Michele Nigro: versi per meditare il quotidiano.

di Giuseppe Scaglione

Spegnete i saperi
elettrici di sera
i confortanti aggeggi
le reti a maglie larghe
delle bugie a colori,
i fogli stampati
destinati all’oblio
a traslochi incartati
con titoli scaduti.
(…)

Spegnete ogni cosa
superflua e lucente
figlia non voluta
del rumore di fondo della storia,
prima che la città dell’uomo
v’incateni per sempre
alla sua ignoranza.

Con questi versi inizia e si conclude la poesia che dà il titolo alla raccolta Pomeriggi perduti (Kolibris, 2019) del campano Michele Nigro. Parole che spiegano molto bene il senso stesso del libro, quasi una serie di visioni, di immagini che colgono, senza cristallizzarle, situazioni e condizioni esistenziali. L’opera è una silloge plurale, multiforme come un caleidoscopio, che alterna strutture formali brevi a componimenti più lunghi, più complessi e che assume, ora nell’una ora nell’altra declinazione, moduli e ritmi della versificazione anche molto diversi tra loro. Il tutto ricondotto a unità, tuttavia, da un unico punto di osservazione che travalica il senso del tempo e dello spazio geografico. Sottilissima infatti la linea di confine tra il passato, il presente e il futuro. Ampio per converso il riferimento ai luoghi: da Palermo alle Cinque Terre, da Roma alla Lucania, da Paesi stranieri orientali ad altri invece occidentali. Questo unico punto di osservazione di cui si diceva altro non è che un “sé” catartico, fondato sull’esperienza, filtrata in chiave lirica, e soprattutto sulla meditazione, quasi fosse questa l’angolazione dominante della visione. Una visione decisamente forte, introspettiva, dove si svolgono al tempo stesso la memoria e la riflessione. Il tempo e i luoghi diventano una categoria dell’anima a cui l’autore sembra saldamente ancorato e lascia così che scorrano davanti ai suoi occhi, compostamente, schegge di ricordi e aneliti di futuro. Poi attribuisce a ciascuno una propria ragione esistenziale, anche quando i versi si spingono a sfiorare toni intimisti o elegiaci:

Aria ferma
notturna e stellata,
quasi tutto tace per
pietà dei dormienti.

Voci rare, lontane ma vicine
da finestre insonni
ancora accese nella provincia
e abbai di cani dolorosi.

Ogni cosa mi istruisce
sulle distanze
tra la piccola storia
e l’infinito.

Ciascun componimento della raccolta sembra essere definito in se stesso, vivere di vita propria, ma a legare il tutto si pone la meditazione. Come esigenza interiore alla quale chiama a raccolta se stesso e gli altri. Quanto sia necessario nella Poesia, soprattutto in epoca postmoderna, percorrere le vie della meditazione Nigro ce lo spiega ripetutamente nella silloge, come per esempio in questi bellissimi versi:

Ma l’uomo
condannato a finire
come tutte le cose finite
scoprì il sacro fuoco
della parola.
Arditi tizzoni ardenti
schizzati dal braciere
di Poesia
ustionarono la pelle
della dimenticanza.

Una sorta di assunto dal quale muovere per passare in rassegna, quasi fosse un inventario, memorie, colori e prospettive dell’esistenza. Le visioni poetiche si succedono con un moto apparentemente casuale ma senza vorticare, cadenzate una dopo l’altra dai ritmi che la coscienza detta all’autore, perché non svaniscano nella nebbia dell’oblio mattutino. Versi come sogni, che si fondono con la memoria e aprono interrogativi minimali, intimi, nei quali però ogni lettore può riconoscere qualcosa di se stesso. Incluso l’io collettivo delle regioni del Sud. Non solo le verità esistenziali ma anche recondite pulsioni dell’anima, strade inesplorate del pensiero di cui la silloge è quasi un’antologia. Rimandi e citazioni sono frequenti, il libro ne è ricco, ma si incastrano perfettamente con la ricerca poetica di un punto di osservazione universale e di un sentire definito: il quotidiano, vissuto, immaginato, raccontato e, soprattutto, meditato senza alcuna tentazione edulcorante. Un sentiment che sa farsi crudo e amaro, che non rassicura ma scava dentro la coscienza e lascia un senso di spiazzamento riguardo al futuro, come quando scrive: Colpevoli di fiducia / nell’infinito / infilzate da lancette crudeli / giocano con l’effimero presente / le nostre morenti carni.

La scrittura di Nigro segue l’andamento caleidoscopico della silloge con perfetta padronanza del verso libero. Rimane comunque sempre nitida e scorrevole nonostante il ripetuto ricorso a neologismi o sinestesie e sembra seguire una musicalità che può essere sincopata oppure armonica. Un codice comunicativo molto personale, affine alla koiné ma tratteggiato a volte da slanci lirici – senza oltrepassare il confine dell’enfasi – tinti da sentori classici: Se potessi respirare / la muta voce pulsante / di tutte le stelle / nella solitaria notte / la storia umana / colorata e caduca / diverrebbe un umile / nulla / perso nel tempo.

La parola indaga, evoca, rievoca, plana sulle pulsioni della vita e sul mistero della morte, si affida all’esperienza quotidiana senza restarne soverchiata, costruisce stati di quiete oppure agita visioni figlie della memoria e della strada: le stagioni trascorse tra amori / e solitudini / gli anni bui e quelli facili / tra ferite e piccole glorie… E poi, ancora, si sofferma su se stessa: Coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie / si salvano dal feroce controllo / su esistenze scassate / dal suo mettere ordine / con logiche di madre. C’è senza dubbio il disincanto, nelle parole di Nigro, ma non la resa. Cerca una via d’uscita: Un’altra verità / (…) come un panorama orfano / sotto i ciechi asfalti / della solitudine / al semaforo. E si intravvede un’idea di redenzione, per quelli costretti a vivere / l’ennesimo agosto / tra briciole di luce / e sotterranei valori.


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