Miti. Eterni, epici, quotidiani.

di Mariella Sivo

Da Apuleio a Mann, a Pasolini, la storia letteraria è piena di citazioni, parodie e riscritture dei miti. Rita Lopez, sociologa e archeologa barese, residente a Roma, ha voluto contribuire a questa rielaborazione, risemantizzazione, quotidianizzazione dei miti della cultura classica, da sempre patrimonio storico di idee, tradizioni, istituzioni religiose e sociali.

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Peccatori sconfitti e per di più insolenti (ed. Florestano) è un’operazione post-moderna di scrittura, una carrellata di cinquanta istantanee fotografiche dei miti classici più noti, racconti acronici che abbracciano una serie di valori universali, di archetipi. Amore, tradimento, fedeltà, onore, disobbedienza, lealtà, attesa. I miti avranno sempre qualcosa da insegnare, tanto più all’uomo contemporaneo, smarrito in uno spazio virtuale, digitalizzato, dove input pubblicitari, che appaiono come imperativi categorici volti all’acquisto compulsivo, si avvicendano senza sosta, lasciandolo confuso e alla ricerca di una identità forte e solida. In questi tempi di profonda crisi e di incertezze, la mitologia può rischiarare la via. Rita Lopez ci propone un’epica del quotidiano di eccezionale valore. Un repertorio di topoi più che attuale, che già il filosofo tedesco Hans Blumenberg aveva mostrato come mutevoli nella forma, pur conservandosi in una cornice di eterna presenza, di continuità nel tempo e di indifferenza ai suoi effetti.

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Uno dei miti di grande e straordinaria attualità custodito tra le pagine del libro è quello di Antigone, che ci racconta le vicissitudini di questa ragazza che, contravvenendo alla legge, alle istituzioni, agli ordini, decide di dare degna sepoltura al fratello Polinice. “E non è Ilaria Cucchi, ad esempio, una moderna Antigone?”, si chiede l’Autrice. Un posto d’onore, in questa raccolta, è dedicato alle donne. Trentadue racconti su cinquanta. Ritroveremo Calipso, la donna che accolse Ulisse scampato al vortice di Cariddi e che, secondo Omero, trattenne l’eroe per ben sette anni, offrendogli invano l’immortalità. La Lopez ci presenta una versione meno epica della vicenda. Calipso parla in prima persona e ci racconta un amore impari. “Calipso è stata solo una parentesi. Un’avventura da raccontare ai tuoi amici ubriachi di vino, davanti al fuoco, nelle sere d’inverno. Tu invece sei la ferita che non si rimarginerà più. La cicatrice indelebile. Il dolore mai più mitigato.” Lo stesso è per Didone, rappresentata come la donna follemente innamorata di Enea, ridotta a “sovrana succube della fragilità femminile, quella che la letteratura, da sempre, affibbia alle fanciulle sedotte e poi abbandonate.” Ma la Lopez ci ricorda che “nei racconti farciti per esaltare i potenti, hanno omesso di dire che tu, Didone, […] non avresti mai potuto incontrare Enea, le cui vicende, legate alla guerra di Troia, sono antecedenti di più di tre secoli.” Distorsione di una personalità femminile vincente, ma assoggettata alle esigenze di una letteratura celebrativa che doveva legittimare la dinastia Giulio-Claudia, come discendente dei fondatori comuni di Roma e Troia. Di grande impatto emotivo anche la rivisitazione del mito di Medea, “Medea la maga, Medea la strega, che amò Giasone proprio come una donna vera sa amare. Senza trucchi. Senza artifici.” Ma il giorno in cui Giasone la ripudiò per un’altra donna, nessuno si accorse del malessere profondo, dei segnali di aiuto camuffati dietro una quotidianità sempre più spenta, sempre più trascinata. Medea arriva ad uccidere i suoi bambini. “Ma come! Sembrava così normale! Era così tranquilla!” Frasi che ci appaiono come deja-vù di conversazioni esperite nel presente. E Nikandre? La ribelle stanca di filare dritto, che trova il coraggio di dire no ad una vita predestinata e predefinita, al sogno confezionato da anni da sua madre, che, però, non coincide col suo. Nikandre che rivendica la libertà di fallire, forse l’unica libertà che ci sia concessa. E ancora il mito di Leda, braccata da un dio ricco e potente cui trova il coraggio di rifiutarsi. E poi Narciso, emblema moderno dell’egocentrismo caratterizzato sintomatologicamente da disempatia e selfiemania. 

James Hillman, psicanalista e filosofo statunitense, dice che la mitologia altro non è che la psicologia dell’antichità. I miti sono, quindi, racconti congetturali sugli esseri umani, sulle loro dinamiche relazionali. La Lopez ci offre una mitologia non più immobile e immutabile, ma un corpus di archetipi che si adegua all’evoluzione della cultura e dei costumi. Un ventaglio di temi che appartengono all’umanità nella sua totalità, al di là dello spazio geografico e del tempo storico, superando il giudizio che ne dette Platone, definendoli “chiacchiere da donnette”. La mitologia è la potenza della fantasia che si dispiega in libertà, è racconto, è parola dotata di valore pratico, capace di indurre effetti etici in chi la ascolta e di produrre azioni conseguenti. Peccatori sconfitti appare come un raffinato prodotto di ciò che definiremmo storytelling, l’arte di raccontare storie, e non come un atteggiamento teso a valorizzare i classici come oggetto di curiosità archeologica o di erudizione.

Lo stile è asciutto, sobrio, mai sopra le righe. Le frasi sono molto lineari, rendendo scorrevole la lettura. È semplicità narrativa la chiave di volta della scrittura di Rita Lopez, che rinuncia al vezzo dell’utilizzo dei termini greci, i quali pure avrebbero ragion d’essere; preferisce raccontare con ironia e indulgenza anche realtà molto dure. Si potrebbe dire “in punta di penna”. L’Autrice si fa sostenitrice del bisogno di epica dei sentimenti forti, dei valori. “Di un’epica che riempia d’intensità la nostra relazione con la vita intera.” Riuscire a far avvicinare i più giovani alla scoperta del mithos sarebbe per lei la soddisfazione più grande.

Il giro giusto, ovvero il sottobosco della cultura.

di Giuseppe Scaglione

È in libreria un romanzo breve che tratta dei libri, o meglio della vita dei libri dopo la pubblicazione. L’assunto del romanzo è che in Italia si legge poco, di contro la produzione, specie la narrativa, è decisamente sovrabbondante. Così, se scrivere e pubblicare un libro è relativamente semplice, alla peggio affidandosi a quella pseudo categoria di editori cosiddetti a pagamento, diventa impresa ardua crearsi un proprio seguito di lettori. A meno di essere un noto personaggio della politica, dello sport, dello spettacolo o del gossip, all’uopo coadiuvato da un salvifico ghost writer, oppure a meno di raccomandazioni pesanti, sarà molto difficile che un grande editore nazionale, di quelli con un potente ufficio stampa leggi propaganda, prenda in considerazione il manoscritto. Oppure che, dopo averlo obtorto collo pubblicato in forza della raccomandazione, poi lo sostenga e lo promuova. Così il libro, a prescindere dal valore letterario, se non riesce a diventare un “oggetto” di consumo largamente promosso e venduto, sarà destinato a giacere negli scaffali di qualche libreria, in un angolo sempre più nascosto fino all’inevitabile oblio, del libro e dello stesso autore. Ma a garantire una forma di sopravvivenza al misconosciuto volume, oppure a enfatizzare il successo di autori e libri di per sé già noti e propagandati per le ragioni dette, viene in soccorso la grande istituzione della presentazione del libro. Beninteso, aggiungiamo, ci sono presentazioni curate da persone competenti con disinteressata passione, si tengono in librerie o associazioni culturali di spessore e quindi sono frutto di attenta selezione dei testi e degli autori. Altre invece, come descrive il romanzo, sono frutto del proliferare, nelle zone d’ombra del sottobosco culturale, di personaggi equivoci, bramosi di una fettina di quella larvata forma di potere. Attenti, o meglio proni, alla “benevolenza” dei grandi editori e il  più delle volte spinti da un’autoreferenziale smania di visibilità. È sufficiente riuscire a presentare un paio di scrittori noti e il gioco è fatto, la legittimazione all’orticello è conquistata. Il resto viene da sé, accompagnato dal servilismo degli sciocchi al seguito, bisognosi a loro volta di visibilità. Quindi si intrecciano, per lo più nelle aree a maggior tasso di provincialismo, contatti e relazioni tra questi soggetti “presentatori”, la stampa locale, gli autori e ovviamente gli editori, ben lieti di trarne profitto. Insomma si instaurano confraternite, di stile mafiosetto perché vige la regola dell’appartenenza, che Carlo Picca definisce elegantemente “Il giro giusto” e proprio così intitola il suo romanzo breve, edito da Les Flaneurs. Tutto questo è ciò che racconta il libro, una sorta di favola del “Re nudo” dove tutti sanno ma fingono di non sapere se fa più comodo. Un romanzo giocato sapientemente sul filo sottile dell’ironia, con molti spunti davvero esilaranti, ma che in realtà è una satira sferzante, dura e impietosa della sottocultura che affligge ampie zone del contesto letterario italiano. 

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La trama è semplice, minimalista. Si svolge tutta dentro un’unica scena, giustappunto una presentazione, presso l’Associazione del Santo Libro ed è presieduta dalla Santa Suora. Figure immaginarie fino a un certo punto perché felice parodia di liturgie, situazioni e personaggi a cui l’autore allude smaccatamente. Il protagonista è Ippolito, un consulente editoriale dal tono tra il blasé e il disgustato, ospite nel pubblico della presentazione, che intreccia sapidi siparietti con un giovane dello staff. Dalla scena centrale si aprono rimandi e memorie del protagonista e così, in uno ai dialoghi con il giovane, emergono una per una le pungenti argomentazioni del romanzo. Gustoso il finale, degno della commedia dell’arte. I profili ambientali e sociologici che caratterizzano questo libro sono disegnati con verosimiglianza e sono paragonabili, un solo esempio per tutti, ad alcuni bozzetti del noto romanzo di Fruttero & Lucentini La donna della domenica. Nei personaggi si ritrova un po’ della personalità dell’architetto Garrone, squallida figura che sguazza nella pseudocultura con vari espedienti, oppure di Lello Riviera, piccolo impiegato comunale con velleità da intellettuale. Anche nel libro di Picca non si tratta di semplici macchiette, ma di veri e propri personaggi, credibili e ben tratteggiati, e di un clima espresso in crescendo, con padronanza della narrazione. 

La scrittura è piana, semplice, in qualche passaggio volutamente al limite del trasandato, ed è un punto di forza del romanzo. In una sorta di loudness calibrata sottolinea il tono narrativo del momento e sovrasta il chiaroscuro, lasciando che filtri al lettore piuttosto il significato, il messaggio che l’autore vuole trasmettere. Perfettamente, per chi vuole, udibile. La stigmatizzazione di un intreccio opaco di interessi e soggetti che mortifica lo stesso significato ontologico del libro, che sia narrativa, poesia o saggistica. Un contesto che va dal vero e proprio malaffare, come ci spiega la Procura di Torino con l’inchiesta penale sul Salone del Libro, all’umile corruzione, per dirla con Pasolini, del giro giusto. E poi una chiave di lettura delle ragioni, o di una delle ragioni, del prevalente disinteresse nazionale per la letteratura. La mancata selezione della qualità è incontestabile, prova ne sia l’esclusione da quasi mezzo secolo di autori italiani dal Nobel. Mancata selezione che parte dal basso, come evidenzia Picca, e ostacola lo sviluppo di una qualità che sia degna di figurare nel contesto internazionale. In definitiva un romanzo che deve far riflettere su molte cose, prima fra tutte la direzione che sta prendendo l’azione culturale, che è cosa ben diversa dagli interessi del giro giusto. Qualche domanda in tal senso c’è chi dovrebbe porsela, dentro un ceto intellettuale a cui lo stesso autore appartiene. Carlo Picca, pugliese, è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bari. Ha esperienze in ambito scolastico come docente di lettere, ed editoriale come consulente letterario, attività che svolge per alcuni autori ed editori. Attualmente è direttore di collana per la sezione poesia della casa editrice Les Flâneurs. Ha una libreria specializzata per l’infanzia e organizza eventi letterari, laboratori didattici, letture animate e incontri con autori. È giornalista pubblicista ed è blogger per i magazine culturali Libreriamo e Fame di Sud. Ha pubblicato nel 2016, per FaLvision Editore, un lavoro critico sperimentale sul poeta italiano Sandro Penna, lavoro che è stato insignito nel 2017 del premio internazionale, categoria saggi, dell’Istituto di Cultura di Napoli e della rivista Nuove Lettere. Sempre per FaLvision, nel 2017, ha anche pubblicato Giancarlo, un racconto per adolescenti sul tema del coraggio.

Versi, materia delle nuvole.

di Giuseppe Scaglione

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Tra le più interessanti raccolte di versi edite in Italia nel 2018 c’è la silloge poetica di Adriana Iftimie Ceroli, dal perentorio titolo “Poesie” (Ed. Albatros). L’autrice, nata in Romania al tempo della dittatura comunista di Ceausescu, ha scelto oltre vent’anni fa di vivere a Roma, affascinata dall’antico splendore di una tradizione che lei ritiene, ancora, la culla della cultura occidentale.

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Il libro, che si apre con la prefazione di Pietrangelo Buttafuoco e l’introduzione di Pamela Michelis, è illustrato dalle immagini di alcune opere di Mario Ceroli, compagno di vita della poetessa. Ma ben oltre questo intimo rapporto personale è di per sé molto significativo l’accostamento tra i componimenti pubblicati e le opere di un artista che più di altri ha attraversato, dentro i canoni dell’arte povera, l’esperienza della materia assoluta. Allo stesso modo la parola scritta di Adriana sceglie di trattare, come fosse materia, l’iperbole stessa della poesia, o la sostanza delle nuvole. Perché è nella proteiforme morfologia del cielo che lei trasferisce i simboli delle vicende umane, a iniziare dalle proprie. Mentre nei termini, nelle parole, molto spesso cerca e trova quelle declinazioni di verità che le emancipano dall’abuso stereotipato e melenso. Allora il vento, le stelle, il ghiaccio, la neve, sono profili dell’esistere attorno ai quali dipana un percorso circolare fatto di improvvise accelerazioni del pensiero, quasi sinestesia, e lunghe soste nelle quali riprendere la consapevolezza dell’itinerario del viaggio che attraversa emozioni e sentimenti, sottolineato dalla potenza delle opere di Ceroli. 

La metafora si apre già nella struttura dei versi, che assumono forme e ritmi mutevoli come appunto è per le nuvole, e a ognuna di esse attribuisce un senso e una ragione. La scrittura è a volte morbida, avvolgente, altre diventa asciutta, spigolosa e secca, priva di qualsiasi orpello. Il componimento può soffermarsi a lungo sul frammento di una singola emozione, trattandone i contorni con un linguaggio che risente fortemente di pulsioni oniriche, surrealiste. 

Solamente gli occhi sanno ancora / la forma della solitudine / mentre l’amore balbetta sul rogo / e mi sento nevicata qui. / E sono bianca come se tutti i cigni / avessero perso le piume qui / ed io mi costruisco dolori in qualche lacrima. / Non finisco di scrivere tutto ciò che vorrei scrivere, / e sono così povera e ricca / e mi sacrifico per il segreto della luce / avendo solo un mucchio di parole rosse, disordinate, / che prendono il volo / e si stendono come candele accese.

Oppure può icasticamente vergare tratti scarni, che solcano la coscienza come tagli profondi incisi nel legno. 

Amo. / Cresco. / Mi spengo. / Sono vento.

Cambia da pagina a pagina, da un componimento a un altro, anche il punto di vista dell’indagine poetica, che spazia dalla ricerca del significato recondito e intimo dell’introspezione

“Ho solo un albero come bagaglio, / e trascino i rami verso il cielo / con cui chiacchiero di speranze, (…)”

 al disincanto sottile della condizione umana

“Appannavo tutta come il pane bianco. / Le stelle mi guardavano incuriosite. (…)”  

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Difficile trovare in questi componimenti una traccia seppur minima di uno stato di quiete, di catarsi. Sono parole attive, urgenti, proiettate dinamicamente all’osservazione della vita, a imparare e assorbire i paradigmi della cultura occidentale e sviluppare un mood esistenziale in cui trasferire il suo amore per Roma e coniugarlo alle sue letture giovanili. Quando dalla libreria di suo padre attingeva a Proust, Zola, Kafka, Schopenhauer. 

Così i versi di questa raccolta creano un mulinello di pensieri e sentimenti. Versi spesi generosamente a superare, come in un balzo, gli ostacoli che innalza l’ipocrisia umana dell’apparenza. La loro bellezza, la loro genialità consiste nella capacità di coinvolgerci in questo viaggio dentro la condizione umana che non ha vincoli e pregiudizi. Che non ha barriere tra il pensiero e la carne, tra la materia e le nuvole, che anzi delle nuvole sa farsi materia e proporla allo stupore attento del lettore. 

 

L’anima, il corpo e la parola.

 di Giuseppe Scaglione

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È noto che il termine anima deriva dal greco ànemos, soffio, così come psiche da psychein, respirare. Entrambi evocano significati vitali, quindi la cultura classica pone l’anima individuale come frammento di vita universale, ed è in questo senso che Platone parlava di immortalità dell’anima, quale parte dell’anima del mondo. Anima mundi, mito puntualmente definito da Plotino e dalla successiva filosofia greca, distinto dall’anima superiore, divina, ma che da questa procede. Anima del mondo quale principio unificante, vitalizzante, che genera gli archetipi nei quali si articola l’infinita complessità del cosmo. La Poesia, quella vera, ha sempre indagato dentro questi significati, elevando la parola, logos al pari del pensiero, a materia viva e palpitante anche oltre il limite dell’emozione, del pathos.

Su tutto questo si incardina la poetica di Elisabetta Destasio, che propone nella silloge Corpo in animae (ed. Annales, 2015), o meglio ripropone in chiave contemporanea, l’indagine della Poesia dentro la dicotomia apparente della corporeità e dell’anima. E mette in gioco, di questa corporeità, le declinazioni umane ma anche la sostanza fisica dei luoghi. Il suo stesso corpo e l’ampia madre che riconosce nella sua città, amata di un amore che può essere crudele e disperato.  Ma eterno come eterna è l’anima. E ci sono versi in cui la coscienza fa scrivere all’autrice della propria essenza e della propria vicenda di donna, quale paradigma vissuto dell’idea femminile, ma in realtà l’inconscio descrive criptico, traslucido, il profilo di Roma. 

Sono la donna di vetro / sono la donna di pietra di fuoco / colei che non resta / colei che non riposa. / Sono la donna segreta / sono la donna sorella / colei che sottace il dolore (…) / sono la nube che piove / colei che non chiede / quella che cancella la frase / e in mezzo ci scrive d’amore.

 

Perché quando scrive, e forse non soltanto quando scrive, Elisabetta è Roma, la città dilaga dentro ogni suo verso e in ogni sua piega di donna. Una donna pervasa dalla femminilità straordinaria che lei sa estrapolare dal suo stesso corpo e trasferire, nitida, nella parola. Questo nitore, e qui risiede la vera grande dicotomia che la silloge tratteggia, si intreccia, alternandosi, alla foschia che improvvisamente avvolge la scena.

Abbiamo atteso la notte, / dentro al vociare muto / di radici sommerse / e stelle inghiottite / da un cielo nero. / Ci ha sorpresi, spiazzati, / gettati là, la notte, / come due isole greche, / separate da un blu cobalto. /  Come un corpo solo, / noi, / divisi da un pannello / di liquida, disarmante, / tenerezza.

Ma poi, in un altro componimento, la notte invece

Inghiotte saliva / e sospiri, / la notte. / Un silenzio, / che ogni cosa veste. / Utero che piove / sul mondo. / In astri per sempre caduti. / La notte. 

ed è in queste scene che richiamano notti di ombra, ma attraversate da squarci di luce abbacinante, che la verità di se stessa e dell’amore, grande protagonista di quest’opera letteraria, impatta devastante sulla coscienza, diventa espressione lirica e consapevole della forza assoluta della parola, come luogo privilegiato in cui anima e corpo trovano la naturale ancorché difficile sintesi. L’espressionismo come codice comunicativo domina la struttura formale del verso, solo in apparenza teso alla formula concettuale, sottolineando l’adesione della Destasio a canoni stilistici già introdotti dalla grande letteratura del Novecento. Da Ungaretti, per esempio.

destasio4L’autrice infatti ha una storia personale che si intreccia ai grandi protagonisti appunto del Novecento italiano. Pier Paolo Pasolini era un fraterno amico di suo padre, lei stessa ha lavorato con Carmelo Bene e con Ennio Morricone. Tanto per citare qualche nome. Ma Corpo in animae è un’opera che colloca la Destasio nella nuova frontiera della contemporaneità. Dove la ricerca della parola assoluta spinge verso l’urgenza della visione piuttosto che della narrazione. La silloge è quindi un luogo di vera poesia contemporanea, paradigma di un percorso esistenziale avido di esperienze umane e artistiche, un percorso altero, incurante delle alterne vicende umane.

Sappiamo dopo esserci rialzati, / che è come non fossimo mai caduti. / E allora siamo le parole dopo un silenzio, / il batti e ribatti dell’onda, / le colonne di un tempio sommerso / in mezzo a giochi di anemoni, / le pance delle barche bagnate dall’acqua, / dopo l’inverno di secca salsedine sul suolo del porto, / il fuoco acceso di fronte al mondo crudo, / l’ombra d’una grande quercia, / a tenerci in grembo. / Un nettare da suggere, / come di baci per bocche assetate. / Per mille altre volte ancora e ancora, / è come non fossimo mai caduti.

“Le amiche” di Vanna Loiudice. Il male di vivere nella coppia postmoderna.

di Giuseppe Scaglione

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L’attualità e la cronaca ci presentano la versione italiota della figura del “top manager”, l’uomo d’affari che guida le sorti delle grandi aziende in un contesto che le vede svincolate dal riferimento ai gruppi familiari storici oppure ai singoli grandi imprenditori illuminati. Tramontata l’era degli Olivetti, dei Marzotto, degli Agnelli, ora la governance è spesso appannaggio della dirigenza, non tanto più della proprietà. Si tratta frequentemente di uomini privi di una visione, quella alla Steve Jobs per intenderci, proiettati al breve periodo, ai risultati di un singolo anno quando non della “trimestrale”. Pronti a mercanteggiare in cambio di compensi da capogiro le proprie prestazioni, spostandosi da un’azienda all’altra. Un vuoto di valori e di spessore. Quindi è efficacissima, e sorprendente, la scelta della raffinata scrittrice altamurana Vanna Loiudice di farne il protagonista di un romanzo che tratta criticamente e con disincanto di amore, di coppia e di vuoto esistenziale. “Le amiche” (ed. Italic, 2018) ha infatti il suo fulcro nella dimensione postmoderna e liquida della coppia, aprendo la riflessione del lettore alle ristrette e anguste derive delle declinazioni affettive contemporanee. C’è un aspetto di questo romanzo che rimanda alle tradizioni letterarie d’oltreoceano. Infatti il tono narrativo del libro è alto e articolato, mentre per grandi linee la trama è essenziale, sobria. Una coppia che trascina stancamente se stessa dentro una consuetudine insulsa, sterilmente trasgressiva, del sesso. E condivide ben poco altro. Sullo sfondo, il benessere stereotipato del protagonista. Del quale la scrittrice assume a simbolo, con un tratteggio magistrale, il classico attico metropolitano a due superfici, banalmente creato con dovizia di domotica dall’altrettanto banale architetto di turno. Descritto, come molto altro è descritto nel romanzo, con un linguaggio e uno stile pregni del sottile distacco di chi ha ben compreso la lezione di Carver. 

L’amore è il paradosso che incombe su questa coppia, in cui lei è emotivamente ricca ma lui, il manager italiota, è del tutto incapace di sentimenti, come è incapace di una declinazione esistenziale che si articoli, nel privato e nel lavoro, sul concetto stesso di visione. Sessualmente è frustrato, involuto attorno a un’idea di trasgressione che sfiora l’ossimoro della banalità. E poi, una donna oppure un’altra fa poca differenza. Senza voler svelare la trama, solo nel finale emerge una qualche rarefatta idea di progettualità, che il protagonista matura più come rigurgito dell’irrisolto che come pulsione consapevole. Insomma, un personaggio costruito con indubbio talento attorno al quale ruotano figure credibili e ben disegnate. Le figure femminili sono raccontate con chiaroscuri icastici, lasciando l’approccio empatico alla sola reazione emotiva del lettore, denotando un’importante padronanza della Loiudice nella gestione del rapporto tra i profili letterari e la realtà. 

Il tono narrativo è gradevole, sostenuto da una scrittura molto originale che cambia spesso ritmo e struttura. In qualche caso, e più volte nella stessa scena o ambientazione, l’approccio stilistico svaria dalla ricerca del termine esattamente più appropriato all’uso dell’espressione comune, incastonata però con precisione chirurgica nel testo. In alcuni passi il minimalismo rende il senso del disincanto che pervade il romanzo, in altri il periodare è articolato e richiede maggiore attenzione nella lettura. In definitiva, una scrittura davvero molto interessante e inconsueta.

Questo romanzo ha il grande pregio, il più importante oltre a quelli già detti, di staccarsi notevolmente dalla piatta, a volte insulsa omologazione di molta produzione narrativa locale. Desolante quando pretende di stupire con trame e scritture forzatamente originali a prescindere. Si tratta invece di un libro la cui scrittura è originale davvero. Ricca di personalità e carica di significati. Un libro che Correlazioni consiglia con assoluta convinzione.

     

 

Mediterranima. La pittura di Chinnici incontra i versi di Calì.

di Annalina Grasso

La pittura calda e avvolgente, che racconta di un tempo che fu e che profuma di nostalgia, accompagnata dalle poesie di un autore siciliano che tocca le corde dell’animo umano e le mette nero su bianco. Si tratta di un interessante artista siciliano che risponde al nome di Lorenzo Chinnici e del poeta milazzese Vincenzo Calì, già autore delle raccolte poetiche Vincikalos e Intro.

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Mediterranima, edito quest’anno da Kimerik, è un viaggio conoscitivo nel cuore della Sicilia e della sua gente, un connubio tra pittura e scrittura, uno scrigno che racchiude odori, colori, sapori e stati d’animo pronti a offrirsi al lettore che vuole immergersi in un mondo incantato e nell’universo emotivo del poeta.

Come recita la prefazione al libro, “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede”. “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”, come sosteneva Leonardo da Vinci, nel suo Trattato della pittura, e mai queste parole risultano tanto opportune per il libro scritto dal poeta siciliano Vincenzo Calì dal suggestivo titolo “Mediterranima”, che richiama la sua terra, comune all’artista Lorenzo Chinnici, il quale ritrae paesaggi assolati e fulgenti e figure di lavoratori che ricordano il suo passato. Si tratta di un libro che racconta in versi l’essenza delle opere del maestro Chinnici. La sicilianità, la fatica, l’inquietudine, la forza, l’amore, il ritrarsi in se stesso, la paura di mostrarsi. 

Le opere abbinate alle poesie sono raggruppate per tema e stile e precedute da brevi introduzioni a questo iter visivo e intellettivo che ha il merito di far conoscere una Sicilia diversa e moti dell’animo, pensieri, sensazioni, che spesso ignoriamo. I versi essenziali e caricati di significato di Calì, le sue parole piene di senso, si amalgamano perfettamente con il proporzionato pittorico di Chinnici, per merito dell’abilità del poeta di scrivere liriche adattandole alla cifra artistica e ai pensieri di Chinnici, i quali, attraverso la sensibilità e l’acutezza dell’autore di Mediterranima, sembrano svelarsi chiaramente.

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Vincenzo Calì mostra come tutto parte dall’individuo, dai suoi pensieri, visioni, idee, convinzioni, e come queste facciano parte in un certo senso anche della natura. Come l’interiorità influenzi la visione che abbiamo di tutti gli esseri viventi e come facciamo nostri i colori della natura in virtù del nostro innato desiderio di immenso.

Blu di mare, blu d’amare,
di metilene abbaglia il cuore.
Blu ha chiarore, 
d’alba incanta con candore.
Di profondo effonde il mare,
blu d’immenso è il mio colore.
L’infinito ha già parole,
blu di denso, ho nel cuore.

La descrizione del paesaggio siciliano e del lavoro, della fatica della gente per portare ogni giorno a casa il pane, passa dal punto di vista metrico attraverso versi liberi, rime incrociate, epifonemi, sineddoche, metafore, anafore. Senza cadere nella ridondanza e nella retorica, Calì narra la propria terra come luogo di travaglio da cui non ci si può distaccare.

Le vite affogate,
fatiche segnate,
i volti scavati dall’ore dell’alba,
da padri ai figli mestieri obbligati,
nei sogni negati,
intrise le menti ai riti soventi,
ignari a doveri legati da eventi,
ormai arresi perdenti,
il cuore alla gola, che radica in testa.
Mia terra non passa,
ma resta..

L’attaccamento alle proprie radici, la nostalgia, l’orgoglio per un mondo che va scomparendo. C’è sicuramente tutto questo nel libro di Vincenzo Calì, ma dalle sue parole, emerge qualcosa di profondamente sociologico e attuale. Mentre invece il mondo globalizzato e la città industrializzata annichiliscono i sentimenti e la purezza insita nell’uomo, svilendo lo scambio culturale, il folklore, la tradizione. La città globale appare variopinta ma è occultata da un mantello di finto, spietato e cinico umanitarismo. Umanità e semplicità che sono invece l’essenza dell’universo contadino e dei suoi umili lavoratori. Il significato ontologico è quello di preservare questo mondo e partire dal rispetto dell’ambiente e della tradizione, dove il lavoro non è considerato merce ma una sana e vera cooperazione.

Riparte da Bari il mito del “flaneur”

di Giuseppe Scaglione

Il termine “flaneur” fu coniato da Baudelaire e riferito prevalentemente all’artista francese di origini olandesi Constantin Guys, incisore, disegnatore, pittore, che al pari di Manet girovagava per la Parigi della seconda metà dell’Ottocento alla ricerca del meraviglioso, dello straordinario offerto dalla quotidianità. Il grande poeta, anticipatore del simbolismo, vedeva in Guys, antiaccademico e flaneur per antonomasia, il pittore della modernità, considerandolo quasi il suo alter ego. Ne nacque il mito dell’intellettuale distaccato, ma tutt’altro che gelido e sofista (per dirla con Gozzano), indipendente, raffinato e perché no curioso, che ama vagare per la città abbandonandosi all’immaginazione, alla conversazione, all’improvvisazione di pensiero e d’arte. Una figura elegante, accostata al dandismo, attenta al particolare, capace di entrare nella quotidianità delle folle cittadine e trarne visioni irripetibili, con la consapevolezza però di esserne profondamente diverso.

Questo il mito, che si protrasse per i primi decenni del Novecento, incarnato dalle più belle figure di intellettuali urbani di quegli anni. Un mito però che, stando a interessanti autori contemporanei, ricalca profili esistenziali dell’arte e del pensiero propri della cultura postmoderna. Un solo esempio per tutti, il bellissimo saggio di Nuvolati “Lo sguardo vagabondo. Il flaneur e la città da Baudelaire ai postmoderni” (Ed. Il Mulino). Quindi Correlazioni nella sua vocazione alla contemporaneità non poteva fare a meno di interessarsi alla creatura di Alessio Rega, la casa editrice barese “Les Flaneurs”, che a quel mito si ispira, volendone cogliere il senso e l’attualità.

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Nata nel 2015 con l’intento dichiarato di promuovere la cultura letteraria nella sua accezione più ampia, vuole in realtà discostarsi da quell’immaginario comune che vede nella piccola editoria locale poca qualità e proposta di autori autoreferenziali, talvolta un po’ banali nelle trame e nella scrittura e comunque di scarse significazioni ontologiche. Esclusa nettamente ogni forma di pubblicazione a pagamento, la “Les Flaneurs edizioni” si avvale di giovani collaboratori, qualificati da un percorso di studi umanistico e specialistico in termini di editoria, in veste di editor e di consulenti. Offre agli autori un pacchetto integrato di assistenza che non si limita alla revisione dei testi. Intreccia invece un dialogo articolato che permette di sviluppare, nella stesura dei manoscritti ma anche nel sentiment stesso degli autori, una maggiore consapevolezza di sé, del proprio potenziale e delle proprie aree di miglioramento. Cosa tanto più importante, determinante anzi, quando si tratta di esordienti o scrittori emergenti. Coniugare qualità e tenuta delle dinamiche commerciali è una scommessa difficile, che dice molto circa lo spessore imprenditoriale, umano e culturale dell’editore. Rega, nonostante l’età che per le realtà meridionali è piuttosto giovane, dimostra di possedere un bagaglio di cultura letteraria importante e una certa personalità nelle scelte e negli orientamenti. Apre alla narrativa rosa con l’intento da un lato di promuoverne le “doti certe” di stimolo alla lettura, per quelle platee di lettori altrimenti poco motivate, dall’altro di sostenere poi, grazie alla diffusione di questa, l’intero impianto editoriale, orientato per altro verso alla ricerca di novità. Nella scrittura ma soprattutto nella forza narrativa delle trame, attese quanto più possibile originali e di impatto. Non c’è, nella linea editoriale, una preferenza netta in direzione di particolari stili di linguaggio, mentre le scelte di pubblicazione sono volte a privilegiare – nelle intenzioni dell’editore – trame e significati che reggano quasi autonomamente l’appeal verso il lettore. 

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Alessio Rega imprenditore ha le idee ben chiare, consapevole che la sopravvivenza di un brand editoriale si fonda sull’accoglienza del mercato, che incontra con un catalogo di titoli sufficientemente ampio e che spazia dalla poesia alla narrativa, privilegiando peraltro quest’ultima. Interpreta il profilo di piccola azienda con le giuste logiche di marketing mix, leggi concedere uno spazio significativo allo scouting, alla ricerca di nuove firme tra le quali si può nascondere il futuro scrittore di successo. Non c’è impresa senza costante investimento, infatti, è tra i primi assiomi della cultura imprenditoriale. L’altro è la sperimentazione, e su questo l’impresa Les Flaneurs ha davanti a sé spazi enormi. Le premesse di spessore imprenditoriale ci sono già a partire dal fatto, non sempre così scontato, che la gestione operativa è quella di un’azienda. C’è la passione che avvince la squadra di lavoro coesa nell’idea editoriale, ma c’è anche la “vision” aziendale, rigorosa nella pianificazione dei risultati. Perché Rega, con adamantino candore,  afferma chiaro e tondo che una casa editrice è un’impresa al pari delle altre. Può affiancare i soggetti promotori dello sviluppo culturale di un territorio, ma non può esserne l’unico protagonista. Correlazioni non può che condividere. 

Certo, lo scenario locale nel quale Les Flaneurs si muove è lo stesso che affligge da anni l’industria culturale italiana, aggravato dal fatto che la Puglia è la penultima regione nella classifica dei lettori. Forse però il problema principale risiede in quelli che si considerano gli intermediari della cultura letteraria, tra gli autori (e gli editori) e il pubblico. Un contesto in cui incrociano soggetti, sempre gli stessi, che tendono alla strenua difesa del proprio orticello da opinion leader, piuttosto che alla promozione culturale. A volte in assenza di una vera cultura letteraria, pontificano e poi aggregano pacchetti sempre più sparuti di adepti. Sgomitando in rivalità tra associazioni e gruppi che fanno sorridere, tanto più che larghi strati della popolazione considerano chi legge come uno sfigato. In controtendenza con il resto d’Europa. Triste considerazione, emersa nella sua crudezza conversando con l’editore. Però forse proprio questa disincantata consapevolezza, unita a una innegabile passione imprenditoriale, potrà permettere a Les Flaneurs di crescere come è giusto che sia. Correlazioni lo auspica e invita i propri lettori a visitarne il sito web, invito rivolto soprattutto ai non baresi perché l’editore merita davvero di essere conosciuto oltre lo scenario locale. E gli augura un catalogo sempre più consistente, magari arricchito da qualche firma già sperimentata, fuori del solito “Giro giusto”, tanto per richiamare uno dei suoi titoli di punta che recita proprio così.