, trottolo,
lumeggio, escogito il sintagma:
rimettimi ogni ùzzolo.

Nei secoli dei secoli, dalla raccolta “Per ischerzo”:

«Dio non esiste!»
«Io Dio l’ho visto!»
«Allora nell’occhio lo tieni nascosto!»

dalla silloge “Ontologia erotica”:

Mi offre la vita il pretesto di dire deciso all’inchiostro:
‹‹Le spalle ti volto, per Cristo! Mi dono a una mina appuntita››.
E da una matita, splendore, da questa mistura d’odore
d’argilla e grafite, le mie più impudiche parole scolpite
sembrano stare sul fianco illibato del foglio.
In questo rigoglio di lingua sontuosa, in quest’amorosa
distesa di lemmi, da un bozzolo sembri racchiusa,
distinta dal resto del mondo per l’indole tua a volare.
Godere e lasciarsi disfare dall’aura potente di un verso,
rivolgere incredulo il corpo al rito del suo copulare
e lì riscoprirsi crisalide in ogni vocale e in ogni sillaba
farsi succinta, sospinta infine dal fallo del perifrasare.
Allora, compiuto il prodigio, divieni farfalla regina:
discendi e senza un indugio su me ti vieni a posare.

Altra caratteristica originale – forse la più sorprendente – della poesia di Smaldone è la capacità di proiettare e gestire la luce all’interno delle visioni evocate dai versi. Ci sono componimenti che sembrano richiamare la penombra di candele o di albe e tramonti, altri dove la scena sembra immersa in uno sfolgorante bagno di sole, altri ancora dove “la luce pare di carne cruda” per dirla con Bodini, e poi quelli dove il lucore e l’ombra giocano nel chiaroscuro di immagini al tempo stesso metafisiche e crepuscolari, nello sfondo di una natura impassibile:

Lieve il ginepro vela
di livida ombra la cala,
e sui calchi d’arena dispensa,
e ogni tanto sui gechi,
la sua sonnolenta sapienza.
Si adunano piccoli amanti
lontani dai lembi del sole,
già prossimi ai cupi canali
e ai canneti,
intenti a confondersi quieti
tra i fissi graniti,
tra i solitari querceti.
Qualcuno siede su un’asse,
passa la mano sul dorso di un cane
che ama la vita dei pini,
ne sente l’odore
senza conoscerne il nome.
E passi anche tu
in un chiaro silenzio di morte
e di estate;
passa la pronuba notte
sulle misere strade sterrate.

Le due più recenti esperienze creative dell’autore altamurano si incrociano con la Spagna: la prima è il volume “La cura” (La Banya edicions , 2021) che racchiude fotografie del catalano Oscar Ramirez Dolcet e poesie di Bartolomeo Smaldone, libro che segna la conferma di una forte proiezione del poeta alla visione complessa che procede per immagini e parole, esattamente come si rileva nel componimento breve La corrosione:

Contiene una bellezza dolorosa
il fiore che sfiorisce lentamente:
era presente, adesso non è niente
se non il tempo che in lui riposa.

La seconda rientra in un progetto articolato che accanto alla pubblicazione del libro “Dels calçots al 3d10 La meva Catalunya”, (La Banya edicions, 2022) ha visto un gemellaggio tra l’Italia e la Catalogna promosso dall’Associazione Culturale Spiragli di cui Smaldone è presidente. Della silloge fa parte la poesia Lo stormo (a Blanca Ferrer Piñol):

Da un antro del cielo ottobrino
balenava sul cedro in giardino
l’astro lontano,
e quel lustro inatteso sul fusto,

un incipit di impronta pascoliana, al quale segue il dilagare di tutti i paradigmi espressivi, delle costruzioni sintattiche e delle straordinarie contaminazioni che caratterizzano la poetica dell’autore, quasi a suffragare ogni considerazione svolta in queste note; sono versi che comprovano il valore del lungo lavoro compiuto sin qui da un poeta vero, contemporaneo e intellettualmente onesto, disobbediente al conformismo e devoto senza riserve solo alla scrittura

sui rami rossastri, rivelava
il richiamo maestoso del corpo celeste,
ci mostrava sul pallido giallo del frutto
il fitto spazio che attornia le stelle.
Blanca, ricordi? Fioriva allora il viburno
nella tepida bolla notturna,
si udivano i trilli dei grilli
come cantassero a luglio; e le ciglia
e le palpebre e gli occhi di meraviglia
ci tratteggiavano i volti, e noialtri,
poc’anzi loquaci e capaci di arguzie,
velati di grazia ora stavamo in silenzio.
E accadde. Accadde che un sincrono volo
di uccelli scrosciasse squassando la volta,
tracciando fulmineo la rotta che all’Ebro
l’avrebbe condotto tra i giunchi marini,
tra le dune convesse, inseguendo la sorte
interdetta a noi piccoli, piccoli umani.

Appare evidente, in definitiva, che l’anabasi di Smaldone abbia già raggiunto un traguardo importante: la maturità della scrittura. Nei suoi versi il peso di ogni sintagma è ponderato, la costruzione sintattica è calibrata, il tono poetico è coerente al tema trattato e ogni parola è proiettata verso la perfezione. La versificazione è ricca di assonanze e di ritmi e sostiene una struttura semiotica aperta alla visione del lettore, che “entra” nella sua reazione interpretativa. I significati ontologici poggiano su un’impalcatura espressiva solida che rifugge dal superfluo e tende a raggiungere una forma ideale. Partendo da queste premesse, si può affermare che sarebbe oggi opportuna un’opera antologica che racchiuda in un unico volume la testimonianza articolata del percorso fin qui compiuto. Non certo per cristallizzarlo, perché l’energia creativa è tanto forte da far comprendere che il cammino non si arresterà, piuttosto per offrire al panorama editoriale un’opera densa di significati e contenuti, di vera poesia, quale strumento importante di lettura e riflessione.

Lucia De Matteis: versi tra la pelle e il cielo.

di Giuseppe Scaglione

Illuminare la vita: questo è ciò che la Poesia fa, da sempre. Ma nel mondo attuale potrebbe addirittura svolgere una funzione salvifica. Come? Ricordandoci che la bellezza dell’essere umano sta tutta proprio nella fragilità che ci caratterizza e nella caducità dell’esistenza terrena, a patto di mantenerci sempre connessi con la nostra anima. Sono queste sue stesse parole a spiegare il senso dell’esordio poetico di Lucia De Matteis, scrittrice pugliese che vive e lavora in Lombardia come docente di lettere, autrice della silloge Tra pelle e cielo (Bonfirraro, 2022), dove i versi appunto si aprono come un varco nella linea di confine che separa la quotidianità dalla trascendenza. Segnatamente, dentro le vicende terrene, a sua volta separa il buio che avvolge determinati difficili momenti dalla luce, lo scuro dal chiaro. Scuro e Chiaro sono infatti non a caso i titoli delle due sezioni di cui si compone la raccolta.

Come a volte accade, e d’altronde è accaduto per molti importanti poeti, per De Matteis è stato infatti un momento molto doloroso a determinare l’autrice alla versificazione: la sofferenza per la perdita di una persona assai cara. Da qui parte un percorso di rinascita e redenzione dal dolore accettato che si tramuta in atto poietico, creativo. Un percorso in salita, reso urgente dalla profonda sensibilità della persona (anima azzurra definisce se stessa, appropriatamente) in uno al proprio istinto vitale di donna del Sud, retaggio della natia Gallipoli. Un itinerario interiore accompagnato dal valore salvifico della scrittura, che muove dalla consapevolezza del caos indistinto dal quale la parola stessa risorge:

Mi si è impigliata la parola / tra i fili ingarbugliati / che imprigionano il cuore. / Sillabe appena nate / mai congiuntesi a far pensiero / giacciono sbrindellate / agonizzano / su punte di metallo / dietro il portone del sé dagli altri / chiuso / a doppia mandata.

Una volta imboccato il sentiero della poesia, il dolore trasmuterà, cederà il posto alla memoria – luogo privilegiato della scrittura – che saprà dilagare nel verso sino al compimento di una catarsi necessaria:

C’è una casa / dove io mi affacciavo la sera / e potevo parlare con le stelle / e loro mi raccontavano, / pettegole, / dell’amplesso della luna col buio della notte. / C’è una casa / con la terrazza al posto del tetto / dove io mi sdraiavo / a vedere i gabbiani volteggiare, / e tendevo la mano a catturare / ora un’ala d’uccello, ora un lembo di cielo. / C’è una casa / dai muri bianco calce / che non ingialliscono mai, né mai si scrostano / anche se la salsedine li divora e li arroventa il sole. / E infine c’è una casa / dove io ero felice / felice di quella casa / perché avevo il mare / e il sole / e il cielo / e i gabbiani / e le stelle pettegole / e i muri bianco calce / e una vita davanti / per rimpiangerli.

La poesia di De Matteis, e per essa l’autrice, sembra credere all’esistenza di energie, negative e positive, che emanano dallo spirito e in esso ritornano, e vi si fondono dopo aver attraversato l’esperienza. E che lo spirito sia a sua volta un fattore invisibile che muove la realtà. Da qui, nel verso si dipana una fitta e originale partitura di richiami, variazioni e concatenazioni armoniche di ritmi e di suoni, una particolare espressività che genera una scrittura ricca, portatrice di una pluralità di visioni articolate che oltrepassano i significati percepibili razionalmente. Una poesia dell’anima, dunque. Dello spirito, o meglio dell’energia incontenibile dello spirito che era forse inespressa, costretta dalla quotidianità, ma che alla fine per il dolore ha intonato parole e versi, come fosse riuscita a spezzare le sbarre. 

Lungo il cammino, la scrittura trova spesso una perfetta rispondenza al desiderio interiore di una elevazione di sentore quasi contemplativo, che sembra respirare l’eco di Baudelaire o Mallarmé, ed è qui che il linguaggio e il tono poetico a volte assumono spinte di impronta neoclassica: S’imporpora l’azzurro lapislazzulo / come guance puerili vergognose / al sole stanco che / volge all’occaso. / Sprazzi d’oro e vermiglio ardono l’aria. / Spettacolo fastoso, quel che guardo! / Vorrei che non calasse mai sipario. / Ma la vita non proroga splendore… / La sera scioglie già le nere chiome. Mentre altre volte vergano sulla pagina segni icastici, visioni impressioniste: Così la voce diverrà risacca / di un mare troppo profondo / per essere compreso. / Rimarrà lì, sulla battigia, / nascosta nel silenzio / di una conchiglia pietosa. / E mai nessuno, più, / l’ascolterà. Oppure aneliti vitali di un nitore espressionista e al tempo stesso quasi mistico: I sorrisi del cielo, terseggiando, / rilucono di fresca primavera. / Brilla il sole nei verdi occhi dei prati / strabuzzati su nascente flora. / Dolci gli effluvi di novella vita / riempiono d’ incanto l’aria e il cuore.

Tuttavia per l’autrice non è solo l’elevazione personale il movente della scrittura poetica, ma anche l’ermeneutica dello spirito che la orienta fortemente verso tentativi di comprensione del mondo, attraverso l’osservazione di profili dell’esistenza che spaziano dalla condizione femminile ( per es. dedica un componimento alle donne vittime di violenza) al rapporto con la natura, dagli affetti familiari alla religiosità, dall’amore al mistero della morte. Fino a osare, e trovare, l’autoriflessione maieutica: Cosa farei se un giorno mi dicessero: / «Tempo scaduto! Devi proprio andare?». / Tante volte oramai me lo son chiesto. / La risposta la so: correrei in strada / a catturar bellezza da portare / racchiusa in occhi e cuore ovunque vada. / E poi, chissà, quelli dall’altra parte / sorrideranno del mio grande amore / per cielo e mare e tutta questa vita / che io stupita ammiro, opera d’arte.

Quella dell’autrice, in definitiva, è una testimonianza poetica che accompagna il lettore verso la ricerca di un significato ulteriore dell’esistere, ma partendo sempre e comunque dalla scrittura. Non ha l’utopistica ambizione di trovare risposte universali, ma dal particolare induce a riflessioni che molto spesso attendevano solo di essere rivelate. La parola muove sì dall’elemento biografico ma prontamente si innalza a temperature maggiori della semplice narrazione, diventa un atto imprescindibile per ampliare lo sguardo troppo spesso univoco o convenzionale che si ha sulle cose del mondo. Scardina luoghi comuni, decostruisce il senso ordinario della realtà verso una visione differente che poggia sulla centralità dell’anima come risposta alla caducità della condizione umana. La parola poetica come alternativa alla vacuità dell’effimero, il segno sulla pagina bianca che scalfisce in modo indelebile l’animo del lettore.